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FUNZIONALITA’ POLMONARE E ALIMENTAZIONE: COSA DOBBIAMO SAPERE?

La spirometria (letteralmente “misurazione del respiro”) è il più comune e diffuso esame della funzione respiratoria. Il test si esegue con l’ausilio di uno strumento chiamato spirometro. Uno degli aspetti più interessanti di questo esame è valutare la capacità di diffusione (o DLCO), cioè dell’assorbimento di monossido di carbonio (CO) a seguito di un singolo respiro che viene effettuato per un tempo standard (in genere 10 secondi). Questa prova è in grado di evidenziare eventuali alterazioni della capacità di diffusione come, ad esempio, può avvenire in caso di fibrosi polmonare.  L’esame della diffusione alveolo capillare, ci permette, in linea di massima, di individuare l’eventuale presenza di alcuni deficit connessi alla capacità dell’organismo di andare a trasferire l’ossigeno ai tessuti al di fuori dei polmoni.
La domanda ora è: l’alimentazione può influire sulle nostre funzionalità respiratorie? Vediamo alcuni studi molto illuminanti.
Nel 1990 il Dipartimento di Medicina Interna dell’ Università Stellenbosch, a Città del Capo in Sud Africa, ha evidenziato che in alcuni pazienti diabetici è stata rilevata una funzione polmonare anormale; le anomalie più consistenti sono la riduzione dei volumi polmonari anche  nei soggetti diabetici giovani di età inferiore ai 25 anni. La scoperta della funzione polmonare anormale in alcuni soggetti diabetici suggerisce che il polmone dovrebbe essere considerato un “organo bersaglio” nel diabete mellito.
Con questo obiettivo  è stato condotto uno studio sulla popolazione dell’India orientale, per la valutazione della funzione polmonare nel diabete mellito di tipo 2. Lo studio mostra cambiamenti significativi di FVC%, FEV1/FVC%, DLCO% e DL/VA%, nei pazienti con diabete di tipo 2 ed è stato correlato con un scarso controllo glicemico. Gli autori sostengono che l’alterazione dei valori della spirometria è probabilmente dovuta all’iperglicemia, indotta dalla glicosilazione non enzimatica delle proteine tissutali e alla microangiopatia diabetica cronica che causa l’ispessimento della membrana del seminterrato (capillari ed endotelio) che porta alla riduzione della forza e elasticità dei tessuti connettivi e ridotto volume del sangue polmonare, compromettendo così la capacità di diffusione che, come abbiamo visto, è la capacità dell’organismo di andare a trasferire l’ossigeno ai tessuti al di fuori dei polmoni.
Uno studio, che ha coinvolto 30 pazienti diabetici di tipo 2 di età 30-60 anni, ha valutato i livelli di emoglobina glicata (HbA1c), i livelli di glucosio nel sangue post prandiale e tutti i parametri della funzione polmonare compreso il DLCO. Il risultato è stata una significativa riduzione del valore del DLCO che non dipendeva da quanto tempo avessero il diabete. I ricercatori evidenziano la necessità di utilizzare la spirometria come strumento di screening tra i diabetici come misura preventiva precoce.
E’ evidente che  il diabete, o comunque l’iperglicemia influisca sulle funzionalità polmonari, ma la cosa  non  stupisce, perché già nel 1976 erano stati fatti studi su soggetti obesi che messi ad un regime a bassissimo contenuto di carboidrati avevano visto un miglioramento della funzionalità polmonari. Uno studio fatto su soggetti sani, sempre con un’alimentazione a bassissimo contenuto di carboidrati ha evidenziato la stessa cosa: il miglioramento delle funzionalità polmonari, tanto da raccomandarlo come possibile trattamento per chi avesse problematiche di questo tipo.
Altri studi del 1992 eseguiti all’ Oxford Centre of  Respiratory Medicine  hanno, appunto, riscontrato che  l’elevato apporto calorico dei carboidrati aumenta la produzione di anidride carbonica (VCO2) e può provocare insufficienza respiratoria in pazienti con grave malattia polmonare. L’energia ottenuta dal grasso si traduce in meno anidride carbonica.
Possiamo certamente dire che aver cura dei nostri polmoni rientra nell’alimentazione consapevole.
Fonti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2196023
 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4290223/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3809625/
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S126236360800164X
https://www.salutarmente.it/visite-specialistiche/dlco
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1256524/?fbclid=IwAR0gEOvhLkh0f6IAEE0m91Yu_koawep50s9DPolFYegjm_Hn_HVGJ2xUC9A
https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00408-015-9806-7
https://thorax.bmj.com/content/47/6/451
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/12620524/?i=6&from=%2F1496505%2Frelated&fbclid=IwAR2oF1QxKLdCC8ThqCcaX3cEvYWZI-sL4bA-J07Uv-3vzVrr3pxSPx6Ka7Q
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AUTISMO:UN AIUTO PUO’ ARRIVARE DAL CIBO GIUSTO?

Non avevo ancora affrontato direttamente questo argomento molto delicato, ma dato che gli studi che prendono in considerazione autismo e alimentazione si stanno moltiplicando, è giusto farlo. L’autismo (dal greco αὐτός (aütós) – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori, di solito, notano i primi segni entro i primi due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite.
Negli ultimi anni si è cercato di comprendere fino a che punto anche l’alimentazione potesse avere un ruolo, al fine di migliorare la vita di chi ne è affetto.
Nel 2017 il Department of Pediatrics, Faculty of Medicine, Ain Shams University del Cairo e il Department of Pediatrics, Faculty of Medicine, Assiut University di Assiut in Egitto hanno pubblicato un interessante studio. Vediamolo nello specifico.
Molti regimi dietetici sono stati studiati per i pazienti con disturbo dello spettro autistico (ASD) negli ultimi anni. La dieta chetogenica sta guadagnando attenzione grazie al suo comprovato effetto sulle condizioni neurologiche, come l’epilessia nei bambini.
Quarantacinque bambini di età compresa tra 3-8 anni con diagnosi di ASD,  sono stati arruolati in questo studio. I pazienti sono stati divisi equamente in 3 gruppi, il primo gruppo ha ricevuto una dieta chetogenica come dieta modificata di Atkins (MAD), il secondo gruppo ha ricevuto una dieta priva di glutine e di caseina (GFCF) e il terzo gruppo ha ricevuto un’alimentazione bilanciata ed è servito come gruppo di controllo.
Tutti i pazienti sono stati valutati in termini di esame neurologico, misure antropometriche, nonché Scala di valutazione dell’autismo infantile (CARS), Scala di valutazione del trattamento dell’autismo (ATEC) prima e 6 mesi dopo l’inizio della dieta.
Entrambi i gruppi, sia la dieta chetogenica, che quella senza glutine e caseina, hanno mostrato un miglioramento significativo nei punteggi ATEC e CARS rispetto al gruppo di controllo con alimentazione generica.Il gruppo chetogenico ha ottenuto risultati migliori in termini di cognizione e socialità, rispetto al gruppo che ha seguito una dieta priva di glutine e caseina.
In conclusione, i ricercatori dichiarano che la dieta Atkins modificata, quindi chetogenica e regimi dietetici senza glutine e caseina, possono migliorare in modo sicuro le manifestazioni autistiche e potrebbero essere raccomandate per i bambini con il disturbo dello spettro autistico.
Comprendiamo che una dieta chetogenica non sempre sia facile da seguire per  bambini o adolescenti, ma certamente una senza glutine e caseina già potrebbe fare del bene ed è più semplice da seguire. Vi raccomandiamo di cercare medici al passo con questi studi scientifici.

Fonte

https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs11011-017-0088-z

 

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IL RUOLO DELLE PROTEINE NELL’ETA’ CHE AVANZA

The journal of nutrition, health & aging il 19 febbraio 2019 ha reso pubblici i risultati di una ricerca fatta sulla necessità di assunzione di proteine negli anziani.
Dieta e nutrizione giocano ruoli importanti nel sostenere l’invecchiamento sano. Le assunzioni ottimali di nutrienti, in particolare le proteine dietetiche, sono di importanza critica per gli adulti anziani, poiché l’invecchiamento è associato a sarcopenia, un graduale e progressivo declino della massa muscolare, della forza e della resistenza . La sarcopenia può svilupparsi già a 40 anni di età e progredisce considerevolmente nel resto della vita, con conseguente perdita di forza muscolare in ragione del 50% o maggiore.
Negli adulti più anziani, la sarcopenia contribuisce a un aumento dei rischi di cadute e fratture e a una minore qualità della vita. Pertanto, soddisfare il bisogno di proteine e altre esigenze nutrizionali, è imperativo nel mantenere la massa corporea magra e per preservare la forza e le capacità funzionali nell’invecchiamento.
In generale, gli adulti più anziani consumano meno cibo, il che contribuisce a quantità insufficienti di proteine e di energia dietetiche . Diversi fattori influenzano l’assunzione di proteine negli adulti più anziani, tra cui il ridotto fabbisogno energetico, predisposizioni genetiche a basso appetito, età, malattia e correlata anoressia, disabilità fisiche e mentali che limitano l’acquisizione e la preparazione di cibo, cambiamento negli alimenti, la disfagia, i problemi dentali e l’insicurezza alimentare dovute a limitazioni finanziarie e sociali . Tuttavia, rimane una scarsità di dati per quanto riguarda gli anziani, circa i necessari livelli di assunzione di proteine e funzionamento fisico. Ciò è sempre più rilevante in quanto la qualità della vita nell’invecchiamento è una considerazione importante.
Molti non soddisfano l’attuale raccomandazione proteica, (l’assunzione minima raccomandata è 0,8 g di proteine per chilogrammo di peso corporeo ) diversi fattori contribuiscono a un maggiore fabbisogno proteico negli adulti più anziani, suggerendo che quelli con assunzioni di proteine inferiori sono ancora più lontani da assunzioni ottimali. Se le assunzioni dietetiche di proteina rimangono al di sotto dell’assunzione raccomandata, nel tempo questi potrebbero manifestarsi come limitazioni funzionali fisiche.
Comprendere le differenze legate all’età nelle assunzioni, potrebbe essere cruciale per interventi nutrizionali mirati per promuovere risultati ottimali in materia di salute nell’invecchiamento. Pertanto, lo scopo di questo studio è stato quello di esaminare le assunzioni proteiche e i modelli dietetici associati, rispetto alle raccomandazioni sull’assunzione di proteine e valutare le differenze nelle limitazioni funzionali tra un campione rappresentativo a livello nazionale di adulti anziani invecchiati.
Sono stati reclutati 11.680 adulti, sono stati suddivisi in 51 – 60 anni (n = 4.016), 61 – 70 anni (n = 3854), e 71 anni e oltre (n = 3810) per l’analisi. Il centro nazionale per la valutazione delle statistiche sanitarie ha esaminato e approvato tutti i protocolli di raccolta dei dati.
In particolare, quelli sotto la raccomandazione di assunzione di proteine erano più suscettibili di essere limitati quando si chinava, accovacciato o inginocchiato, in piedi o seduto per lunghi periodi, camminando per 10 gradini, preparando i pasti e camminando per circa 400 metri. La prevalenza di limitazioni fisiche per gli adulti di età compresa tra 51 e 60 anni, tra cui: seduto per lunghi periodi, entrare e uscire dal letto, preparare i pasti, attività ricreative a casa, e utilizzando una forchetta, coltello, e bere da una tazza, era entro il 3% della prevalenza di questi. Le stesse limitazioni per la popolazione campione oltre 71 anni di età. Gli adulti di ogni categoria di età avevano una prevalenza più elevata di limitazioni fisiche, mentali e sociali rispetto a quelle che soddisfano la raccomandazione sulle proteine, eccetto che per gli adulti sopra i 71 anni. La forza di impugnatura combinata non era significativamente diversa per coloro che non soddisfacevano la raccomandazione proteica per i partecipanti di età compresa tra 51 – 60 e 61 – 70 anni, ma era significativamente inferiore per i partecipanti oltre i 70 anni. Gli adulti che non soddisfano la raccomandazione sulle proteine erano più propensi ad avere più basse assunzioni di diversi nutrienti, tra cui fibra, tiamina, niacina, vitamina B6, folato, colina, vitamina C, vitamina B12, vitamina A, vitamina D, vitamina E, vitamina K, zinco, calcio, fosforo, magnesio, ferro, rame e selenio.
Al contrario le diete proteiche più elevate hanno dimostrato di aumentare il funzionamento fisico, in particolare con attività come camminare per mezzo miglio, salire e scendere le scale, chinarsi, inginocchiarsi, accovacciarsi e sollevare oggetti pesanti.
In definitiva c’è un consenso generale che raccomanda l’assunzione di proteine dietetiche di 1 – 1,2 g/kg/d per la popolazione sana in generale, ma superiore per gli adulti più anziani e gli individui con malattia acuta o cronica (fino a 2 g/kg/d) a seconda delle condizioni cliniche. Altri suggeriscono che le persone anziane dovrebbero consumare 30 g di proteine di alta qualità a colazione, pranzo e cena stimolando così meglio la sintesi proteica muscolare. Ovviamente sappiamo che l’assunzione giornaliera, indipendentemente da come avviene, garantisce le necessità basilari.
Data l’eterogeneità della popolazione più anziana in relazione al livello di attività, la composizione corporea e le condizioni croniche, lo studio in questione sottolinea che, medici e dietologi “possono contribuire a promuovere l’assunzione di proteine più elevate attraverso raccomandazioni dietetiche personalizzate che prendano in considerazione stato di salute , farmaci utilizzati e abitudini alimentari del paziente. Noi dell’alimentazione consapevole volevamo tenervi informati anche su questo.
Fonte
https://link.springer.com/article/10.1007/s12603-019-1174-1

 

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FRUMENTO,GLUTINE E LATTICINI, UFFICIALMENTE PRO-INFIAMMATORI?

L’importante rivista Nutrients, il 17 maggio 2019, ha pubblicato una storica ricerca portata avanti anche dalla Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico dipartimento di scienze cliniche e salute della Comunità dell’ Università degli studi di Milano. Questo aspetto è una importante premessa perché, come dico spesso, noi tendiamo a guardare con diffidenza le ricerche che arrivano dall’estero, in questo caso l’Italia è stata in prima linea.
Questo studio è stato progettato per analizzare la misurazione delle Immuno-globuline G specifiche per gli alimenti (IgG) in una grande coorte di soggetti con una cultura alimentare simile. Le immunoglobuline G (IgG) sono un tipo di anticorpi cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria  dell’organismo umano. L’ipotesi è che concentrazioni elevate di IgG specifiche per gli alimenti nei soggetti affetti da infiammazione sistemica o dell’organo, possano appunto favorire uno scenario pro-infiammatorio e provocare sintomi infiammatori gastroenterici e/o da altri tessuti o infiammazioni sistemiche. La presenza di IgG specifiche per il glutine, ad esempio, indica che l’organismo controlla una possibile reazione allergica o anafilattica al glutine; impedisce l’allergia, ma al tempo stesso indica che quella persona sta mangiando glutine o prodotti analoghi in modo eccessivo o ripetuto, cosa che solitamente è ingiustamente sottovalutata dalla comunità medica.
Le concentrazioni di anticorpi IgG specifiche per il cibo sono state rilevate in 18.012 soggetti europei caucasici o meridionali, di età superiore ai 18 anni. Altri studi in passato erano giunti alle stesse conclusioni, ma questo è particolarmente rilevante dato il numero dei soggetti considerati.
La produzione di anticorpi IgG specifici per alimenti è direttamente correlata all’assunzione ricorrente o prevalente di alimenti specifici e può causare una reazione immunitaria che induce, in determinate condizioni, un aumento dei mediatori infiammatori . Il sistema immunitario non riconosce specificamente gli alimenti da IgG, come nel caso delle IgE, ma piuttosto con un approccio di somiglianza, identificando cluster di antigene alimentare che riflettono le abitudini alimentari all’interno di diverse popolazioni. Secondo questa conoscenza, la valutazione delle diverse curve di distribuzione dei livelli di IgG nella popolazione italiana, ci permette di comprendere meglio il possibile ruolo della produzione di IgG e come questi anticorpi possono evidenziare un eccesso nutrizionale specifico di un alimento, suggerendo un diverso approccio dietetico alle malattie infiammatorie.  L’aumento della quantità di contatto con alimenti antigenici porta alla produzione di IgG alimentari specifiche per un gran numero di alimenti diversi, evitando così una prevalenza assoluta di un singolo specifico di un determinato gruppo alimentare. Con queste informazioni, l’attivazione di una risposta infiammatoria ragionevole può essere possibilmente impedita o modulata.
Queste condizioni potrebbero convertire il ruolo del microbiota da un partner antinfiammatorio di cellule, in una raccolta aggressiva di batteri pro-infiammatori
Questo equilibrio immunitario perfezionato consente agli antigeni alimentari alieni di atterrare in modo sicuro sulla mucosa intestinale in quanto vengono trasformati e autorizzati a passare attraverso la superficie della mucosa e diventare elementi nutrizionali per il microbiota, diventando accettati come “alieni legali“. Il consumo ripetitivo e continuo di un particolare alimento che corrisponde ad una maggiore produzione di anticorpi specifici può fratturare l’equilibrio, aumentare i mediatori infiammatori e danneggiare i delicati incroci di gap nella mucosa intestinale.
Sono stati riscontrati livelli elevati per gli alimenti che presentavano concentrazioni di IgG > 20 U/mL, come formaggi trasformati, latte vaccino e frumento tenero. In particolare, i valori di IgG con una distribuzione bimodale, sono stati più elevati rispetto ai valori IgG con una distribuzione asimmetrica.
Quali sono quindi gli alimenti chiamati in causa?
Il primo gruppo comprende alimenti con un alto contenuto di nichel, come pomodoro, kiwi, arachidi, mandorle e grano saraceno. All’interno di questo gruppo, un secondo cluster può essere identificato, che comprende grano e cereali associati come Kamut, farro, e orzo. Il terzo gruppo comprende prodotti lattiero-caseari (come il latte di mucca e di capra, nonché parmigiano, mozzarella e ricotta). Il quarto comprende lieviti come Candida albicans e Saccharomyces cerevisiae e funghi porcini e champignon. Questo cluster è probabilmente collegato a alimenti fermentati. L’ultimo gruppo contiene noci tostate (arachidi e mandorle) ed è probabilmente correlato con oli riscaldati e cotti.
Anche il noto sito Eurosalus, che ha preso in considerazione le conclusione dello studio, ha riassunto bene i risultati della ricerca dicendo che i seguenti “ Grandi Gruppi Alimentari sono oggi una realtà incontestabile sul piano scientifico, che può aiutare qualsiasi ricercatore a personalizzare la diagnosi e la terapia dei disturbi correlati alla infiammazione da cibo” schematizzando così gli alimenti coivolti:
  • Frumento e Glutine
  • Latte, prodotti lattiero caseari e di derivazione bovina (formaggi, yogurt ecc.)
  • Prodotti fermentati e lievitati (correlati a lievito, fermentazione, presenza di miceti o lieviti, dal pane al tè, al vino, all’aceto e anche al pane azzimo e ai prodotti da forno senza lievito aggiunto)
  • Nichel, Grassi idrogenati vegetali e prodotti a questi correlati (dal cacao al pomodoro, al kiwi, ai prodotti confezionati dell’industria o ai grassi industriali cotti)
  • Oli cotti (tutti i prodotti, anche quelli casalinghi, in cui sono usati oli vegetali per la cottura)
CONFERME SULLA SALUTE
Che l’utilizzo o meno di questi gruppi alimentari possa effettivamente fare la differenza sulla salute, è confermato dal fatto che gli anticorpi IgG specifici per alimenti sono molto più elevati in pazienti con malattia di Crohn. Gli stessi pazienti hanno mostrato un significativo miglioramento clinico nei sintomi della malattia infiammatoria intestinale (IBD) quando gli alimenti associati a IgG altamente specifici sono stati rimossi dalla dieta.
E’ stato eseguito uno studio simile in doppio cieco, controllato con placebo dietetico, per dimostrare che i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile (IBS) potrebbero essere ridotti in pazienti privi di comprovata malattia celiaca e con clinica sensibilità al glutine. Un simile studio ha dimostrato che i sintomi clinici  della malattia infiammatoria intestinale, sono stati ridotti significativamente in pazienti affetti da sindrome di Sjogren, che hanno seguito una dieta caratterizzata da alte concentrazioni di alimento-specifico IgG.
In definitiva, lo scenario è scientificamente cambiato, questi alimenti non si stanno rivelando così innocenti come si è sempre pensato e se pensiamo a quanti cibi contenenti frumento, glutine e derivati del latte, fanno parte della normale alimentazione di ogni giorno, si possono spiegare ora molte cose. Probabilmente qualcuno dirà che la causa non è l’alimento in se, ma la frequenza con cui si usano. Certamente anche questo è vero, però è stato proprio questo il problema: nessuno degli organi considerati ufficiali ha mai messo in guardia dall’uso quotidiano di questi alimenti. Anzi, la colazione perfetta, da sempre consigliata, è stata latte e fette biscottate e pranzi e cene con pasta e pane, senza contare gli spuntini di yogurt o focacce e pizzette. In pratica, qualunque sia la causa, una cosa è certa, l’uso quotidiano di questi alimenti è sempre stato promosso e addirittura è stato spesso ribadito a chiare lettere che chi, senza conferme di celiachia e intolleranze al latte con analisi alla mano, avesse tolto questi alimenti, avrebbe avuto danni gravi alla salute. Tutto questo, come è evidente, è  infondato, anzi la salute e il benessere ci guadagneranno.
Noi dell’alimentazione consapevole non siamo certamente stati presi alla sprovvista da questi studi, ma abbiamo sempre sostenuto questa linea sempre più scientifica.
Fonti
https://www.mdpi.com/2072-6643/11/5/1096/htm
https://www.eurosalus.com/Infiammazione-da-cibo/Nutrients-i-Grandi-Gruppi-Alimentari-riconosciuti-dalla-comunita-scientifica-internazionale
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IL COLESTEROLO PUO’ FAR BENE ALLA SALUTE?

 

Il colesterolo nell’immaginario collettivo è da sempre temuto a priori e, senza contestualizzarlo, si cerca sempre e comunque di abbassarlo, ma è sempre vero che sia qualcosa di negativo in tutti i casi?
Certamente ci sono situazioni in cui il medico deve analizzare tutti i fattori di rischio legati ad un innalzamento del colesterolo cercando di esaminare il rapporto con quello considerato buono e anche i trigliceridi. In questo senso ho già pubblicato due articoli che analizzano di come esperti a livello mondiale non sempre considerano pericolosi livelli oltre i canonici 200 di colesterolo e cosa deve essere tenuto in considerazione.
Il Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica, Istituto Superiore di Sanità Roma nel 2003 aveva condotto uno studio interessante al riguardo.
Sono stati esaminati 4521 persone tra uomini e donne fra i 65 e gli 84 anni. I dati esaminati tra il 1992 – 95.
Sorprendentemente i soggetti con bassi livelli di colesterolo totale sotto i 189 sono risultati con più alto rischio di morte.  Il consiglio dei ricercatori, a conclusione dello studio svolto è che, “i medici dovrebbero considerare i livelli molto bassi di colesterolo come potenziali segnali di allarme della malattia occulta o come segnali di una salute in rapido declino.”
 Le ulteriori ricerche più recenti che hanno fatto luce sul colesterolo, sembra infatti che per ora i veri rischi, per assurdo, siano legati al colesterolo basso e non alto e che la ricerca ossessiva nel tenerlo basso con qualunque mezzo non sia stata la strada più efficace. Come del resto questo studio italiano aveva già osservato.
Per concludere, possiamo utilizzare le parole del Dott. Perlmutter, neurologo di vedute molto avanzate che ha indagato a fondo il ruolo del colesterolo: “il miglior esame a cui fare riferimento per stabilire il proprio stato di salute è l’emoglobina glicata ( A1C), non il livello di colesterolo. Raramente, per non dire mai, è corretto considerare il solo colesterolo alto una minaccia significativa per la salute.” L’invito è sempre di cercare medici che possano aiutarvi e che siano al passo con le ricerche scientifiche.
 Fonte
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12834520/?fbclid=IwAR3pECFD7QoXDhUPhph5D_E_GewsxN3R83q_VW_yA-IHEI7Z-prTU1RrTOE
“La Dieta intelligente” di David Perlmutter
 
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VERDURE RICCHE DI INULINA: APPORTANO BENEFICI?

L’inulina è un carboidrato non disponibile (cioè non digeribile dagli enzimi prodotti dall’organismo umano), presente in diversi alimenti di origine vegetale. E’ presente ad esempio in:
  • i tuberi: topinambur
  • nel pregiato fungo tartufo bianco.
  • nella pianta agave e tarassaco.
  • nelle verdure: in particolare in cicorie, cipolla, aglio, asparagi,  porro, e carciofi.
  • nella frutta: banane.
Come additivo alimentare, viene aggiunta al cibo per migliorarne il sapore. I fruttani di tipo inulina (ITF) sono un tipo di fibra dietetica fermentabile che può conferire effetti benefici alla salute attraverso cambiamenti nel microbiota intestinale. Tuttavia, il loro effetto sulla sensibilità intestinale e sul comportamento nutrizionale, è una questione di dibattito.
Nel mese di aprile 2019 è stato pubblicato un interessante studio effettuato da centri di ricerca in Belgio, sull’effetto di queste verdure  sul microbiota intestinale, sintomi gastro-intestinali e comportamento correlato al cibo, su un gruppo di 26 individui sani.
Durante 2 settimane, i partecipanti sono stati istruiti ad aderire a una dieta controllata basata su verdure ricche di inulina (fornendo un’assunzione media di 15 g al giorno). Sono stati organizzati tre giorni di test: prima e dopo l’intervento nutrizionale e 3 settimane dopo il ritorno alla loro solita dieta. Abbiamo valutato l’assunzione di nutrienti, il comportamento correlato al cibo, la composizione del microbiota fecale, la fermentazione microbica e i sintomi gastrointestinali.
I volontari hanno mostrato diversi benefici, tra cui una maggiore sazietà e un desiderio ridotto di mangiare cibi dolci, cosa che ovviamente non guasta. Durante l’intervento dietetico sono stati segnalati solo episodi di flatulenza.
La conclusione dei ricercatori è che un maggiore consumo di verdure ricche di inulina, consente un sostanziale aumento della fibra dietetica ben tollerata, che a sua volta può migliorare il comportamento correlato al cibo. Inoltre, porta a modifiche benefiche della composizione e della funzione del microbiota intestinale.
Fonte
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31108510/

 

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LE DIETE CHETOGENICHE METTONO A RISCHIO LA MASSA MUSCOLARE?

Spesso il timore, di chi intraprende una dieta che comprenda anche il dimagrimento, è di perdere oltre al grasso anche la massa muscolare giustamente se dovesse accadere effettivamente non è positivo. Ora la questione in molti casi ruota attorno alle diete a basso contenuto di carboidrati o chetogeniche. E’ abbastanza frequente sentire qualcuno sostenere che il pericolo esiste anche per queste strategie nutrizionali. Come stanno realmente le cose? Vediamo alcuni aspetti fondamentali.
Gli studi hanno approfondito il meccanismo della preservazione e dell’aumento della massa muscolare in chetogenica.
Ci sono almeno quattro possibili meccanismi:
Stimolazione adrenergica
L’aumento di adrenalina può essere coinvolto. Il basso livello di zucchero nel sangue è un potente stimolo alla secrezione di adrenalina ed è ora chiaro che la massa proteica del muscolo scheletrico è regolata anche da influenze adrenergiche. Ad esempio, è stato dimostrato che l’adrenalina inibisce direttamente la proteolisi (processo di degradazione delle proteine da parte dell’organismo) del muscolo scheletrico .
Corpi chetonici
Quando il tasso di mobilizzazione degli acidi grassi dal tessuto adiposo è accelerato, come, ad esempio, durante una dieta chetogenica, il fegato produce corpi chetonici. Il fegato non può utilizzare corpi chetonici e quindi, essi fluiscono dal fegato a tessuti extra-epatici (ad esempio, cervello, muscolo) per l’uso come combustibile. Semplicemente il cervello incominciando a utilizzare corpi chetonici risparmia la massa muscolare. In altre parole, il cervello frutta l’energia dal grasso di stoccaggio durante una chetogenica.
Inoltre, i corpi chetonici esercitano un’influenza restrittiva sulla degradazione delle proteine muscolari. Se il muscolo è abbondantemente fornito con altri substrati per l’ossidazione (come gli acidi grassi e corpi chetonici ), quindi l’ossidazione degli aminoacidi derivati dalle proteine muscolari è soppresso. E’ stato osservato che il beta-idrossibbutirrato (beta-OHB, un corpo chetone maggiore) diminuisce l’ossidazione della leucina e promuove la sintesi proteica nell’uomo. Sebbene le concentrazioni ematiche di beta-OHB nei loro soggetti durante l’infusione di beta-OHB fossero molto più basse delle concentrazioni osservate negli esseri umani durante il digiuno, l’incorporazione di leucina nel muscolo scheletrico ha mostrato un aumento significativo (da 5 a 17%).
Ormone della crescita (GH)
Il GH ha un ruolo importante nella regolazione della crescita e dello sviluppo. Il GH è un ormone anabolizzante proteico e stimola la sintesi proteica muscolare. Abbassandosi lo zucchero nel sangue aumenta le secrezioni del GH, si potrebbe quindi dire che una chetogenica aumenti i livelli di GH. Tuttavia, certi studi hanno riferito che la secrezione di GH è rimasta invariata con 7 giorni di dieta chetogenica ad alto contenuto proteico. È interessante notare che, hanno anche osservato che l’espressione muscolare scheletrica di IGF-I mRNA aumentato circa 2 volte. Una spiegazione plausibile per l’aumentata espressione di IGF-I nel muscolo è la maggiore disponibilità di proteine dietetiche.
Proteina dietetica
Ci sono prove che l’elevata assunzione di proteine aumenta la sintesi proteica aumentando la disponibilità di aminoacidi sistemici, che è un potente stimolo della sintesi proteica muscolare. Durante la perdita di peso, il maggiore apporto proteico, riduce la perdita di massa muscolare e aumenta la perdita di grasso corporeo. È stato proposto che la leucina dell’aminoacido a catena ramificata interagisce con la via di segnalazione dell’insulina per stimolare il controllo a valle della sintesi proteica, con conseguente mantenimento della massa muscolare durante i periodi di assunzione di energia limitata. Uno studio ha riferito che una dieta chetogenica ad alto contenuto proteico aumenta la sintesi proteica del muscolo scheletrico nonostante una drastica riduzione dei livelli di insulina.
La maggior parte della letteratura studiata sostiene che la chetogenica è protettiva contro il catabolismo delle proteine muscolari durante la restrizione di energia, purché contenga una quantità adeguata di proteine.
Ci sono diversi studi al riguardo ne inserisco fra i tanti disponibili uno come esempio.
Dodici soggetti passati dalla loro dieta abituale (48% carboidrati) a una chetogenica (8% carboidrati per cento) per sei settimane. I risultati hanno rivelato che la massa grassa è stata significativamente diminuita (-3,4 kg) e la massa corporea magra è aumentata significativamente (+ 1,1 kg) alla settimana. Gli autori hanno concluso che una chetogenica ha provocato una significativa riduzione della massa grassa e un conseguente aumento della massa corporea magra in uomini di peso normale. In altre parole, l’intera perdita di peso corporeo era dal grasso corporeo.
In definitiva comprendiamo che una dieta chetogenica fatta bene non comporta questi rischi se avete  questi timori vi invitiamo sempre a consultare un medico esperto in diete low-carb e chetogeniche che vi aiuterà in questo percorso.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1373635/
https://jissn.biomedcentral.com/articles/10.1186/1550-2783-11-S1-P40
 
https://www.mdpi.com/2075-4663/6/1/1

 

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COME MISURARE EFFICACEMENTE LA CHETOSI?

Chi segue una dieta chetogenica in molti casi ha necessità di monitorare il suo stato di chetosi e, soprattutto nei casi in cui lo si deve fare per patologie, la misurazione deve essere il più affidabile possibile.

Le opinioni su questo soggetto sono molte e per fare chiarezza, ho pensato, confrontandomi con un medico esperto in questo settore, il Dott. Riccardo Ferrero Leone, di preparare questa breve considerazione sull’argomento.
Esamineremo quelli che sono i metodi utilizzati attualmente e come possono essere considerati.
Misuratore di chetoni nelle urine: sono strisce da bagnare con le urine. Il meno affidabile. In base alla colorazione dovrebbero segnalare il grado di chetosi:  si tratta di un metodo economico, ma poco attendibile. Questo metodo verifica solo i chetoni residui, quelli non utilizzati dal corpo. Potrebbero segnalare di non essere in chetosi, quando invece l’organismo li sta utilizzando efficacemente.

Ketonix, misuratore dei chetoni attraverso il respiro: soffiando all’interno di uno strumento, che è in grado di misurare i livelli nel respiro di acetone. Più sarà positivo, più si determina il grado di chetosi e sembra essere un metodo più affidabile del misuratore tramite le urine.

Misuratore dei chetoni nel sangue: è sicuramente il più affidabile e preciso, ma per alcuni il più costoso. Con una goccia di sangue e con la procedura identica a quella utilizzata dai diabetici, si verificherà, in questo caso, la presenza di chetoni. Servirà un apparecchio che misura anche i chetoni e le strisce apposite. La spesa in particolare sta nel costo delle strisce. Se il valore risulta oltre 0,5 millimoli per litro, significa che si è in chetosi. In funzione di alcune patologie è particolarmente importate, perché è necessario essere certi di aver stabilito una chetosi sufficiente da favorire lo stato di benessere. In certi casi il range raccomandato dallo staff medico, potrebbe essere almeno 2 millimoli per litro. Ecco che in questi casi la misurazione tramite il sangue diviene fondamentale.

Segnali del corpo: senza costi.
  1. Alito cattivo nella prima fase
  2. Aumentata concentrazione
  3. Maggiore energia (per alcuni superata la fase keto-flu)
  4. Controllo dell’appetito
  5. Perdita di peso
 N.B. Chetonemia e chetonuria NON sono indice o conferma di variazione del peso corporeo, questo può procedere indipendentemente dalla concentrazione dei corpi chetonici circolanti o escreti con le urine.

Per approfondimenti

Dimagrire con la dieta chetogenica” di Massimo Pandiani

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DIETE A MOLTO BASSO CONTENUTO DI CARBOIDRATI? L’ ADA…

Lunedì 17 dicembre 2018 potrebbe essere definita una data storica per tutti i diabetici  di tutto il mondo.

Questo è il giorno in cui l’ADA, sigla che sta per “American Diabetes Association“, ha rilasciato i suoi nuovi standard di cura medica ed inserisce finalmente informazioni aggiornate sui benefici di una dieta a basso, anche bassissimo, utilizzo di carboidrati per la gestione del diabete. L’ADA è un’organizzazione no profit con sede negli Stati Uniti, che cerca di educare e aiutare le persone al fine di prevenire e curare il diabete di tipo 2 e 1.
Questo aggiornato documento prende in esame le diete VLC, che sta per Very Low Carb, che significa “molto basso di carboidrati” quindi non semplicemente Low  Carb “basso di carboidrati” . Questa specifica è importante perché l’ American Academy o Family Physicians definisce queste diete come limite tra i 20 e 60 grammi al giorno di carboidrati e una revisione del 2016 le classifica con al massimo 50 grammi di carboidrati al giorno. Al contrario, una dieta low-carb potrebbe contenere, secondo alcune versioni, anche 100 o 120 grammi di carboidrati.

Leggiamo quanto segue:
“La quantità di assunzione di carboidrati richiesta per una salute ottimale nell’uomo non è nota. Anche se l’assegno dietetico raccomandato per i carboidrati, per gli adulti senza diabete (19 anni e oltre), è di 130 g / die ed è determinato in parte dal fabbisogno di glucosio del cervello, questo fabbisogno energetico può essere soddisfatto dai processi metabolici dell’organismo, che includono la glicogenolisi, gluconeogenesi (attraverso il metabolismo del componente glicerolo degli amminoacidi grassi o gluconeogenici nelle proteine) e / o della chetogenesi nel contesto dell’assunzione di carboidrati dietetici molto bassi.
Ridurre l’assunzione complessiva di carboidrati per le persone con diabete, ha dimostrato la maggior parte delle prove per migliorare la glicemia e può essere applicato in una varietà di modelli alimentari che soddisfino le esigenze e le preferenze individuali.
Per gli adulti selezionati con diabete di tipo 2 che non soddisfano gli obiettivi glicemici o dove ridurre i farmaci antiglicemici è una priorità, ridurre l’assunzione complessiva di carboidrati con piani alimentari a basso o molto basso contenuto di carboidrati è un approccio praticabile.
Vengono presi in considerazione a questo punto modelli a basso contenuto di carboidrati o a bassissimo contenuto di carboidrati.
È stato dimostrato che i modelli alimentari a basso contenuto di carboidrati, in particolare i modelli alimentari a bassissimo contenuto di carboidrati (VLC), riducono l’A1C (emoglobina glicata) e la necessità di farmaci antiiperglicemizzanti. Questi modelli alimentari sono tra i modelli alimentari più studiati per il diabete di tipo 2. Una meta-analisi che confrontava i modelli di consumo di carboidrati a basso contenuto di carboidrati (definiti come 45% delle calorie da carboidrati) ha mostrato che i benefici di A1C erano più pronunciati negli interventi a bassissimo contenuto di carboidrati (dove <26% delle calorie proveniva da carboidrati) .
Un’altra meta-analisi ha confrontato un modello alimentare a basso contenuto di carboidrati (definito come <40% delle calorie da carboidrati) in uno schema alimentare a basso contenuto di grassi (definito come <30% delle calorie da grassi). In studi lunghi fino a 6 mesi, il modello alimentare a basso contenuto di carboidrati ha migliorato di più l’A1C (emoglobina glicata) e in studi di varie lunghezze, ha abbassato i trigliceridi, ha aumentato l’HDL-C (colesterolo comunemente detto buono), abbassato la pressione sanguigna e ha portato a una maggiore riduzione dei farmaci per il diabete. Infine, in un’altra meta-analisi che confronta i modelli alimentari a basso contenuto di carboidrati , maggiore è la restrizione di carboidrati, maggiore è la riduzione di A1C. “
Quali sono le prove a supporto di specifici schemi alimentari nella gestione del diabete di tipo 1?
Prima di vedere cosa dice il documento è bene fare una premessa: applicare una dieta a basso o bassissimo contenuto di carboidrati nel caso del diabete di tipo 1, può risultare complesso e quindi va fatto sotto costante controllo medico, soprattutto medici esperti in diete low-carb e chetogeniche.
Infatti il documento tiene a precisare che, attualmente, in questi casi gli studi sono ancora pochi per fornire una certezza assoluta sulla sua sicurezza. Allo stesso tempo inseriscono giustamente i risultati fino ad ora ottenuti con la sperimentazione.
Leggiamo quanto segue: “Alcuni studi hanno esaminato l’impatto di un modello alimentare a bassissimo contenuto di carboidrati per gli adulti con diabete di tipo 1. Uno studio randomizzato crossover con 10 partecipanti ha esaminato uno schema alimentare “Very Low Carb” che puntava a 47 g di carboidrati al giorno senza concentrarsi sulla restrizione calorica rispetto a uno schema di assunzione di carboidrati più elevato mirando a 225 g di carboidrati al giorno per 1 settimana ciascuno. I partecipanti che seguivano questo modello alimentare presentavano una minore variabilità glicemica, trascorrevano più tempo nell’euglicemia ( livello normale di zucchero nel sangue) e meno tempo nell’ipoglicemia, e richiedevano meno insulina . Una prova di 48 persone, con  un modello che mirava a un obiettivo di 75 g di carboidrati o meno al giorno, ha rilevato che ha perso peso, A1C (emoglobina glicata) e trigliceridi erano ridotti e HDL-C (colesterolo detto comunemente buono) aumentato dopo 3 mesi. La cosa interessante è che, dopo 4 anni, l’emoglobina glicata era ancora più bassa e HDL-C era ancora più alto rispetto al basale. “
Il documento, in relazione al diabete di tipo 1, conclude dicendo: “Questa evidenza suggerisce che un modello alimentare “Very Low Carb” può avere potenziali benefici per gli adulti con diabete di tipo 1, ma sono necessari studi clinici di dimensioni e durata sufficienti per confermare i risultati precedenti.”
Ora, con queste nuove linee guida, gli operatori sanitari sono autorizzati e incoraggiati ad applicare, secondo il caso, diete a basso e bassissimo contenuto di carboidrati per la gestione del diabete.
E’ ormai da diverso tempo che vi tenevo costantemente aggiornati su tutti gli studi scientifici disponibili e i progressi fatti dalla ricerca  al riguardo e ora arriva l’ufficialità di una associazione così determinante a livello internazionale. Anche questa  è una soddisfazione  per chi è dalla parte dell’ alimentazione consapevole.
FONTE
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/obr.12405?fbclid=IwAR1zDyb8aQFIeBxYiMOxPblVi2AcXu2G3YkLTlNJlcsHl8WLVWsQhSdrNxI
http://care.diabetesjournals.org/content/42/5/731?fbclid=IwAR2P0REf7PDusba6hwR0nxTZuz9i8V9tjgpfeZ3DUQ6R54zL1mHbh3N9_6Y

 

 

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COMBATTERE IL CANCRO CON LA CHETOSI NUTRIZIONALE E’ POSSIBILE…

L’impiego di strategie dietetiche come diete chetogeniche, che costringono le cellule a modificare la loro fonte di energia, ha dimostrato efficacia nel trattamento di diverse malattie. Le diete chetogeniche sono composte da un alto contenuto di grassi, proteine ​​moderate e pochi carboidrati, che favoriscono la respirazione mitocondriale per il metabolismo energetico, piuttosto che la glicolisi, che sarebbe la via metabolica che  serve al catabolismo del glucosio per produrre energia.
Una interessante recensione ha approfondito il motivo per cui i disturbi oncologici e mitocondriali, siano stati presi di mira dalle diete chetogeniche, dai loro effetti metabolici e dai possibili meccanismi di azione sull’omeostasi dell’energia mitocondriale.
Sebbene il meccanismo completo con cui le diete chetogeniche migliorino le condizioni oncologiche e neurologiche, deve ancora essere chiarito, la loro efficacia clinica ha attratto molti nuovi seguaci e le diete chetogeniche possono essere una buona opzione come terapia coadiuvante, a seconda della situazione e dell’estensione della malattia.
Le diete chetogeniche hanno guadagnato popolarità tra i pazienti e i ricercatori a causa dei loro meccanismi anti-tumorali. Tuttavia, resta la questione che le conclusioni possono essere tratte dai dati umani finora disponibili,  riguardanti la sicurezza e l’efficacia dei protocolli chetogenici per i malati di cancro. Una revisione realistica, che utilizza un approccio analitico, è stata condotta sulla letteratura scientifica . Tutti gli studi umani disponibili sono stati sistematicamente analizzati e completati con risultati da studi sugli animali. Le prove e la conferma sono state trattate come concetti distinti. In totale, 29 studi su animali e 24 studi su umani, sono stati inclusi nell’analisi. La maggior parte degli studi sugli animali (72%) ha dato prova di un effetto anti-tumorale della chetogenica. Gli effetti nell’uomo per avere una certezza, sono ancora deboli, essendo questa strategia limitata ai singoli casi. Ad ogni modo i dati disponibili rafforzano la convinzione nell’ipotesi dell’effetto anti-tumorale, almeno per alcuni individui. La fattibilità delle strategie chetogeniche per i malati di cancro è stata dimostrata in vari contesti. La probabilità di ottenere un effetto anti-tumorale sembra maggiore di quella di causare gravi effetti collaterali, quando si applicano a pazienti oncologici. Future prove controllate fornirebbero prove più forti pro o contro l’ipotesi di effetto anti-tumorale.
Intanto approfondiamo i meccanismi per cui un approccio chetogenico potrebbe rivelarsi utile e poi riporterò alcuni casi documentati molto interessanti.
Diverse malattie che comportano alterazioni del metabolismo mitocondriale, tra cui diabete mellito di tipo II, obesità e cancro, sono candidati eccezionali a beneficiare di strategie terapeutiche dietetiche, come le diete chetogeniche. Queste diete hanno dimostrato di invertire le vie di segnalazione dell’ossidazione, che aumentano la malignità dei tumori e di possedere effetti anticonvulsivanti nell’uomo che potrebbero essere correlati all’aumento della biogenesi mitocondriale. Infatti, le diete chetogeniche possono anche costituire una prima linea di trattamento per le sindromi mitocondriali. Sebbene queste diete possano portare ad alcuni effetti avversi a breve e lungo termine, ad esempio disturbi gastrointestinali come la costipazione, sono terapie metaboliche efficaci e potenzialmente non tossiche per il trattamento di disturbi neurologici cronici , esercitando anche un’azione protettiva contro l’angiogenesi tumorale cerebrale e le lesioni ischemiche .
Come conseguenza di elevati livelli di corpi chetonici derivati ​​da grassi e diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue, possono verificarsi alterazioni nel metabolismo energetico. Descritto per la prima volta da Hans Krebs , la chetosi è uno stato metabolico in cui il corpo ottiene la sua energia dal metabolismo dei corpi chetonici, contrariamente a quanto avviene nella glicolisi, dove il glucosio è la principale fonte di energia. La chetosi può essere ottenuta attraverso periodi di digiuno o riducendo l’assunzione di carboidrati nella dieta.
La modulazione del metabolismo cellulare per la diminuzione dei carboidrati, attraverso diete chetogeniche è stata suggerita come un’importante strategia terapeutica per uccidere selettivamente le cellule tumorali. Un segno distintivo di quasi tutte le cellule cancerose è il fenotipo metabolico anomalo, descritto per la prima volta da Otto Warburg , che è caratterizzato da uno spostamento metabolico dalla respirazione verso la glicolisi, indipendentemente dalla disponibilità di ossigeno. Nella maggior parte delle cellule normali con mitocondri funzionali, il piruvato generato attraverso la glicolisi, viene trasferito al ciclo dell’acido tricarbossilico (TCA) per il metabolismo ossidativo mitocondriale. Le cellule tumorali, d’altra parte, usano il piruvato principalmente nella via di fermentazione dell’acido lattico. Questo fenotipo metabolico offre numerosi vantaggi alle cellule tumorali. Innanzitutto, consente una generazione più efficiente di equivalenti di carbonio per la sintesi macromolecolare, rispetto alla fosforilazione ossidativa (OXPHOS), che è adatta per un fenotipo proliferativo. In secondo luogo, aggira il metabolismo ossidativo mitocondriale e la sua contemporanea produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS). Ciò conferisce un vantaggio in termini di sopravvivenza, poiché le cellule tumorali mostrano livelli più elevati di stress ossidativo rispetto alle cellule normali. Infine, un elevato flusso di zuccheri favorisce l’acidificazione del sito tumorale, che facilita l’invasione e la progressione del tumore.
A causa della loro composizione, le diete chetogeniche costringono l’organismo a usare il grasso per ottenere l’energia. Il termine chetogenico deriva dalla capacità di questo tipo di dieta di stimolare la produzione di corpi chetonici da parte del fegato, a seguito della beta-ossidazione degli acidi grassi. Quei corpi chetonici vengono poi rilasciati nel flusso sanguigno e possono essere usati come fonte di energia da altri organi. Le diete chetogeniche sono state suggerite come terapia coadiuvante nel cancro e nei disturbi neurologici. Poiché il glucosio è la principale fonte di energia per le cellule tumorali (effetto Warburg), una riduzione della disponibilità di questo combustibile può essere utile, controllando la proliferazione e la capacità metastatica.
Contrariamente alle cellule normali, le cellule tumorali dimostrano un aumento del consumo di glucosio.
Numerosi studi sugli animali negli ultimi 60 anni, non solo hanno confermato l’osservazione dell’aumento del consumo di glucosio nelle cellule tumorali, ma dimostrano anche l’importanza del glucosio per la sopravvivenza tumorale e la metastasi. Il flusso di substrati che producono energia attraverso i carcinomi del colon nei pazienti, ha dimostrato che l’assorbimento netto di glucosio e il rilascio di lattato da parte di tumori maligni, superano i tassi di cambio periferici non maligni, rispettivamente di 30 e 43 volte, mentre non sono state rilevate differenze tra tumore e tessuto periferico, nell’equilibrio dell’acido grasso o del chetone. Un esame come la famosa PET, dimostra conclusivamente che la maggior parte dei carcinomi umani hanno una maggiore domanda di glucosio rispetto al tessuto normale circostante .
Studi precedenti hanno dimostrato che la privazione del glucosio provoca selettivamente lo stress ossidativo e la tossicità nelle cellule tumorali umane rispetto alle cellule normali, che viene invertita dopo l’aggiunta degli spazzini superossido e perossido . Inoltre, molti studi in vitro e in vivo, hanno dimostrato con successo  l’uso di inibitori glicolitici per causare una tossicità selettiva delle cellule tumorali, attraverso un meccanismo che coinvolge lo stress ossidativo metabolico .
Recentemente, le diete chetogeniche sono state studiate come coadiuvanti per la terapia oncologica in entrambi i modelli animali e nei rapporti di casi umani. Già nel 1987, Tisdale et al., ha visto in diminuzione il peso del tumore e migliorato la cachessia nei topi con adenocarcinoma del colon xenotrapianti, che seguono una dieta chetogenica . Ulteriori studi hanno dimostrato che le diete chetogeniche riducono la crescita tumorale e migliorano la sopravvivenza in modelli animali di glioma maligno , cancro del colon, cancro gastrico e carcinoma della prostata . Inoltre, le diete chetogeniche sono state ipotizzate, con alcune prove a sostegno, per potenziare gli effetti delle radiazioni nei modelli di glioma maligno e nei modelli di carcinoma polmonare non a piccole cellule . Il digiuno, che induce anche uno stato di chetosi, ha dimostrato di migliorare la reattività alla chemioterapia in modelli di terapia pre-clinica del cancro, nonché dei normali effetti collaterali dei tessuti osservati con la chemioterapia. I cicli di digiuno sono anche segnalati per ritardare la crescita dei tumori e sensibilizzare una gamma di tipi di cellule tumorali alla chemioterapia. Le diete chetogeniche possono agire come terapia oncologica adiuvante da due diversi meccanismi che aumentano lo stress ossidativo all’interno delle cellule tumorali.
Fino al 2014 risultavano 62 prove che valutano le diete a basso contenuto di carboidrati, come una potenziale terapia per una varietà di malattie di cui 11 sperimentazioni stanno valutando le diete chetogeniche come terapia oncologica adiuvante. Nell’Università di Würzburg, in Germania, pazienti che hanno fallito la terapia tradizionale del cancro e senza altre opzioni di recupero, sono stati arruolati in studi che coinvolgono la dieta chetogenica. I rapporti preliminari indicano che i pazienti che sono stati in grado di continuare la terapia dietetica chetogenica per oltre 3 mesi hanno mostrato un miglioramento, con una condizione fisica stabile, restringimento del tumore, o crescita rallentata.
Dall’Ungheria dove stanno applicando la PKD (Paleolitithc Ketogenic Diet) cito, a questo riguardo, due casi documentati interessanti di cancro al palato e alla cervice uterina
CANCRO AL PALATO
Arresto della progressione del cancro al palato molle, in un paziente trattato con la dieta chetogenica paleolitica da solo: un follow-up di 20 mesi
La paziente viene vista per la prima volta a dicembre 2014, poco dopo l’inizio della diagnosi. E’ stata raccomandata la dieta chetogenica paleolitica, che il paziente ha iniziato immediatamente. La dieta chetogenica paleolitica è una dieta a base di carne di maiale, animale con un rapporto grasso-proteine ​​di circa 2: 1 e con un contenuto di pianta inferiore al 30% (in volume). Nella dieta, sono incoraggiati il ​​consumo di carni rosse e grasse, carni magre e frattaglie. Nei primi sei mesi il paziente ha seguito la forma più rigorosa della dieta: una dieta completa a base di carne grassa. Da luglio 2015, le è stato permesso di mangiare piccole quantità di verdure . Da quel momento in poi le fu anche permesso di bere un caffè con moderazione e di usare piccole quantità di miele per dolcificare. Non è stata applicata alcuna restrizione calorica, ma al paziente è stato suggerito di mangiare quando era affamato e quindi di mangiare fino alla sazietà. Tipicamente il paziente aveva due pasti al giorno. Il paziente verificava regolarmente la chetosi sostenuta. Il paziente è stato seguito da visite personali ogni tre mesi. Nel frattempo è stata seguita da e-mail e telefonate.
Sono stati effettuati tre esami di risonanza magnetica di follow-up che hanno indicato una  diminuzione delle dimensioni del tumore. Il primo esame di follow-up, il 18 aprile 2015, non ha mostrato alcun cambiamento nelle dimensioni del tumore (36x33x27 mm) mentre i due successivi esami RM (il 28 ottobre 2015 e il 12 gennaio 2016) hanno mostrato una riduzione della dimensione del tumore (33x27x24 mm). Nessun linfonodo ingrossato è stato visto su entrambi gli esami MRI.Il paziente era altamente motivato e quindi era relativamente facile per lei mantenere la dieta. Il paziente non ha riportato effetti collaterali della dieta, ma ha migliorato la forma fisica e il benessere. Attualmente è a dieta per 20 mesi. Soggettivamente, sente che il tumore diminuisce. All’inizio della dieta pesava 68 kg ed era alta 165 cm (BMI = 25). Attualmente lei pesa 63 kg (BMI = 23).
CANCRO DELLA CERVICE UTERINA
Un altro caso è stato quello di una donna che non ha mai fumato in vita sua, non aveva mai usato contraccettivi orali. Nel 2011, all’età di 42 anni, una lesione squamosa intraepiteliale di alta qualità è stata trovata su uno striscio di Pap test. La paziente è stata sottoposta a conizzazione nel giugno 2011. L’escissione è avvenuta con margini liberi. L’istopatologia del campione asportato indicava CIN di alto grado (HSIL: lesione intraepiteliale squamosa di alto grado).
Tra il 2012 e il 2014 gli esami ecografici ginecologici consecutivi hanno dimostrato che lo spessore endometriale diminuiva da 9,8 mm (ad agosto 2012) a 2,7 mm (a gennaio 2014). Il test per il DNA del papillomavirus umano (HPV), effettuato nel giugno 2013, era normale.
Nel febbraio 2014 la paziente ha iniziato una versione popolare della dieta paleolitica con lo scopo di preservare la salute. I successivi due ultrasuoni, hanno mostrato un aumento dello spessore dell’endometrio con 5,2 mm a dicembre 2014 e 12,5 mm a maggio 2015 . I Pap test tra settembre 2011 e maggio 2015 erano normali, ma lo striscio nell’ottobre 2015 (20 mesi dopo l’inizio della dieta paleolitica popolare e quattro mesi dopo l’esecuzione del curettage frazionale, è risultato anormale.
Il test del DNA dell’HPV, eseguito nell’agosto 2015 (dopo 18 mesi sulla dieta paleolitica popolare) ha mostrato la presenza di tipi a basso rischio. Sulla base dell’istopatologia anormale, della citologia anormale e della positività dell’HPV, al paziente è stata offerta l’isterectomia addominale. La paziente ha chiesto di rimandare l’intervento chirurgico e ha contattato il centro per una guida dietetica allo scopo di evitare un’isterectomia
La paziente aveva seguito una versione popolare della dieta paleolitica per 20 mesi tra febbraio 2014 e ottobre 2015. Nella sua dieta verdure, frutta e semi oleosi predominavano sugli alimenti a base animale. Oltre ai grassi animali, la sua dieta conteneva anche oli vegetali tra cui olio di cocco e olio d’oliva. Stava consumando alcol di zucchero come dolcificante e stava anche assumendo integratori alimentari multipli. Non ha consumato frattaglie su base regolare. I medici hanno così determinato  quindi, che questa dieta era definibile come una “dieta paleolitica popolare” perché sembrava derivare da una miscela di informazioni scientifiche e non scientifiche, molte delle quali sono probabilmente raccolte da fonti sospette su Internet.
Il paziente era riluttante ad accettare un’isterectomia. La clinica che ha seguito il caso ha suggerito la dieta chetogenica paleolitica, che il paziente ha iniziato immediatamente. La dieta chetogenica paleolitica è una dieta a base di grassi animali con un rapporto grasso-proteine ​​di circa 2: 1 (in grammi). Sono state incoraggiate carni rosse e grasse e un consumo regolare di frattaglie di bovini e suini. Al paziente è stato permesso di consumare il miele con moderazione. Il consumo di caffè era limitato a un caffè al giorno. Il paziente ha seguito la  dieta chetogenica paleolitica per 26 mesi e attualmente è ancora presente. Durante il follow-up di 26 mesi il paziente ha avuto sei test citologici cervicali. Il primo follow-up citologico, eseguito a tre mesi dopo l’inizio della dieta (a gennaio 2016), e il secondo a sei mesi sulla dieta (ad aprile 2016) erano normali. Il terzo follow-up ad un anno dopo l’inizio della dieta (in settembre 2016) indicava cellule squamose atipiche di significato sconosciuto, ma nessuna alterazione neoplastica. Questa terza citologia cervicale è stata eseguita dopo un periodo di scarsa aderenza alla dieta durante la quale il paziente non era in chetosi. Dopo aver appreso del risultato della citologia anormale, la paziente è tornata a seguire rigorosamente la dieta. Il quarto follow-up, che è stato eseguito a gennaio 2017 dopo essere tornato ad essere conforme alla dieta, ha mostrato di nuovo risultati normali. Anche i due successivi follow up (in agosto 2017 e dicembre 2017) hanno mostrato risultati normali.
All’inizio della dieta il paziente pesava 55 kg (BMI = 20,7). Sulla dieta chetogenica paleolitica ha perso due chilogrammi. Fino al 2018 il suo indice di massa corporea è 19,9. Riferisce di sentirsi generalmente bene e non ha sintomi o effetti collaterali dovuti alla dieta.
GLIOMA , GLIOBLASTOMA, ASTROCITOMA: TUMORI CEREBRALI
Il glioma è un tumore che origina in alcune particolari cellule del sistema nervoso centrale, le cosiddette cellule della glia. Come ogni tumore, anche il glioma è provocato da una mutazione genetica, ma l’esatta causa di questa mutazione è ancora oggetto di studio.
Esistono diversi tipi di gliomi: le loro caratteristiche dipendono, principalmente, dal tipo di cellula della glia colpita e dal tasso di crescita della massa tumorale. I gliomi più gravi, come il glioblastoma multiforme, sono caratterizzati da un alto ritmo di crescita.
 Una notevole quantità di letteratura preclinica dimostra l’efficacia e la sicurezza della chetogenica nei sistemi modello di glioma maligno. La letteratura clinica indica la sicurezza e la fattibilità ; 2 studi clinici suggeriscono l’efficacia anti-neoplastica associata alla chetogenica e il beneficio clinico. Gli studi clinici in corso affrontano la sicurezza e l’impatto metabolico di questa strategia nutrizionale, la conformità dei pazienti e il beneficio clinico/sopravvivenza del paziente.
La più aggressiva fra le neoplasie del sistema nervoso centrale è proprio il glioblastoma. La Neurochemical Research, rivista che pubblica rapporti originali di risultati sperimentali e di ricerca clinica, riferisce che non sono stati fatti progressi significativi nel migliorare la sopravvivenza globale del glioblastoma in quasi 100 anni. Evidenze emergenti indicano che la terapia metabolica chetogenica può ridurre la disponibilità di glucosio elevando i corpi chetonici che sono neuroprotettivi e non fermentabili. Le informazioni sono presentate da studi preclinici e di casi clinici che mostrano come la chetogenica potrebbe bersagliare le cellule tumorali senza causare danni neurochimici, migliorando così la progressione libera e la sopravvivenza globale per questi pazienti
Alcuni dei risultati clinici includono un rapporto sul caso di due pazienti pediatrici femminili, con stadio avanzato di astrocitoma maligno, che ha dimostrato una diminuizione del  21,8%  in SUV tumorale, quando questi pazienti hanno seguito una dieta chetogenica, come determinato dall’assorbimento di 2-deossi-2 fluoro-d-glucosio (FDG) con tomografia a emissione di positroni (PET) . Un rapporto di un caso più recente ha mostrato un miglioramento in una paziente femmina di 65 anni, con glioblastoma multiforme, trattata con dieta chetogenica ipocalorica insieme al trattamento standard. È importante sottolineare che uno studio sulla qualità della vita in pazienti con cancro avanzato, ha riscontrato che una dieta chetogenica non ha avuto gravi effetti avversi, migliorato il funzionamento emotivo e ridotto l’insonnia.
CONCLUSIONI
In pratica la strada che si sta delineando è quella di intervenire sempre più con una strategia nutrizionale di base chetogenica che affami le cellule tumorali privandole dei carboidrati.
Le varie ricerche sostengono che nonostante i recenti progressi nella radiazione chemio, la prognosi per molti malati di cancro rimane scarsa e la maggior parte dei trattamenti attuali sono limitati da gravi eventi avversi. Pertanto, c’è una grande necessità di approcci gratuiti, che hanno una tossicità limitata per i pazienti, migliorando selettivamente le risposte terapeutiche nel cancro, rispetto ai tessuti normali. Le diete chetogeniche potrebbero rappresentare una potenziale manipolazione dietetica che potrebbe essere rapidamente implementata, allo scopo di sfruttare le differenze metaboliche ossidative intrinseche tra le cellule tumorali e le cellule normali, per migliorare i risultati terapeutici standard selettivamente, migliorando lo stress ossidativo metabolico nelle cellule tumorali.
Sebbene il meccanismo con cui le diete chetogeniche dimostrino effetti anticancro quando combinate con terapie radio-chemio standard, non sia stato completamente chiarito, i risultati preclinici hanno dimostrato la sicurezza e la potenziale efficacia dell’uso di diete chetogeniche in combinazione con la terapia radio-chemio per migliorare le risposte nei modelli di cancro murino. In definitiva siamo ancora nelle fasi di ricerca, ma questi studi preclinici hanno fornito l’impulso per estendere l’uso di diete chetogeniche in studi clinici che sono attualmente in corso. Ovviamente, ancora non sappiamo se, e in che misura, questa strategia nutrizionale sia applicabile a ogni tipo di tumore, ma quello che si evince da questi studi è che i tumori in generale si nutrono di zucccheri e comunque la chetosi nutrizionale punta ad eliminarli il più possibile. Giustamente il Dipartimento di Radioterapia e Radioterapia Oncologica, Leopoldina Hospital Schweinfurt in Germania ricorda che “Sebbene la maggior parte degli studi preclinici indichi un potenziale terapeutico per le diete chetogeniche nel trattamento del cancro, ora sta diventando chiaro che non tutti i tumori potrebbero rispondere positivamente. I primi studi clinici hanno studiato le diete chetogeniche come una monoterapia e – pur mostrando la sicurezza dell’approccio anche nei pazienti con cancro avanzato – non sono riusciti a dimostrare gli effetti di prolungamento della sopravvivenza. Tuttavia, è diventato gradualmente chiaro che il maggior potenziale per le diete chetogeniche è come trattamenti adiuvanti combinati con terapie pro-ossidative o mirate avviate nelle prime fasi della malattia. Sono stati anche trovati effetti benefici sulla composizione corporea e sulla qualità della vita.”
In pratica, rinnoviamo sempre l’invito a cercare centri e medici che siano al passo con questi risultati scientifici e che sappiano guidarvi verso la corretta alimentazione in base al vostro caso.
FONTI
https://www.translatetheweb.com/?from=&to=it&ref=SERP&dl=it&rr=UC&a=https%3a%2f%2flink.springer.com%2farticle%2f10.1007%252Fs12032-017-0991-5
http://pubs.sciepub.com/ajmcr/4/8/8/?fbclid=IwAR2e26_y-pSQ23AScc6A-Fr54MPrVMJud1Jo_FH6n3FGp235FKOHteRYkuA
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/eci.12591?fbclid=IwAR3tNULRxxq7Z11lk06DHgCMpfM6mUQPXa3a8rZTlBkZRtjxmcLcQex-hSE
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http://pubs.sciepub.com/jcrt/6/1/1/index.html
 
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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30531479/?i=19&from=Ketogenic%20&fbclid=IwAR2EiVFmX6r6n60D0I6zZclvmNW4TlcTnFoKXjKvpTPIiyDRES083TF7OY4