La vitamina D3 è presente negli animali e nell’uomo e, rispetto alla vitamina D2, è maggiormente biodisponibile, vale a dire più facilmente assimilabile e utilizzabile dal corpo umano.
All’interno dell’organismo la vitamina D3 viene trasformata in due metaboliti:
  • il 25(OH)-D (25-idrossi-colecalciferolo o calcidiolo)
  • il 1,25(OH)2-D (1,25-diidrossi-colecalciferolo o calcitriolo).
Il 1,25(OH)2-D rappresenta la forma effettivamente attiva nel corpo umano, responsabile di tutte le proprietà biologiche della vitamina D3, mentre i livelli nel sangue di 25(OH)-D vengono di norma presi come valori riferimento per la diagnosi di situazioni di sufficienza, insufficienza o deficit/carenza di gravità variabile (ipovitaminosi D).
La sintesi della vitamina D2 viene invece indotta dai raggi solari UVB a partire dall’ergosterolo, un composto presente nelle membrane delle cellule vegetali
Infatti è bene sottolineare che la vitamina D non è affatto una vitamina, ma un vero e proprio ormone che regola il metabolismo del calcio: appartiene alla famiglia degli ormoni steroidei come gli ormoni del surrene e gli ormoni sessuali.
L’argomento è stato trattato anche dall’Associazione italiana ricerca sul cancro, la quale precisa che la vitamina D non serve solo a fissare il calcio nelle ossa. Nella sua forma attivata, la vitamina agisce in realtà come un ormone che regola vari organi e sistemi e ha un’azione modulante nei confronti dell’infiammazione e del sistema immunitario. Un terzo del fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dall’alimentazione. I cibi in cui se ne trova di più – oltre a quelli che ne sono arricchiti a livello industriale, come molti cereali per la prima colazione – sono i pesci grassi (come salmone, sgombro e aringa), il tuorlo d’uovo e il fegato. Per quanto se ne conoscano le proprietà antinfiammatorie e l’azione sul sistema immunitario, non è ancora ben chiaro come la vitamina D agisca a livello dei diversi sistemi. Soprattutto, quello che ancora bisogna capire è se sia proprio la sostanza stessa a produrre direttamente tanti benefici o se, piuttosto, una sua alta concentrazione nel sangue sia soltanto un indicatore indiretto di abitudini più sane, come un’alimentazione più salutare, tempo trascorso all’aria aperta, maggiore attività fisica e minore indice di massa corporea (BMI). Non esistono parametri assoluti: i livelli minimi di concentrazione di vitamina D nel sangue raccomandati dall’Institute of Medicine statunitense sono di 20 nanomoli/litro, ma la maggior parte degli esperti consiglia di non scendere sotto i 30 e altri suggeriscono che si possa già parlare di quantità insufficiente sotto i 50. In genere, per assicurarsi l’apporto necessario, è sufficiente trascorrere più tempo all’aria aperta.
Uno studio italiano ha indagato su quali possono essere le cause di una carenza.
Una coorte di 66 pazienti in sovrappeso e obesi sani, 53 donne e 13 uomini sono stati esaminati. Sono stati misurati circonferenza vita e vitamina 25 (OH) D, insulina, glucosio, lipidi (colesterolo, colesterolo HDL e trigliceridi), proteina C-reattiva (CRP) e complemento 3 (C3) e 4 (C4).
La resistenza all’insulina è stata valutata mediante la valutazione del modello omeostatico (HOMA (IR)).
I risultati che sono emersi è che l’iperinsulinemia e / o la resistenza all’insulina sono direttamente responsabili della diminuzione dei livelli di 25 (OH) D nell’obesità. Un altro studio ha confermato che la vitamina D era più alta dopo la perdita di peso indotta da un intervento dietetico. La spiegazione potrebbe essere che la leptina e l’ interluchina 6, secrete in buona parte dal tessuto adiposo, abbiano effetti inibitori sulla sintesi della vitamina D.
E’ bene ricordare che sia la leptina (ormone) che l’interluchina 6 (proteina), possono avere un ruolo importante nell’obesità e negli stati infiammatori, causati appunto da iperglicemia e insulino resistenza, scatenati da eccessi di zuccheri e carboidrati in generale e, come abbiamo visto ora, appare anche il concreto sospetto che possano inibire la sintesi della vitamina D.
In definitiva i ricercatori italiani puntano il dito verso obesità, insulino resistenza e infiammazione.
Su questa linea, un altro studio aveva evidenziato che il consumo di alimenti tradizionali marini, da parte delle giovani donne dell’Alaska Native, è sceso significativamente tra gli anni sessanta e novanta ed è stato associato a un significativo calo delle concentrazioni sieriche di vitamina D. In pratica, negli anni in cui questa popolazione ha iniziato ad assumere una alimentazione più occidentale la vitamina D scendeva e questo ben combacia con ciò che abbiamo visto in precedenza.
A questo punto, in conclusione, non c’è da stupirsi se sempre più persone cambiando alimentazione, sbilanciandosi maggiormente su, carne, pesce, uova, grassi animali e vegetali e avendo ridotto il più possibile i carboidrati, perdono peso, scende l’infiammazione, migliora significativamente anche la resistenza insulinica e di conseguenza può salire anche il valore della vitamina D.
Fonti
https://www.airc.it/cancro/prevenzione-tumore/il-sole/vitamina-d
https://www.hindawi.com/journals/bmri/2013/921348/?fbclid=IwAR08MWIPfxx1msxegPyif-SOGRYp7QiOPruK7VsX2zUUubg6YNwSMWZdjRc
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/27465921/?fbclid=IwAR3LuA2f8mfm8itiAvJoLm4rK7e5o13vIYYxzYlFGSNGi6juLYHNw__4Mbs
https://www.lastampa.it/2017/03/22/scienza/vitamina-d-in-realt-un-ormone-ecco-perch-fondamentale-per-bambini-e-anziani-z64KicALyizx9tCGciTEqI/pagina.html
https://www.saperesalute.it/vitamina-d