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IL WEB: UN MEZZO PER MIGLIORARE LO STILE DI…

Il diabete di tipo 2 è una malattia cronica prevalente, per la quale la dieta è un aspetto basilare del trattamento. Il Dipartimento di Scienze della salute e del comportamento biologico School of Nursing Università del Michigan a Ann Arbor negli Stati Uniti dice di aver aiutato persone in sovrappeso con diabete di tipo 2 o prediabete a migliorare il controllo glicemico e perdere peso grazie ad uno stile di vita basato su una dieta a bassissimo contenuto di carboidrati, anche sotto i 50 gr al giorno.
Si è trattato però di un trattamento personalizzato che ha costituito un ostacolo per molti pazienti a causa del poco tempo disponibile, sia per rispettare gli orari per gli appuntamenti, le distanze e anche possibilità economica.
I ricercatori, a questo punto, hanno voluto sperimentare il potenziale online basato sulle raccomandazioni e impostare uno stile di vita a bassissimo contenuto di carboidrati, anche sotto i 50 gr. al giorno, e confrontarlo con un programma di dieta, sempre online, basato sulla dieta dell’American Diabetes Associazion, per vedere quale dei due migliorerebbe il controllo glicemico e altri esiti di salute tra soggetti in sovrappeso con diabete di tipo 2.
In questo studio pilota, sono stati reclutati adulti in sovrappeso (indice di massa corporea ≥25) con diabete di tipo 2 (emoglobina glicata [HbA 1c ] 6,5% -9,0%) .L’ esperimento è durato 32 settimane, 12 persone avrebbero seguito le raccomandazioni per la dieta a bassissimo contenuto di carboidrati e 13 la dieta standard.
Al termine delle 32 settimane gli individui con diabete di tipo 2 che hanno applicato lo stile di vita a bassissimo contenuto di carboidrati, hanno migliorato il loro controllo glicemico e hanno perso più peso del gruppo che ha applicato la dieta proposta dalle linee guida per il controllo del diabete. I ricercatori concludono con queste parole: ”Pertanto, la consegna online di questi consigli dietetici e dietetici a basso contenuto di carboidrati, può consentire loro di avere una portata più ampia nell’autogestione di successo del diabete di tipo 2.”
I ricercatori  hanno ribadito  che questi risultati sono evidentemente frutto della determinazione di queste persone di far rientrare  la dieta a bassissimo contenuto di carboidrati come un sano stile di vita .
Fonte
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28193599/?fbclid=IwAR1oos4b8snA54zvzqgAwpmF87RwSvopf-L8KmfO77WvFuREIQDYkx5Lz8Y
https://diabetes.jmir.org/2018/3/e12/

 

IL RUOLO FONDAMENTALE DELL’ORGANO ADIPOSO NELLA SALUTE E BENESSERE

Dopo il notevole successo dell’articolo sul perché si ingrassa, ho pensato di preparare un breve approfondimento sul ruolo del tessuto adiposo e del perché è più corretto definirlo un organo vero e proprio. Numerose evidenze sperimentali hanno dimostrato che l’obesità, in particolare quella viscerale, è caratterizzata da uno stato di infiammazione cronica.
IL tessuto adiposo nella giusta misura è fondamentale per la vita e benessere dell’essere umano. A causa di un’alimentazione sbagliata però il tessuto adiposo va incontro a modificazioni di tipo adattativo, tese a soddisfare le esigenze metaboliche. Come ho già trattato in un altro articolo, è più corretto parlare di organo adiposo, non di tessuto adiposo, perchè non è semplicemente un magazzino di acidi grassi a forma di trigliceridi. Tale visione è stata completamente sovvertita dagli studi compiuti negli ultimi anni che hanno dato all’adipocita ed al tessuto adiposo, la dignità di un nuovo organo endocrino, in grado di secernere numerose sostanze bioattive.
L’organo adiposo in toto va incontro inoltre a modificazioni nella composizione cellulare. Quest’organo nei soggetti obesi, ed in particolare nei soggetti con disfunzione metabolica, è caratterizzato dalla presenza di un infiltrato infiammatorio con macrofagi attivati, linfociti T e adipociti disfunzionanti. Questa condizione si traduce in un aumento dell’espressione e della secrezione di citochine, molecole ad azione pro infiammatoria, in grado di determinare a livello sistemico uno stato di infiammazione di basso grado, di peggiorare la sensibilità insulinica e di contribuire allo sviluppo delle complicanze metaboliche e cardiovascolari associate all’obesità.
Tutto ciò in partica può avere effetti su diversi organi e processi fisiologici come sulle funzioni endocrine, sul bilancio energetico, sul sistema cardiovascolare e sul sistema immunitario. Negli ultimi anni sono state identificate nuove sostanze, secrete da questo organo che sono in grado di promuovere l’infiammazione, ma anche di molecole ad azione anti-infiammatoria e con un effetto benefico sulle complicanze metaboliche dell’obesità. Si dimostra così un organo che attivamente partecipa a numerosi processi fisiologici, in grado di “comunicare” con altri organi ed influenzarne la funzione.
Sebbene il tessuto adiposo sia prevalentemente formato da adipociti, altri tipi cellulari rivestono un ruolo chiave nella funzione e struttura del tessuto adiposo, come: pre-adipociti, macrofagi, fibroblasti e cellule vascolari. In condizioni di obesità, nell’animale da esperimento e nell’uomo, l’organo adiposo è appunto composto da un gran numero di macrofagi, che sono cellule che svolgono un ruolo molto importante nelle risposte immunitarie naturali.
Un aspetto interessante è che la loro presenza appare maggiore nel tanto temuto tessuto adiposo viscerale, che come ben si sa è quello che è localizzato tra gli organi interni, come fegato intestino e reni, rispetto al tessuto adiposo sottocutaneo.
Dunque, gli adipociti sono in grado di secernere citochine infiammatorie. Tuttavia, studi condotti per identificare le maggiori sorgenti di citochine nel tessuto adiposo, hanno dimostrato che i macrofagi, e non gli adipociti, sono le cellule più coinvolte. Un sovraccarico di lipidi negli adipociti può iniziare uno stato di stress cellulare e un’attivazione delle vie di segnale dell’infiammazione, la quale porta a un’aumentata produzione di citochine proinfiammatorie adipocitarie, incluso il fattore di necrosi tumorale α (TNF-α) una citochina coinvolta nell’infiammazione sistemica implicata i patologie come Alzheimer , cancro e malattie croniche intestinali
Anche la famosa interleuchina 6 viene prodotta dall’ organo adiposo, una sua eccessiva produzione provoca infiammazione, infatti i soggetti obesi hanno spesso livelli più elevati di proteina C-reattiva, più elevati dei non obesi. Questa interluchina ha un ruolo importante nel diabete, depressione, tumore, e malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumetoide.
Ora, dopo aver letto queste informazioni aggiornate in merito all’organo adiposo, siamo ancora più convinti che la perdita di grasso non sia solo un fattore estetico.
Possiamo paragonare i nostri organi interni come cuore, fegato, polmoni, reni,  alla terra con la sua sana e rigogliosa  vegetazione e vita animale. L’ organo adiposo invece possiamo paragonarlo al clima. Quando il clima è ben regolato provvede pioggia, neve e sole, nel momento e nella misura giusta, per benessere di piante animali e uomini, al contrario uno squilibro climatico porta forte siccità o alluvioni e tutto questo non farà certo stare in salute la terra e i suoi abitanti.
Alcune volte si è sentito dire che il giusto stile di vita ha come gradito effetto “collaterale” la perdita di grasso. A questo punto forse con queste scoperte si potrebbe dire che il ritorno al benessere è il piacevole effetto “collaterale” della perdita di grasso e della nuova regolazione dell’organo adiposo? Forse. Una cosa è comunque certa: alla luce di tutto ciò che la letteratura scientifica ha chiarito che è corretto specificare che perdere grasso, soprattutto viscerale, va di pari passo con il ritorno alla salute e benessere.
Fonte
https://www.researchgate.net/publication/261366752_Tessuto_adiposo_e_infiammazione_sistemica

PERCHE’ SI INGRASSA?

Una delle domande più ricorrenti sull’alimentazione è sostanzialmente una: perché si ingrassa?
La risposta più comune è che la causa sia ovviamente riconducibile al fatto che si mangi troppo. Per quanto possa essere vero, però non risponde alla domanda del perché lo facciamo, in pratica perché gli animali, che vivono in libertà, non mangiano mai troppo del loro fabbisogno e invece noi si ? L’argomento è complesso servirebbero molte più pagine per affrontarlo in molto approfondito, ma cercherò di semplificare per toccare alcuni punti principali della questione.
Tutto ha relazione con il nostro tessuto adiposo, già negli anni sessanta il fisiologo svizzero Albert Renold aveva  espresso quanto segue: è il luogo principale in cui si svolge la regolazione attiva dell’accumulo e della mobilizzazione dell’energia, uno dei meccanismi di controllo primari per la sopravvivenza di ogni organismo”.
Il primo aspetto quindi da chiarire è che il tessuto adiposo è un organo a tutti gli effetti, ecco perché è più corretto definirlo organo adiposo. Al suo interno troviamo l’adipocita, detto anche lipocita, o cellula adiposa, unità morfo-funzionale del tessuto adiposo, è una cellula fissa del tessuto connettivo deputata a sintetizzare, accumulare e cedere i grassi.
In queste cellule adipose devono giustamente entrare gli acidi grassi che verranno utilizzati come carburante. Invece il grasso accumulato è sotto forma di trigliceridi, che sono formati da tre acidi grassi più una molecola di glicerolo, che si legano all’interno della cellula adiposa.
I trigliceridi però hanno un problema: una volta formati e costruiti all’interno delle cellule adipose, sono troppo grossi per uscirne, rimangono così imprigionati al loro interno, come un mobile montato in un appartamento e che non si può portare fuori intero, perché la porta dell’appartamento risulta troppo piccola. Cosa fare allora?  Bisogna smontare il mobile in parti più piccole per portarlo fuori dall’appartamento. Quindi questo illustra che per portare fuori dalla cellula adiposa gli acidi grassi, ora montati come trigliceridi, serve qualcosa che li smonti e li renda nuovamente acidi grassi per essere utilizzati come fonte energetica. Molti sono gli ormoni coinvolti in questo meccanismo, ma uno in particolare è l’insulina.
L’insulina influenza due enzimi: la LPL ( lipoproteinlipasi) e la HSL (lipasi ormono sensibile).
Si è scoperto che più insulina secerniamo, maggiore sarà l’attività della LPL sulle cellule adipose e maggiore sarà la quantità di grasso accumulato. Allo stesso tempo l’insulina sopprime l’attività della LPL a livello di cellule muscolari e di altri organi, affinchè non vengano utilizzati gli acidi grassi come fonte energetica, ma venga usato il glucosio.
Invece la HSL ha proprio la funzione di scindere o smontare i trigliceridi per renderli di nuovo acidi grassi, per farli uscire dalla cellula adiposa, saranno così di nuovo nel circolo sanguigno. In pratica rappresenta il l’operario della ditta di traslochi che smonta il mobile per permettere che passi dalla porta. In questo caso l’insulina sopprime questo enzima e la conseguenza è che i trigliceridi rimarranno imprigionati all’interno della cellula adiposa, senza nessuno che li smonti e li renda utilizzabili come fonte energetica.
L’insulina fa anche altro, ad esempio ordina alle cellule del fegato di non bruciare acidi grassi, ma di riassemblarli sotto forma di trigliceridi e di rispedirli nel tessuto adiposo. L’insulina agisce anche come stimolo per la creazione di altre cellule adipose, proprio per dare più spazio al grasso accumulato.
 Questo spiega perché le diete a basso o bassissimo contenuto di carboidrati funzionano di più se paragonate con diete che modificano solo l’apporto calorico. I carboidrati determinano la maggiore secrezione di insulina e questo non permette all’organismo di utilizzare il grasso  a fini energetici.
E’ vero che esistono protocolli dimagranti che, oltre a ridurre l’assunzione di carboidrati, anche sotto i 20 gr al giorno, abbassano moltissimo allo stesso tempo anche l’apporto calorico, ma solitamente è fatto per brevi periodi e per accelerare nella prima fase il dimagrimento di persone in grande sovrappeso. La base rimane comunque la riduzione importante dei carboidrati, proprio per abbassare i livelli di insulina il più possibile, in modo tale da riportare alla corretta regolazione gli enzimi in questione e proseguire così con il dimagrimento più lentamente, anche quando il regime sarà nuovamente normocalorico.

MANGIAMO TROPPO: PERCHE’?

Per riassumere, in pratica, l’insulina, come una guardia di confine, blocca il grasso nel tessuto adiposo e si assicura che rimanga al suo interno. I nostri muscoli sono costretti a bruciare più carboidrati per compensare e così si svuotano le riserve di glicogeno e ciò ci rende affamati, mangiando di più e intanto il nostro tessuto adiposo continua a riempirsi di grasso. Ecco che in questo meccanismo troviamo una delle motivazioni per cui si mangia più del nostro fabbisogno giornaliero, i carboidrati tendono a non saziare a sufficienza spingendoci a superare spesso il nostro fabbisogno calorico, i grassi e le proteine si. Comunque in certi studi, messe a confronto diete con le stesse calorie ma, una basata sui grassi e l’altra basata sui carboidrati, per quanto con entrambe le diete di dimagriva, quella a bassissimo contenuto di carboidrati, apportava un dimagrimento maggiore.
A questo punto si comprende su quale base le diete low-carb migliorano sia il peso, che l’assetto metabolico: la funzione è fondamentalmente scientifica e non ha a che fare solo con le calorie assunte come alcuni vogliono far pensare. Ovviamente non tutti dimagriranno nella stessa velocità abbassando solamente i carboidrati e arrivando in poco tempo al peso forma, ci sono diversi altri aspetti da prendere in considerazione come, età, numero di anni in cui si sono fatti errori alimentari, determinazione nel portare avanti un regime a basso contenuto di carboidrati, patologie, farmaci assunti ecc. ecc.
Ad esempio è provato che più tempo una persona è stata in sovrappeso, più tempo sarà necessario per rimettere a posto l’organo adiposo e costringerlo a ragionare in modo differente. Dovete sapere che per quanto voi non vediate l’ora di perdere peso, l’organo adiposo invece non ha nessuna intenzione di dimagrire, vuole continuare a nutrirsi e ad avere” il pane quotidiano”. Per anni è lui che ha comandato e dettato i tempi di quando, cosa e quanto mangiare, ora volete farlo voi e la cosa non lo rende felice, lotterà con tutte le sue forze per non lasciare il comando a nessuno. Alcuni infatti, per vedere un cambiamento importante, hanno dovuto ridurre i carboidrati a livelli molto bassi e per molto tempo, magari alternando giornate in cui venivano reintrodotti in una certa misura, per poi nuovamente eliminarli, proprio per permettere all’organismo di reimparare questa flessibilità metabolica (la capacità di usare i grassi come fonte energetica e non solo i carboidrati) che purtroppo, con un uso prolungato di molti carboidrati, negli anni era andata perduta.
Come ho detto non si possono toccare estesamente tutti gli aspetti implicati nell’ingrassare, ma noi dell’alimentazione consapevole volevamo informarvi di quello che, fino a questo momento, è per la scienza una delle scoperte fondamentali.
 Fonti
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0955286304002645
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC288398/
 https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs001250050759
 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8680455/?fbclid=IwAR1-_piQgQWfIXN4MBp-QZAjcxnLSLheNtQ82eT6SgIKCiivwKqJcMbkpRU
Perché di diventa grassi” di Gary Taubes
 

CARBOIDRATI E GRASSI SATURI: UN ABBINAMENTO PERICOLOSO?

Come ben sappiamo è sempre stata opinione comune che i grassi saturi siano negativi per i valori lipidici del sangue. Ad esempio, le linee guida dietetiche per gli americani (DGA) del 2015, raccomandano di consumare meno del 10% delle calorie giornaliere da grassi saturi. Questa enfasi sulla limitazione dell’assunzione di grassi saturi è continuata per decenni sulla base della comprensione scientifica, che l’assunzione dietetica di acidi grassi saturi (SFA) aumenta il colesterolo LDL, chiamato superficialmente cattivo, nel plasma, mentre l’utilizzo di acidi grassi mono e poli-insaturi riduce le concentrazioni di questo colesterolo .
Tuttavia, l’evidenza dell’impatto dei grassi saturi sul rischio di malattie cardiovascolari non è così sicura come spesso si è fatto pensare. Infatti è emerso che l’effetto di determinati alimenti sul rischio cardiovascolare non può essere previsto unicamente dal loro contenuto di grassi saturi. I singoli grassi saturi possono avere diversi effetti cardiovascolari e le principali fonti alimentari di grassi saturi a base vegetale e animale, contengono un’ampia varietà di altri composti, che potrebbero influenzare gli esiti cardiovascolari. Nel tempo, quindi, si è  puntato il dito verso i grassi e, soprattutto saturi, per giustificare il peggioramento del profilo lipidico del sangue. Allo stesso tempo poche ricerche sono state fatte sull’effetto dell’assunzione di grassi saturi sul profilo lipidico, nel contesto di diete a basso contenuto di carboidrati.
In questo caso ci viene in aiuto uno studio molto recente diretto dalla Stanford University e pubblicato sul The American Journal of Clinical Nutrition nel gennaio del 2019.
Reclutati 609 adulti generalmente sani, di età compresa tra i 18 e i 50 anni, con indici di massa corporea di 28-40 , sono stati assegnati casualmente a una dieta sana a basso contenuto di grassi o a basso contenuto di carboidrati per 12 mesi. L’obbiettivo era appunto comprendere gli effetti sui lipidi (grassi) nel sangue in 208 soggetti che seguivano allo stesso tempo un’alimentazione a basso contenuto di carboidrati. I soggetti hanno avuto 22 sessioni educative di gruppo con nutrizionisti dietisti ed educatori della salute clinica. I dati sono stati raccolti all’inizio, al terzo mese, al sesto e alla fine del dodicesimo. Per tutto il percorso sono stati seguiti attentamente con il monitoraggio della dieta in relazione al livello di assunzione dei carboidrati e grassi saturi.
I ricercatori hanno concluso che coloro che seguono una dieta dimagrante a basso contenuto di carboidrati e che aumentano il loro apporto di grassi saturi nella dieta possono, migliorare il loro profilo lipidico complessivo a condizione che si concentrino su una dieta di alta qualità e riducano l’assunzione di calorie e carboidrati raffinati. L’analisi evidenziava anche la possibilità che a ogni aumento dell’1% di grassi saturi diminuissero progressivamente i trigliceridi a patto che l’assunzione di carboidrati rimanesse bassa.
In questo caso ho anche la possibilità di condividere con voi le parole della Dottoressa Lucia Aronica, che che ha fatto parte del team dei ricercatori e con cui ho avuto modo di parlare personalmente dei risultati di questa ricerca dice: “lo studio ha rilevato che quanti più grassi saturi le persone in low-carb assumevano, tanto più migliorava il loro profilo lipidico, i trigliceridi risultavano più bassi e si alzava il colesterolo HDL. Al contrario, i valori del profilo lipidico, peggioravano nel contesto di una dieta alta in carboidrati.”
Questa analisi contribuisce al dibattito scientifico sulla questione alimentare e l’associazione con problemi cardiovascolari e obesità e sul ruolo dei grassi rispetto ai carboidrati. Ovviamente gli studi devono proseguire per acquisire sempre più conoscenze in merito.
Da tutto questo comprendiamo perché è nato l’equivoco che i grassi facciano male: evidentemente il problema sta nell’abbinamento con i carboidrati e in altri articoli ho indicato il meccanismo che c’è alla base di questo pericolo. Si stanno moltiplicando sempre più gli studi che indicano fortemente che, per anni, si è data la caccia al nemico sbagliato e noi dell’alimentazione consapevole facciamo la nostra parte per farvelo sapere.
Fonte
https://academic.oup.com/ajcn/article-abstract/109/2/433/5289643?redirectedFrom=fulltext
https://academic.oup.com/ajcn/article/109/2/433/5289643?guestAccessKey=a2a53735-fa10-418a-93f5-c21f7ad2732a&fbclid=IwAR2ULrulVNd5OkZGcKetp2H48AR2jBovNxjIvpAfi4KCN_oTR1Ng1F3b1SU

VERAMENTE 5 o 6 PASTI AL GIORNO FANNO COSI’…

In quante occasioni hai sentito dire da esperti che l’ideale per stare bene sia mangiare 5 o addirittura 6 volte la giorno? Ma questo consiglio ha forse delle basi scientifiche?
Uno studio finanziato dal Ministero della Salute della Repubblica Ceca pubblicato nel maggio 2014 aveva lo scopo di confrontare l’effetto di sei pasti rispetto a due pasti al giorno (colazione e pranzo) , sul peso corporeo, sul contenuto di grasso epatico , sull’insulino-resistenza e sulla funzione delle cellule beta.
La frequenza dei pasti è un aspetto importante della nutrizione, con profondi effetti sulla salute umana e sulla durata della vita. L’assunzione eccessiva di energia è associata a una maggiore incidenza di malattie croniche, tra cui il diabete ed è una delle principali cause di disabilità e morte nei paesi occidentali . Una dieta ipoenergetica è fondamentale sia per la prevenzione, che per il trattamento del diabete di tipo 2. Di solito viene consigliato di consumare cinque o sei piccoli pasti al giorno. Mangiare più frequentemente si presume possa ridurre la fame e quindi ridurre l’assunzione di energia e il peso corporeo. Tuttavia, gli effetti della frequenza dei pasti sulla salute umana e sulla longevità, non sono chiari .
Diversi studi hanno dimostrato che la riduzione della frequenza dei pasti può prevenire lo sviluppo di malattie croniche e prolungare la durata della vita negli animali da laboratorio a causa di un minore danno ossidativo e di una maggiore resistenza allo stress . Il digiuno intermittente porta a una durata prolungata e influisce positivamente sulla tolleranza al glucosio, sulla sensibilità all’insulina e sull’incidenza del diabete di tipo 2 nei topi. C’è anche una letteratura emergente che dimostra una relazione tra i tempi di alimentazione e la regolazione del peso negli animali.
Studi osservazionali negli esseri umani indicano che mangiare più spesso di tre volte al giorno può svolgere un ruolo nel sovrappeso e nell’obesità e che l’alimentazione frequente predispone ad un maggiore consumo energetico aumentando gli stimoli alimentari e difficoltà a controllare il bilancio energetico.
In questo studio sono stati esaminati 219 individui, 54 pazienti con diabete di tipo 2 (con durata della malattia superiore a 1 anno) trattati da agenti ipoglicemici orali (uomini e donne), di età compresa tra 30 e 70 anni.
Lo scopo di questo studio era quello di confrontare l’effetto di sei pasti contro due pasti al giorno sul peso corporeo, grasso epatico, insulino-resistenza e funzionalità delle cellule beta, tenendo sempre le stesse calorie 2.092 kJ al giorno. Si è ipotizzato che mangiare solo colazione e pranzo avrebbe avuto effetti positivi.
I partecipanti hanno iniziato un regime di 12 settimane con sei pasti e poi altre 12 con 2 pasti al giorno. Il regime con sei pasti consisteva di tre pasti principali (colazione, pranzo e cena) e tre snack più piccoli in mezzo. Il regime con 2 consisteva nella colazione, consumata tra le 06:00 e le 10:00 e il pranzo  tra le 12:00 e le 16:00 .
I dati raccolti hanno contradetto l’opinione diffusa secondo cui mangiare più frequentemente sia più sano che mangiare pasti più grandi meno frequenti. In conclusione, una dieta che comprendesse solo colazione e pranzo ha ridotto il peso corporeo, il grasso epatico, la glicemia a digiuno, il peptide C (molecola che solitamente si innalza in chi ha il diabete di tipo 2) e il glucagone, infine, è risultata una maggiore sensibilità all’insulina facendo i due pasti al giorno.
I ricercatori evidenziano il fatto che questi risultati suggeriscono che mangiare due pasti più grandi al giorno (colazione e pranzo) può essere più vantaggioso per i pazienti con diabete di tipo 2, rispetto a sei pasti più piccoli durante il giorno.
Per prendere a prestito le parole dei ricercatori, anche noi dell’alimentazione consapevole vi teniamo informati sulle ricerche scientifiche che prendono in considerazione “nuove strategie che dovrebbero includere, non solo il contenuto energetico e i macronutrienti, ma anche la frequenza e la tempistica di come usare gli alimenti.”
Fonte
https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00125-014-3253-5

 

IPERTENSIONE: GLI STUDI FANNO LUCE SULLA VERA CAUSA

Fra i tanti articoli che ho pubblicato,  mi sono reso conto che ne mancava uno dedicato specificamente alla pressione sanguigna e uno studio pubblicato in questi giorni mi ha motivato a scriverlo. L’International Journal of Environmental Research and Public Health ha pubblicato, il 26 Luglio 2019, uno studio molto importate fatto nel Regno Unito in relazione all’ipertensione.
Il National Institute for Health and Care Excellence (NICE), definisce l’ipertensione come una pressione sanguigna media sostenuta di 140/90 mmHg o superiore e un successivo monitoraggio della pressione sanguigna ambulatoriale, nella media diurna o nella media di monitoraggio, della pressione sanguigna domestica 135/85 mmHg o superiore. Secondo un recente studio sulla malattia , l’ipertensione è il secondo più grande fattore di rischio globale noto per la malattia dopo una cattiva dieta. Nel Regno Unito, l’ipertensione è il terzo fattore di rischio maggiore per le malattie, dopo il fumo di tabacco e una dieta povera.
Nel tempo, diversi studi hanno indagato sulla possibile correlazione fra ipertensione e alimentazione e in questo modo si è arrivati effettivamente a comprendere quali sono le cause e gli alimenti fortemente coinvolti.
Un precedente studio del 2013 su 19 pazienti con diabete di tipo 2 e pre-diabete o tolleranza al glucosio alterata, ha provato, limitando i carboidrati a meno di 130 g al giorno. In questo studio pilota di otto mesi gli autori sono stati colpiti dai miglioramenti significativi e inaspettati della pressione sanguigna tanto da portare all’interruzione di diversi farmaci antiipertensivi.
Ad ogni modo i miglioramenti nelle caratteristiche della sindrome metabolica associata a una riduzione dell’assunzione di carboidrati erano stati dimostrati già nel 2005 comprendendo che era dovuta all’effetto dei carboidrati sull’attività insulinica . Una riduzione non solo dello zucchero, ma di tutte le fonti dietetiche di glucosio come pane, patate e cereali, riduce  la secrezione di insulina e  ne migliora la sensibilità. La resistenza all’insulina è implicata nelle origini della sindrome metabolica, che comprende quanto segue: pressione sanguigna, diabete di tipo 2, obesità , dislipidaemia e fegato grasso.
A questo punto si è voluto strutturare uno studio più ampio per avere maggiori dati disponibili.
Il nuovo gruppo è ora costituito da 154 pazienti, 90 uomini e 64 donne di cui 89 erano pazienti con diabete di tipo 2 .
Le misurazioni di base includevano: peso, pressione sanguigna, colesterolo totale, colesterolo HDL, livelli di trigliceridi a digiuno e farmaci per l’ipertensione.
DIETA
I ricercatori si sono concentrati in particolare sulla consulenza a una drastica riduzione dello zucchero alimentare totale, spiegando che si tratta non solo di ridurre lo zucchero da tavola, ma di carboidrati amidacei come pane, cereali e patate, che sono essi stessi costituiti da glucosio (nella forma di amido). Per aiutare, hanno usato il nuovo modello basato su un cucchiaino di sistema di equivalente di zucchero che rappresenta il carico glicemico di vari alimenti . Per esempio, una piccola fetta di pane integrale provoca lo stesso aumento della glicemia come tre cucchiaini di zucchero da tavola. Un altro esempio potrebbe essere che una ciotola di riso bollito da 150 g influenzerà la glicemia nella stessa misura di dieci cucchiaini di zucchero da tavola. Informazioni come questa hanno aiutato i pazienti a capire che una colazione di cornflakes, toast marrone e succo di mela è, in effetti, zucchero più zucchero.
I pazienti hanno anche trovato utile comprendere il legame fisiologico tra glucosio, insulina e obesità, dove l’insulina potrebbe essere vista come “spingere” il glucosio in eccesso nelle cellule adipose. I pazienti sono stati incoraggiati a tagliare i carboidrati e aumentare l’assunzione di verdure verdi, frutti a basso indice glicemico e grassi sani presenti in olio d’oliva, uova, noci e simili. I pazienti sono stati incoraggiati anche a mangiare carne e pesce non trasformati. Alcuni hanno trovato utile pensare di sostituire le “cose bianche” come patate, pane o riso con “roba verde” come broccoli, cavoli primaverili o zucchine. La pesatura del cibo o del conteggio delle calorie non è stata consigliata proprio per rendere la dieta più pratica e sostenibile.
Il tempo medio dedicato alla dieta è stato di 24 mesi.
RISULTATI
I lipidi nel sangue mostrano tutti risultati significativi, ma i miglioramenti nei livelli di trigliceridi del siero al sono stati particolarmente sorprendenti. Il peso medio è sceso complessivamente di 9,5 kg.
I risultati sono stati che persone affette da diabete di tipo 2 o intolleranza al glucosio che applicano una dieta a basso contenuto di carboidrati per una media di due anni ha portato a miglioramenti significativi nella pressione sanguigna, nel peso e nei parametri lipidici conducendo alla diminuzione del 21,5% del totale dei farmaci per ipertensione. 27 pazienti sono stati in grado di ridurre o interrompere la terapia antiipertensiva con un totale netto di 35 farmaci. In più la dieta era ben tollerata.
I medici hanno constatato che la perdita di peso da sola non può spiegare il calo regolato della pressione sanguigna. Alcuni dei pazienti ipertensivi che hanno risposto alla dieta a basso contenuto di carboidrati non erano nemmeno in sovrappeso all’inizio. Per esempio, una signora di 50 anni aveva ipertensione scarsamente controllata di 142/94 mmHg durante l’assunzione di perindopril 4 mg al giorno nonostante un indice di massa corporea di soli 22.1. Dicono che normalmente non sarebbe mai venuto in mente di consigliare qualsiasi tipo di dieta per questo paziente, ma era interessata a provare a causa dei suoi test anormali di funzione epatica che suggerivano una malattia epatica grassa non alcolica. Nel corso di alcuni mesi di una dieta a basso contenuto di carboidrati la sua pressione è migliorata a 132/75 mmHg, anche dopo aver interrotto l’uso del farmaco ,un miglioramento che è durato  fino alla pubblicazione dello studio. Ha anche perso 2 kg di peso.
IL SALE UN FALSO NEMICO?
I ricercatori hanno tenuto a precisare che tutto ciò faccia appunto pensare che la fisiologia dell’azione dell’insulina sui reni causi ritenzione di sodio in casi come questi. Le evidenze indicano che una dieta a basso contenuto di carboidrati può migliorare sia l’iperinsulinaemia che l’insulino-resistenza, promuovendo la perdita di sodio nelle urine in modo da migliorare la pressione sanguigna. E’ ben noto che alti livelli di insulina elevano la pressione sanguigna, promuovere l’ipertrofia miocardiale e aumentare la ritenzione di sodio dal rene. I miglioramenti marcati potrebbero essere spiegati dagli effetti di una dieta a basso contenuto di carboidrati sull’azione dell’insulina nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 e intolleranza al glucosio, dove i livelli di insulina sono elevati e la resistenza all’insulina marcata. Il sodio è stato demonizzato come causa di ipertensione, quando forse l’insulina e l’insulino-resistenza possono effettivamente essere i colpevoli.
COMMENTI FINALI DEGLI AUTORI
“Questi vantaggi sostanziali possono tradursi in una significativa protezione cardiovascolare e risparmi di bilancio per i farmaci che dovrebbero essere testati in una grande sperimentazione prospettica. Limitare i carboidrati dietetici è ora riconosciuto come un modo per aiutare a controllare l’epidemia internazionale del diabete di tipo 2. Ciò aumenta l’ulteriore possibilità di un notevole risparmio di bilancio per i farmaci derivante da un approccio meno basso all’ipertensione.”
FONTE

https://www.mdpi.com/1660-4601/16/15/2680/htm?fbclid=IwAR2ejgUCQ5Gp4VHVysuolJu7KQ10j_97_IVH8Hq74lnzE5NvOJWrOebFNJU

 

FUNZIONALITA’ POLMONARE E ALIMENTAZIONE: COSA DOBBIAMO SAPERE?

La spirometria (letteralmente “misurazione del respiro”) è il più comune e diffuso esame della funzione respiratoria. Il test si esegue con l’ausilio di uno strumento chiamato spirometro. Uno degli aspetti più interessanti di questo esame è valutare la capacità di diffusione (o DLCO), cioè dell’assorbimento di monossido di carbonio (CO) a seguito di un singolo respiro che viene effettuato per un tempo standard (in genere 10 secondi). Questa prova è in grado di evidenziare eventuali alterazioni della capacità di diffusione come, ad esempio, può avvenire in caso di fibrosi polmonare.  L’esame della diffusione alveolo capillare, ci permette, in linea di massima, di individuare l’eventuale presenza di alcuni deficit connessi alla capacità dell’organismo di andare a trasferire l’ossigeno ai tessuti al di fuori dei polmoni.
La domanda ora è: l’alimentazione può influire sulle nostre funzionalità respiratorie? Vediamo alcuni studi molto illuminanti.
Nel 1990 il Dipartimento di Medicina Interna dell’ Università Stellenbosch, a Città del Capo in Sud Africa, ha evidenziato che in alcuni pazienti diabetici è stata rilevata una funzione polmonare anormale; le anomalie più consistenti sono la riduzione dei volumi polmonari anche  nei soggetti diabetici giovani di età inferiore ai 25 anni. La scoperta della funzione polmonare anormale in alcuni soggetti diabetici suggerisce che il polmone dovrebbe essere considerato un “organo bersaglio” nel diabete mellito.
Con questo obiettivo  è stato condotto uno studio sulla popolazione dell’India orientale, per la valutazione della funzione polmonare nel diabete mellito di tipo 2. Lo studio mostra cambiamenti significativi di FVC%, FEV1/FVC%, DLCO% e DL/VA%, nei pazienti con diabete di tipo 2 ed è stato correlato con un scarso controllo glicemico. Gli autori sostengono che l’alterazione dei valori della spirometria è probabilmente dovuta all’iperglicemia, indotta dalla glicosilazione non enzimatica delle proteine tissutali e alla microangiopatia diabetica cronica che causa l’ispessimento della membrana del seminterrato (capillari ed endotelio) che porta alla riduzione della forza e elasticità dei tessuti connettivi e ridotto volume del sangue polmonare, compromettendo così la capacità di diffusione che, come abbiamo visto, è la capacità dell’organismo di andare a trasferire l’ossigeno ai tessuti al di fuori dei polmoni.
Uno studio, che ha coinvolto 30 pazienti diabetici di tipo 2 di età 30-60 anni, ha valutato i livelli di emoglobina glicata (HbA1c), i livelli di glucosio nel sangue post prandiale e tutti i parametri della funzione polmonare compreso il DLCO. Il risultato è stata una significativa riduzione del valore del DLCO che non dipendeva da quanto tempo avessero il diabete. I ricercatori evidenziano la necessità di utilizzare la spirometria come strumento di screening tra i diabetici come misura preventiva precoce.
E’ evidente che  il diabete, o comunque l’iperglicemia influisca sulle funzionalità polmonari, ma la cosa  non  stupisce, perché già nel 1976 erano stati fatti studi su soggetti obesi che messi ad un regime a bassissimo contenuto di carboidrati avevano visto un miglioramento della funzionalità polmonari. Uno studio fatto su soggetti sani, sempre con un’alimentazione a bassissimo contenuto di carboidrati ha evidenziato la stessa cosa: il miglioramento delle funzionalità polmonari, tanto da raccomandarlo come possibile trattamento per chi avesse problematiche di questo tipo.
Altri studi del 1992 eseguiti all’ Oxford Centre of  Respiratory Medicine  hanno, appunto, riscontrato che  l’elevato apporto calorico dei carboidrati aumenta la produzione di anidride carbonica (VCO2) e può provocare insufficienza respiratoria in pazienti con grave malattia polmonare. L’energia ottenuta dal grasso si traduce in meno anidride carbonica.
Possiamo certamente dire che aver cura dei nostri polmoni rientra nell’alimentazione consapevole.
Fonti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2196023
 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4290223/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3809625/
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S126236360800164X
https://www.salutarmente.it/visite-specialistiche/dlco
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1256524/?fbclid=IwAR0gEOvhLkh0f6IAEE0m91Yu_koawep50s9DPolFYegjm_Hn_HVGJ2xUC9A
https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00408-015-9806-7
https://thorax.bmj.com/content/47/6/451
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/12620524/?i=6&from=%2F1496505%2Frelated&fbclid=IwAR2oF1QxKLdCC8ThqCcaX3cEvYWZI-sL4bA-J07Uv-3vzVrr3pxSPx6Ka7Q

AUTISMO:UN AIUTO PUO’ ARRIVARE DAL CIBO GIUSTO?

Non avevo ancora affrontato direttamente questo argomento molto delicato, ma dato che gli studi che prendono in considerazione autismo e alimentazione si stanno moltiplicando, è giusto farlo. L’autismo (dal greco αὐτός (aütós) – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori, di solito, notano i primi segni entro i primi due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite.
Negli ultimi anni si è cercato di comprendere fino a che punto anche l’alimentazione potesse avere un ruolo, al fine di migliorare la vita di chi ne è affetto.
Nel 2017 il Department of Pediatrics, Faculty of Medicine, Ain Shams University del Cairo e il Department of Pediatrics, Faculty of Medicine, Assiut University di Assiut in Egitto hanno pubblicato un interessante studio. Vediamolo nello specifico.
Molti regimi dietetici sono stati studiati per i pazienti con disturbo dello spettro autistico (ASD) negli ultimi anni. La dieta chetogenica sta guadagnando attenzione grazie al suo comprovato effetto sulle condizioni neurologiche, come l’epilessia nei bambini.
Quarantacinque bambini di età compresa tra 3-8 anni con diagnosi di ASD,  sono stati arruolati in questo studio. I pazienti sono stati divisi equamente in 3 gruppi, il primo gruppo ha ricevuto una dieta chetogenica come dieta modificata di Atkins (MAD), il secondo gruppo ha ricevuto una dieta priva di glutine e di caseina (GFCF) e il terzo gruppo ha ricevuto un’alimentazione bilanciata ed è servito come gruppo di controllo.
Tutti i pazienti sono stati valutati in termini di esame neurologico, misure antropometriche, nonché Scala di valutazione dell’autismo infantile (CARS), Scala di valutazione del trattamento dell’autismo (ATEC) prima e 6 mesi dopo l’inizio della dieta.
Entrambi i gruppi, sia la dieta chetogenica, che quella senza glutine e caseina, hanno mostrato un miglioramento significativo nei punteggi ATEC e CARS rispetto al gruppo di controllo con alimentazione generica.Il gruppo chetogenico ha ottenuto risultati migliori in termini di cognizione e socialità, rispetto al gruppo che ha seguito una dieta priva di glutine e caseina.
In conclusione, i ricercatori dichiarano che la dieta Atkins modificata, quindi chetogenica e regimi dietetici senza glutine e caseina, possono migliorare in modo sicuro le manifestazioni autistiche e potrebbero essere raccomandate per i bambini con il disturbo dello spettro autistico.
Comprendiamo che una dieta chetogenica non sempre sia facile da seguire per  bambini o adolescenti, ma certamente una senza glutine e caseina già potrebbe fare del bene ed è più semplice da seguire. Vi raccomandiamo di cercare medici al passo con questi studi scientifici.

Fonte

https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs11011-017-0088-z

 

IL RUOLO DELLE PROTEINE NELL’ETA’ CHE AVANZA

The journal of nutrition, health & aging il 19 febbraio 2019 ha reso pubblici i risultati di una ricerca fatta sulla necessità di assunzione di proteine negli anziani.
Dieta e nutrizione giocano ruoli importanti nel sostenere l’invecchiamento sano. Le assunzioni ottimali di nutrienti, in particolare le proteine dietetiche, sono di importanza critica per gli adulti anziani, poiché l’invecchiamento è associato a sarcopenia, un graduale e progressivo declino della massa muscolare, della forza e della resistenza . La sarcopenia può svilupparsi già a 40 anni di età e progredisce considerevolmente nel resto della vita, con conseguente perdita di forza muscolare in ragione del 50% o maggiore.
Negli adulti più anziani, la sarcopenia contribuisce a un aumento dei rischi di cadute e fratture e a una minore qualità della vita. Pertanto, soddisfare il bisogno di proteine e altre esigenze nutrizionali, è imperativo nel mantenere la massa corporea magra e per preservare la forza e le capacità funzionali nell’invecchiamento.
In generale, gli adulti più anziani consumano meno cibo, il che contribuisce a quantità insufficienti di proteine e di energia dietetiche . Diversi fattori influenzano l’assunzione di proteine negli adulti più anziani, tra cui il ridotto fabbisogno energetico, predisposizioni genetiche a basso appetito, età, malattia e correlata anoressia, disabilità fisiche e mentali che limitano l’acquisizione e la preparazione di cibo, cambiamento negli alimenti, la disfagia, i problemi dentali e l’insicurezza alimentare dovute a limitazioni finanziarie e sociali . Tuttavia, rimane una scarsità di dati per quanto riguarda gli anziani, circa i necessari livelli di assunzione di proteine e funzionamento fisico. Ciò è sempre più rilevante in quanto la qualità della vita nell’invecchiamento è una considerazione importante.
Molti non soddisfano l’attuale raccomandazione proteica, (l’assunzione minima raccomandata è 0,8 g di proteine per chilogrammo di peso corporeo ) diversi fattori contribuiscono a un maggiore fabbisogno proteico negli adulti più anziani, suggerendo che quelli con assunzioni di proteine inferiori sono ancora più lontani da assunzioni ottimali. Se le assunzioni dietetiche di proteina rimangono al di sotto dell’assunzione raccomandata, nel tempo questi potrebbero manifestarsi come limitazioni funzionali fisiche.
Comprendere le differenze legate all’età nelle assunzioni, potrebbe essere cruciale per interventi nutrizionali mirati per promuovere risultati ottimali in materia di salute nell’invecchiamento. Pertanto, lo scopo di questo studio è stato quello di esaminare le assunzioni proteiche e i modelli dietetici associati, rispetto alle raccomandazioni sull’assunzione di proteine e valutare le differenze nelle limitazioni funzionali tra un campione rappresentativo a livello nazionale di adulti anziani invecchiati.
Sono stati reclutati 11.680 adulti, sono stati suddivisi in 51 – 60 anni (n = 4.016), 61 – 70 anni (n = 3854), e 71 anni e oltre (n = 3810) per l’analisi. Il centro nazionale per la valutazione delle statistiche sanitarie ha esaminato e approvato tutti i protocolli di raccolta dei dati.
In particolare, quelli sotto la raccomandazione di assunzione di proteine erano più suscettibili di essere limitati quando si chinava, accovacciato o inginocchiato, in piedi o seduto per lunghi periodi, camminando per 10 gradini, preparando i pasti e camminando per circa 400 metri. La prevalenza di limitazioni fisiche per gli adulti di età compresa tra 51 e 60 anni, tra cui: seduto per lunghi periodi, entrare e uscire dal letto, preparare i pasti, attività ricreative a casa, e utilizzando una forchetta, coltello, e bere da una tazza, era entro il 3% della prevalenza di questi. Le stesse limitazioni per la popolazione campione oltre 71 anni di età. Gli adulti di ogni categoria di età avevano una prevalenza più elevata di limitazioni fisiche, mentali e sociali rispetto a quelle che soddisfano la raccomandazione sulle proteine, eccetto che per gli adulti sopra i 71 anni. La forza di impugnatura combinata non era significativamente diversa per coloro che non soddisfacevano la raccomandazione proteica per i partecipanti di età compresa tra 51 – 60 e 61 – 70 anni, ma era significativamente inferiore per i partecipanti oltre i 70 anni. Gli adulti che non soddisfano la raccomandazione sulle proteine erano più propensi ad avere più basse assunzioni di diversi nutrienti, tra cui fibra, tiamina, niacina, vitamina B6, folato, colina, vitamina C, vitamina B12, vitamina A, vitamina D, vitamina E, vitamina K, zinco, calcio, fosforo, magnesio, ferro, rame e selenio.
Al contrario le diete proteiche più elevate hanno dimostrato di aumentare il funzionamento fisico, in particolare con attività come camminare per mezzo miglio, salire e scendere le scale, chinarsi, inginocchiarsi, accovacciarsi e sollevare oggetti pesanti.
In definitiva c’è un consenso generale che raccomanda l’assunzione di proteine dietetiche di 1 – 1,2 g/kg/d per la popolazione sana in generale, ma superiore per gli adulti più anziani e gli individui con malattia acuta o cronica (fino a 2 g/kg/d) a seconda delle condizioni cliniche. Altri suggeriscono che le persone anziane dovrebbero consumare 30 g di proteine di alta qualità a colazione, pranzo e cena stimolando così meglio la sintesi proteica muscolare. Ovviamente sappiamo che l’assunzione giornaliera, indipendentemente da come avviene, garantisce le necessità basilari.
Data l’eterogeneità della popolazione più anziana in relazione al livello di attività, la composizione corporea e le condizioni croniche, lo studio in questione sottolinea che, medici e dietologi “possono contribuire a promuovere l’assunzione di proteine più elevate attraverso raccomandazioni dietetiche personalizzate che prendano in considerazione stato di salute , farmaci utilizzati e abitudini alimentari del paziente. Noi dell’alimentazione consapevole volevamo tenervi informati anche su questo.
Fonte
https://link.springer.com/article/10.1007/s12603-019-1174-1

 

FRUMENTO,GLUTINE E LATTICINI, UFFICIALMENTE PRO-INFIAMMATORI?

L’importante rivista Nutrients, il 17 maggio 2019, ha pubblicato una storica ricerca portata avanti anche dalla Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico dipartimento di scienze cliniche e salute della Comunità dell’ Università degli studi di Milano. Questo aspetto è una importante premessa perché, come dico spesso, noi tendiamo a guardare con diffidenza le ricerche che arrivano dall’estero, in questo caso l’Italia è stata in prima linea.
Questo studio è stato progettato per analizzare la misurazione delle Immuno-globuline G specifiche per gli alimenti (IgG) in una grande coorte di soggetti con una cultura alimentare simile. Le immunoglobuline G (IgG) sono un tipo di anticorpi cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria  dell’organismo umano. L’ipotesi è che concentrazioni elevate di IgG specifiche per gli alimenti nei soggetti affetti da infiammazione sistemica o dell’organo, possano appunto favorire uno scenario pro-infiammatorio e provocare sintomi infiammatori gastroenterici e/o da altri tessuti o infiammazioni sistemiche. La presenza di IgG specifiche per il glutine, ad esempio, indica che l’organismo controlla una possibile reazione allergica o anafilattica al glutine; impedisce l’allergia, ma al tempo stesso indica che quella persona sta mangiando glutine o prodotti analoghi in modo eccessivo o ripetuto, cosa che solitamente è ingiustamente sottovalutata dalla comunità medica.
Le concentrazioni di anticorpi IgG specifiche per il cibo sono state rilevate in 18.012 soggetti europei caucasici o meridionali, di età superiore ai 18 anni. Altri studi in passato erano giunti alle stesse conclusioni, ma questo è particolarmente rilevante dato il numero dei soggetti considerati.
La produzione di anticorpi IgG specifici per alimenti è direttamente correlata all’assunzione ricorrente o prevalente di alimenti specifici e può causare una reazione immunitaria che induce, in determinate condizioni, un aumento dei mediatori infiammatori . Il sistema immunitario non riconosce specificamente gli alimenti da IgG, come nel caso delle IgE, ma piuttosto con un approccio di somiglianza, identificando cluster di antigene alimentare che riflettono le abitudini alimentari all’interno di diverse popolazioni. Secondo questa conoscenza, la valutazione delle diverse curve di distribuzione dei livelli di IgG nella popolazione italiana, ci permette di comprendere meglio il possibile ruolo della produzione di IgG e come questi anticorpi possono evidenziare un eccesso nutrizionale specifico di un alimento, suggerendo un diverso approccio dietetico alle malattie infiammatorie.  L’aumento della quantità di contatto con alimenti antigenici porta alla produzione di IgG alimentari specifiche per un gran numero di alimenti diversi, evitando così una prevalenza assoluta di un singolo specifico di un determinato gruppo alimentare. Con queste informazioni, l’attivazione di una risposta infiammatoria ragionevole può essere possibilmente impedita o modulata.
Queste condizioni potrebbero convertire il ruolo del microbiota da un partner antinfiammatorio di cellule, in una raccolta aggressiva di batteri pro-infiammatori
Questo equilibrio immunitario perfezionato consente agli antigeni alimentari alieni di atterrare in modo sicuro sulla mucosa intestinale in quanto vengono trasformati e autorizzati a passare attraverso la superficie della mucosa e diventare elementi nutrizionali per il microbiota, diventando accettati come “alieni legali“. Il consumo ripetitivo e continuo di un particolare alimento che corrisponde ad una maggiore produzione di anticorpi specifici può fratturare l’equilibrio, aumentare i mediatori infiammatori e danneggiare i delicati incroci di gap nella mucosa intestinale.
Sono stati riscontrati livelli elevati per gli alimenti che presentavano concentrazioni di IgG > 20 U/mL, come formaggi trasformati, latte vaccino e frumento tenero. In particolare, i valori di IgG con una distribuzione bimodale, sono stati più elevati rispetto ai valori IgG con una distribuzione asimmetrica.
Quali sono quindi gli alimenti chiamati in causa?
Il primo gruppo comprende alimenti con un alto contenuto di nichel, come pomodoro, kiwi, arachidi, mandorle e grano saraceno. All’interno di questo gruppo, un secondo cluster può essere identificato, che comprende grano e cereali associati come Kamut, farro, e orzo. Il terzo gruppo comprende prodotti lattiero-caseari (come il latte di mucca e di capra, nonché parmigiano, mozzarella e ricotta). Il quarto comprende lieviti come Candida albicans e Saccharomyces cerevisiae e funghi porcini e champignon. Questo cluster è probabilmente collegato a alimenti fermentati. L’ultimo gruppo contiene noci tostate (arachidi e mandorle) ed è probabilmente correlato con oli riscaldati e cotti.
Anche il noto sito Eurosalus, che ha preso in considerazione le conclusione dello studio, ha riassunto bene i risultati della ricerca dicendo che i seguenti “ Grandi Gruppi Alimentari sono oggi una realtà incontestabile sul piano scientifico, che può aiutare qualsiasi ricercatore a personalizzare la diagnosi e la terapia dei disturbi correlati alla infiammazione da cibo” schematizzando così gli alimenti coivolti:
  • Frumento e Glutine
  • Latte, prodotti lattiero caseari e di derivazione bovina (formaggi, yogurt ecc.)
  • Prodotti fermentati e lievitati (correlati a lievito, fermentazione, presenza di miceti o lieviti, dal pane al tè, al vino, all’aceto e anche al pane azzimo e ai prodotti da forno senza lievito aggiunto)
  • Nichel, Grassi idrogenati vegetali e prodotti a questi correlati (dal cacao al pomodoro, al kiwi, ai prodotti confezionati dell’industria o ai grassi industriali cotti)
  • Oli cotti (tutti i prodotti, anche quelli casalinghi, in cui sono usati oli vegetali per la cottura)
CONFERME SULLA SALUTE
Che l’utilizzo o meno di questi gruppi alimentari possa effettivamente fare la differenza sulla salute, è confermato dal fatto che gli anticorpi IgG specifici per alimenti sono molto più elevati in pazienti con malattia di Crohn. Gli stessi pazienti hanno mostrato un significativo miglioramento clinico nei sintomi della malattia infiammatoria intestinale (IBD) quando gli alimenti associati a IgG altamente specifici sono stati rimossi dalla dieta.
E’ stato eseguito uno studio simile in doppio cieco, controllato con placebo dietetico, per dimostrare che i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile (IBS) potrebbero essere ridotti in pazienti privi di comprovata malattia celiaca e con clinica sensibilità al glutine. Un simile studio ha dimostrato che i sintomi clinici  della malattia infiammatoria intestinale, sono stati ridotti significativamente in pazienti affetti da sindrome di Sjogren, che hanno seguito una dieta caratterizzata da alte concentrazioni di alimento-specifico IgG.
In definitiva, lo scenario è scientificamente cambiato, questi alimenti non si stanno rivelando così innocenti come si è sempre pensato e se pensiamo a quanti cibi contenenti frumento, glutine e derivati del latte, fanno parte della normale alimentazione di ogni giorno, si possono spiegare ora molte cose. Probabilmente qualcuno dirà che la causa non è l’alimento in se, ma la frequenza con cui si usano. Certamente anche questo è vero, però è stato proprio questo il problema: nessuno degli organi considerati ufficiali ha mai messo in guardia dall’uso quotidiano di questi alimenti. Anzi, la colazione perfetta, da sempre consigliata, è stata latte e fette biscottate e pranzi e cene con pasta e pane, senza contare gli spuntini di yogurt o focacce e pizzette. In pratica, qualunque sia la causa, una cosa è certa, l’uso quotidiano di questi alimenti è sempre stato promosso e addirittura è stato spesso ribadito a chiare lettere che chi, senza conferme di celiachia e intolleranze al latte con analisi alla mano, avesse tolto questi alimenti, avrebbe avuto danni gravi alla salute. Tutto questo, come è evidente, è  infondato, anzi la salute e il benessere ci guadagneranno.
Noi dell’alimentazione consapevole non siamo certamente stati presi alla sprovvista da questi studi, ma abbiamo sempre sostenuto questa linea sempre più scientifica.
Fonti
https://www.mdpi.com/2072-6643/11/5/1096/htm
https://www.eurosalus.com/Infiammazione-da-cibo/Nutrients-i-Grandi-Gruppi-Alimentari-riconosciuti-dalla-comunita-scientifica-internazionale