In precedenza ho chiaramente spiegato che tra indice glicemico e carico glicemico, il valore più determinate è il carico glicemico. Ora vedremo tra carico glicemico e indice insulinico, quale dei due risulta il più determinante. Per dare risposta la prima cosa da fare è comprendere il ruolo dell’insulina.
L’insulina è un ormone peptidico dalle proprietà anaboliche, prodotto dalle cellule beta delle isole di Langerhans all’interno del pancreas. La sua funzione più nota è quella di regolatore dei livelli di glucosio ematico riducendo la glicemia mediante l’attivazione di diversi processi metabolici e cellulari. Ha inoltre un essenziale ruolo nella proteosintesi (sintesi proteica) assieme ad altri ormoni, che sinergicamente partecipano a tale processo, tra cui l’asse GH/IGF-1, e il testosterone.
L’insulina è il principale ormone responsabile del fenomeno di ingrassamento (lipogenesi), cioè lo stoccaggio di lipidi all’interno del tessuto adiposo. In realtà l’insulina interviene in ogni caso, con il semplice scopo di “nutrire” questi tessuti, anche in seguito all’introduzione di altri nutrienti, quali proteine (o aminoacidi e peptidi) e lipidi, e non solo con il compito di gestire un eventuale eccesso di zuccheri nel sangue. I principali effetti dell’insulina sul muscolo e sul tessuto adiposo sono: (1) Metabolismo dei carboidrati: (a) aumenta il tasso di trasporto del glucosio attraverso la membrana cellulare, (b) aumenta il tasso di glicolisi aumentando l’attività di esochinasi e 6-fosfofuctokinasi (c) stimola il tasso di sintesi del glicogeno e diminuisce il tasso di degradazione del glicogeno. (2) Metabolismo dei lipidi: (a) diminuisce il tasso di lipolisi nel tessuto adiposo e quindi abbassa il livello degli acidi grassi plasmatici, (b) stimola la sintesi di acido grasso e triacilglicerolo nei tessuti, (c) aumenta l’assorbimento dei trigliceridi dal sangue nel tessuto adiposo e nei muscoli, (d) diminuisce il tasso di ossidazione degli acidi grassi nei muscoli e nel fegato. (3) Metabolismo proteico: (a) aumenta il tasso di trasporto di alcuni amminoacidi nei tessuti, (b) aumenta il tasso di sintesi proteica nei muscoli, tessuto adiposo, fegato e altri tessuti, (c) diminuisce il tasso di degradazione delle proteine ​​nei muscoli (e forse in altri tessuti). Questi effetti dell’insulina servono a incoraggiare la sintesi di carboidrati, grassi e proteine, pertanto l’insulina può essere considerata un ormone anabolico.
È la somministrazione di carboidrati che determina un reale antagonismo tra l’ormone della crescita, glucagone e insulina. I carboidrati infatti stimolano fortemente l’insulina con lo scopo di controllare i livelli glicemici e gestire un eventuale eccesso, mentre l’ormone della crescita e il glucagone vengono inibiti, poiché non devono antagonizzare l’effetto ipoglicemizzante dell’insulina a causa dell’abbondanza di glucosio, ma al contrario, l’effetto dell’insulina non contrastato, causa un facile accumulo dell’eccesso di carboidrati sotto forma di glicogeno e trigliceridi. L’insulina quindi causa lipogenesi se in presenza di glucidi, o glucidi mescolati ad altri nutrienti, mentre le sole proteine non la inducono all’accumulo di grasso corporeo, ma anzi al dimagrimento.
Detto questo passiamo ad esaminare il recente parametro studiato per calcolare l’indice insulinico.
L’Indice insulinico (II), dall’inglese Insulin index, Insulinemic index, o Food insulin index (FII), è un parametro che misura la produzione di Insulina nell’organismo in risposta all’ingestione di un qualsiasi alimento. Esso quindi rappresenta l’effetto di un alimento esclusivamente e direttamente sull’insulinemia, e non sulla glicemia, permettendo una valutazione più precisa della risposta insulinica . Effettivamente l’impatto dei macronutrienti sull’insulinemia è, del 90-100% per i carboidrati, del 50% per le proteine e del 10% per i grassi,  ciò conferma che non sono solo i carboidrati ad incidere sulla produzione insulinica, ma anche proteine in maniera moderata, e grassi in maniera molto blanda, cosa che l’indice glicemico non considera. Però ancora questo indice potrebbe non essere esaustivo come non lo è l’indice glicemico ecco perché come sappiamo è stato sviluppato il carico glicemico. Allo stesso modo i ricercatori stanno indagando sul possibile carico insulico.
Il Carico insulinico o CI, dall’inglese insulin load, abbreviato in IL, è un parametro che stabilisce l’impatto sull’insulinemia di un cibo in base al suo indice insulinico (II) e al suo valore calorico. In analogia con quanto fa il carico glicemico in relazione al indice glicemico per valutare i livelli della glicemia in base alla specifica quantità di carboidrati di un alimento glucidico, il carico insulinico misura i livelli dell’insulinemia indotti da una specifica quantità dei cibi calorici in base al loro indice insulinico, cioè al potere dei cibi di stimolare l’insulina in termini assoluti sulla base della stessa quantità isocalorica standard, senza considerare però la quota di carboidrati contenuti al loro interno. Il carico insulinico viene calcolato moltiplicando i valori dell’indice insulinico per l’apporto calorico totale.
Il carico insulinico è un parametro molto recente che ha iniziato ad essere applicato in alcuni studi solo alla fine degli anni duemila. L’indice insulinico venne riconosciuto alla fine degli anni ottanta precisamente nel 1987, ma, come l’indice glicemico, necessitava di un metodo di calcolo per poter quantificare la produzione di insulina relativa ad una precisa porzione di un alimento sulla base del suo valore o punteggio assoluto. Il carico insulinico è stato il più recente metodo di calcolo, com’era stato in passato per l’indice glicemico con il carico glicemico, creato col fine di dare un riferimento quantitativo, e non qualitativo, sulla secrezione insulinica in risposta ad un determinato cibo, ma è ancora oggetto di studio.
In definitiva di cosa si deve tenere conto? Vi riporto le interessanti osservazioni della prof. Jannie Brand-Miller, una delle ricercatrici che hanno approfondito i diversi studi sull’indice insulinico, nell’ultima versione del suo libro “The New Glucose Revolution dice:
“Dato che è chiaro che la richiesta di insulina esercitata dai cibi è importante per la salute a lungo termine, non sarebbe necessario utilizzare l’indice insulinico dei cibi al posto dell’indice glicemico. Quando vengono testati entrambi assieme, l’indice glicemico è estremamente valido nel prevedere l’indice insulinico dei cibi. In altre parole, un cibo a basso indice glicemico ha [solitamente] un basso indice insulinico. Inoltre, i livelli di glucosio nel sangue sono direttamente correlati a reazioni avverse come la glicosilazione proteica (l’unione tra glucosio e proteine) e molecole ossidative. Ci sono tuttavia alcuni casi, in cui un cibo ha un basso indice glicemico ma un alto indice insulinico. Questo discorso va applicato ai latticini e a qualche cibo appetitoso altamente energetico. Alcuni cibi (come carne, pesce e uova) che non contengono carboidrati [in realtà li contengono in quantità minime e irrilevanti, ma solo proteine e grassi (ed hanno praticamente un IG pari a zero), riescono ancora a stimolare significativamente l’Insulina plasmatica. Attualmente, non sappiamo come interpretare questo tipo di risposta (bassa glicemia, alta insulinemia) per la salute a lungo termine. Potrebbe essere una conseguenza positiva perché l’incremento dell’insulina contribuisce ad abbassare i livelli della glicemia. D’altra parte, potrebbe essere non così positivo, poiché l’incrementata richiesta di insulina contribuisce a provocare l’esaurimento delle cellule β del pancreas e lo sviluppo del diabete di tipo 2. Fino a quando non verranno condotti studi per rispondere a queste domande, l’indice glicemico rimane uno strumento comprovato per prevenire gli effetti [negativi] del cibo sulla salute.»
In sostanza la professoressa dice che sicuramente il pericolo maggiore sta nei cibi che innalzano lo zucchero nel sangue perché, oltre a stimolare l’insulina, creano l’ormai famoso fenomeno della glicazione, che sarebbe come ho spiegato in un altro articolo, il danneggiamento delle proteine e dei grassi di cui è fatto il nostro organismo a causa dell’appiccicarsi ad esse di questo zucchero: ecco la causa dell’invecchiamento precoce dell’organismo e altre serie patologie.
Che dire invece dei cibi come carne, pesce, uova, che stimolano l’insulina, ma non innalzano la glicemia? Qualcuno ha sollevato, appunto, sospetti, sostenendo che possano causare insulino resistenza, ma ciò non è stato ne provato ne corrisponde a ciò che sappiamo realmente; quello che invece è provato è che sono i carboidrati la causa dell’insulino resistenza e molti studi fatti sui pazienti l’hanno riscontrato. Ad esempio nel 2004 uno studio fatto su 13 donne ha riscontrato che una dieta  a basso contenuto di carboidrati ha portato una migliore sensibilità all’insulina. Più recentemente nel 2018 è stato riscontrato che nelle donne con carcinoma ovarico o endometriale, applicando una dieta chetogenica, l’insulina sierica si riduceva e questo è proprio l’effetto della migliore sensibilità all’insulina.
Riassumendo comprendiamo che, l’insulina è un ormone importate, che ha la sua vitale funzione così che tutto il nostro organismo sarà ben nutrito. Il problema non sta tanto se certi cibi stimolano l’insulina o meno, ma quanto la stimolano e perché la stimolano. Abbiamo visto che i cibi che la stimolano maggiormente sono i carboidrati e di conseguenza l’insulina secreta, troverà zuccheri da immettere nelle nostre cellule. L’insulina, stimolata da proteine e grassi non troverà nel sangue zucchero da eliminare, immaganizzandolo nelle cellule e tutto ciò sarà molto positivo. Ecco perché è nato il sospetto che grassi e proteine facessero male, perché, se mischiati ai carboidrati, effettivamente stimolano l’insulina in modo anomalo e si favorisce la glicazione che, come abbiamo visto, provoca il danneggiamento di proteine e grassi. Questa reazione, al contrario, non avviene se si utilizzano grassi e proteine da soli, perché l’insulina non troverà eccessi di zucchero nel sangue e allo stesso tempo si attiveranno gli ormoni antagonisti dell’insulina, che tendono ad essere soppressi quando ci si alimenta di carboidrati. Ad esempio l’insulina dopo un pasto di carboidrati sarà 20 volte maggiore del glucagone .  Tutto ciò favorisce così un ottimo equilibrio metabolico. Infatti un pasto proteico sappiamo che stimola anche la produzione, oltre che dell’insulina e del glucagone, anche del GH dell’IGF-1 e del testosterone tutti questi ormoni che se attivati in maniera corretta creano un ottimo equilibrio metabolico. Ecco perché i fatti hanno sempre dimostrato che oltre a  migliorare anche la sensibilità insulinica, si  combatte così anche l’insulino resistenza, questo avviene perché l’ormone pancreatico come abbiamo visto viene stimolato senza un aumento degli zuccheri nel sangue.
Quindi, alla domanda, di  quale sia il metro di valutazione attualmente valido per indicare i cibi da favorire, tra indice insulinico o il carico glicemico, la risposta è  il carico glicemico. Si, il carico glicemico rimane, al presente, il miglior indicatore per prevedere l’effetto che un alimento avrà su glicemia, risposta insulinica e glicazione.
Riferimenti
https://www.diabete.com/lndice-insulinico-cose-e-a-cosa-serve/
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21864752&prev=search
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1204764/&prev=search
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29397563&prev=search

https://whttps://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15047685/?i=2&from=%2F15601959%2Frelated&fbclid=IwAR0bQGkVCJ9tBRjNZDsibPBUmEmA4w3_kMt8RTvs8lj0r8cR6Pno7RrBK

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30137481/?i=8&from=insulin%20resistance%20ketogenic&fbclid=IwAR3Br5dY-AAWSGFZ9-JOlSoHr8UNYy5KeBqA0IWE4zpBvRTaMSAK3zI3eLM

 

 

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