La malattia di Crohn o morbo di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all’ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l’infiammazione è importante), vomito o perdita di peso, ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione. La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l’infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. Ci sono prove di una predisposizione genetica per la malattia e questo porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant’anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età.
Similmente la colite ulcerosa colpisce primariamente la mucosa del retto e può estendersi a parte o tutto il colon in modo continuo. E’ una malattia caratterizzata da un’infiammazione cronica che causa lesioni ulcerose, il suo andamento è caratterizzato dall’alternarsi di episodi acuti seguiti da periodi di remissione clinica. Si tratta di una patologia immunomediata la cui natura è sconosciuta, ma potrebbe essere influenzata da svariati fattori: genetici, ambientali, infettivi. Queste patologie sono particolarmente diffuse nel mondo occidentale.

Negli Sati Uniti, tra cui la Divisione di Gastroenterologia, Scripps Clinic, La Jolla in California, sono stati autori di studi documentati su riviste scientifiche di come l’alimentazione possa avere un ruolo importante nelle malattie infiammatorie dell’intestino che comprendono sia la malattia di Crohn, che la colite ulcerosa.

Questi sono disturbi gastrointestinali complessi che si manifestano in un individuo geneticamente suscettibile a causa di disregolazione delle cellule T, disbiosi intestinale, esposizioni ambientali e alimentazione.. Sono stati identificati oltre 200 geni che possono aumentare il rischio di queste patologie.
Sono stati arruolati 18 pazienti adulti, il percorso sarebbe durato, tra la fase di eliminazione e quella di reintroduzione, 11 settimane. Tre pazienti si sono ritirati prima dell’inizio dello studio a causa dell’incapacità di impegnarsi a cambiare la dieta. Lo studio finale comprendeva quindi 15 pazienti con queste patologie, con durata media della malattia di 19 anni.
La remissione clinica è stata raggiunta da 11 partecipanti già nelle prime 6 settimane dedicate alla fase di esclusione, 6 con il morbo di Crohn e 5 con colite ulcerosa e tutti e 11 hanno mantenuto la remissione clinica durante la fase di mantenimento dello studio. E agli altri quattro cosa è accaduto? Uno con il Crohn ha risolto i dolori articolari, ma al termine dello studio aveva ancora con una lieve/moderata attività della patologia. Uno con colite ulcerosa, al termine dello studio, risultava migliorato, ma non in completa remissione. Altri due hanno abbandonato prima delle sei settimane per difficoltà durante il percorso, che potevano essere risolte comunicandole al personale sanitario di riferimento, che avrebbe così fornito i suggerimenti necessari per equilibrare l’utilizzo di certi cibi.
In questo studio viene affermato che una dieta occidentale, ad esempio ricca di carboidrati raffinati e acidi grassi omega-6, , è associata ad un aumentato rischio di malattie infiammatorie intestinali. Si è voluto così sperimentare una dieta ad esclusione, che incorpora alcuni dei cambiamenti dietetici precedentemente studiati  per le patologie infiammatorie dell’intestino, inclusa l’eliminazione del glutine e dello zucchero raffinato.

Questa strategia nutrizionale si concentra su una fase di eliminazione iniziale di gruppi di alimenti tra cui cereali, legumi, solanacee, latticini, uova, caffè, alcool, noci e semi, zuccheri raffinati / lavorati, oli e additivi alimentari. Consiste quindi nell’evitare cibi, additivi o farmaci (ad es. Farmaci antinfiammatori non steroidei) che possono scatenare infiammazione intestinale, disbiosi e /o intolleranza alimentare sintomatica. Promuovendo inoltre il consumo di carne, pesce e la preparazione di cibi freschi e nutrienti, molto valido anche il brodo di ossa. La fase di eliminazione è seguita da una fase di mantenimento, la cui durata può variare da individuo a individuo, fino a quando non raggiunge un miglioramento misurabile dei sintomi e del benessere generale. La reintroduzione programmata di gruppi di alimenti viene quindi avviata gradualmente, poiché i pazienti identificano cibi o gruppi alimentari unici che possono contribuire ai sintomi, mentre liberalizzano la loro dieta. Questo ultimo aspetto è importante, perché i ricercatori sostengono che la reintroduzione è piuttosto soggettiva, una volta che si è riusciti a risolvere lo stato infiammatorio, il paziente deve essere in grado di comprendere da solo i cibi che tollera oppure no.
Passiamo ora ad un altro studio condotto dal Dipartimento di Pediatria, Seattle Children’s Hospital e University of Washington, Seattle, WA.
Sette bambini con malattia di Crohn che hanno applicato la dieta a basso contenuto di carboidrati e nessun farmaco immunosoppressivo sono stati valutati retrospettivamente. La durata della terapia dietetica variava da 5 a 30 mesi, con una media di 14,6 ± 10,8 mesi. Sebbene il tempo esatto di risoluzione dei sintomi non potesse essere determinato attraverso la revisione del grafico, tutti i sintomi sono stati risolti, in particolare durante una visita clinica di routine 3 mesi dopo l’inizio della dieta. Gli indici di laboratorio di ogni paziente, tra cui albumina sierica, proteina C-reattiva, ematocrito e calprotectina fecale, normalizzati o significativamente, sono migliorati durante le visite cliniche di follow-up. Questo dicono gli autori: “suggerisce che le diete a basso contenuto di carboidrati complessi potrebbero essere possibili opzioni terapeutiche per la malattia di Crohn pediatrica”.
In conclusione per usare le parole dei ricercatori “è evidente che la modificazione dietetica focalizzata sull’eliminazione di gruppi di alimenti potenzialmente immunogenici o intolleranti, ha il potenziale per migliorare i sintomi e l’infiammazione endoscopica in pazienti con malattie infiammatorie. Il cambiamento dietetico può essere un importante complemento alla terapia, non solo per ottenere la remissione, ma forse migliorare la durata della risposta e della remissione. I ricercatori non hanno escluso che per alcuni pazienti, la sola modifica dietetica e dello stile di vita può essere sufficiente per controllare l’infiammazione”.
Che lezioni possiamo trarre da questi studi? Basilarmente due: una, che l’alimentazione occidentale che esalta i carboidrati a discapito delle giuste proteine, è spesso la causa di queste problematiche e due, l’importanza di saper ascoltare il proprio organismo, capacità repressa dalla classica frase detta con troppa superficialità “mangi quello che vuole il cibo non c’entra nulla”. Che in più, detto nel caso di patologie dell’intestino appare proprio un paradosso. Meno male, che sempre più professionisti hanno completamente abbandonato questo pensiero, quindi vi incoraggiamo sempre ad affidarvi a medici che promuovono come noi un’alimentazione consapevole.
Riferimenti
 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5647120/?fbclid=IwAR31OgAdbcnhHY_19U0mm7JcfdxWVxnm7TxOVcfmF3zJ_WdK4yTxVKSQhkM
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24048168?fbclid=IwAR2-9nCojhhRgKNpnPu_7wYnnAoYgCmumA7VgxgkgKO_FN9EZjqg1xetUcs