In quante occasioni hai sentito dire da esperti che l’ideale per stare bene sia mangiare 5 o addirittura 6 volte la giorno? Ma questo consiglio ha forse delle basi scientifiche?
Uno studio finanziato dal Ministero della Salute della Repubblica Ceca pubblicato nel maggio 2014 aveva lo scopo di confrontare l’effetto di sei pasti rispetto a due pasti al giorno (colazione e pranzo) , sul peso corporeo, sul contenuto di grasso epatico , sull’insulino-resistenza e sulla funzione delle cellule beta.
La frequenza dei pasti è un aspetto importante della nutrizione, con profondi effetti sulla salute umana e sulla durata della vita. L’assunzione eccessiva di energia è associata a una maggiore incidenza di malattie croniche, tra cui il diabete ed è una delle principali cause di disabilità e morte nei paesi occidentali . Una dieta ipoenergetica è fondamentale sia per la prevenzione, che per il trattamento del diabete di tipo 2. Di solito viene consigliato di consumare cinque o sei piccoli pasti al giorno. Mangiare più frequentemente si presume possa ridurre la fame e quindi ridurre l’assunzione di energia e il peso corporeo. Tuttavia, gli effetti della frequenza dei pasti sulla salute umana e sulla longevità, non sono chiari .
Diversi studi hanno dimostrato che la riduzione della frequenza dei pasti può prevenire lo sviluppo di malattie croniche e prolungare la durata della vita negli animali da laboratorio a causa di un minore danno ossidativo e di una maggiore resistenza allo stress . Il digiuno intermittente porta a una durata prolungata e influisce positivamente sulla tolleranza al glucosio, sulla sensibilità all’insulina e sull’incidenza del diabete di tipo 2 nei topi. C’è anche una letteratura emergente che dimostra una relazione tra i tempi di alimentazione e la regolazione del peso negli animali.
Studi osservazionali negli esseri umani indicano che mangiare più spesso di tre volte al giorno può svolgere un ruolo nel sovrappeso e nell’obesità e che l’alimentazione frequente predispone ad un maggiore consumo energetico aumentando gli stimoli alimentari e difficoltà a controllare il bilancio energetico.
In questo studio sono stati esaminati 219 individui, 54 pazienti con diabete di tipo 2 (con durata della malattia superiore a 1 anno) trattati da agenti ipoglicemici orali (uomini e donne), di età compresa tra 30 e 70 anni.
Lo scopo di questo studio era quello di confrontare l’effetto di sei pasti contro due pasti al giorno sul peso corporeo, grasso epatico, insulino-resistenza e funzionalità delle cellule beta, tenendo sempre le stesse calorie 2.092 kJ al giorno. Si è ipotizzato che mangiare solo colazione e pranzo avrebbe avuto effetti positivi.
I partecipanti hanno iniziato un regime di 12 settimane con sei pasti e poi altre 12 con 2 pasti al giorno. Il regime con sei pasti consisteva di tre pasti principali (colazione, pranzo e cena) e tre snack più piccoli in mezzo. Il regime con 2 consisteva nella colazione, consumata tra le 06:00 e le 10:00 e il pranzo  tra le 12:00 e le 16:00 .
I dati raccolti hanno contradetto l’opinione diffusa secondo cui mangiare più frequentemente sia più sano che mangiare pasti più grandi meno frequenti. In conclusione, una dieta che comprendesse solo colazione e pranzo ha ridotto il peso corporeo, il grasso epatico, la glicemia a digiuno, il peptide C (molecola che solitamente si innalza in chi ha il diabete di tipo 2) e il glucagone, infine, è risultata una maggiore sensibilità all’insulina facendo i due pasti al giorno.
I ricercatori evidenziano il fatto che questi risultati suggeriscono che mangiare due pasti più grandi al giorno (colazione e pranzo) può essere più vantaggioso per i pazienti con diabete di tipo 2, rispetto a sei pasti più piccoli durante il giorno.
Per prendere a prestito le parole dei ricercatori, anche noi dell’alimentazione consapevole vi teniamo informati sulle ricerche scientifiche che prendono in considerazione “nuove strategie che dovrebbero includere, non solo il contenuto energetico e i macronutrienti, ma anche la frequenza e la tempistica di come usare gli alimenti.”
Fonte
https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00125-014-3253-5