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SPERANZE PER OBESI O DIABETICI CON MALATTIA RENALE CRONICA?

Una dieta a basso contenuto di carboidrati efficace nel trattamento di pazienti obesi o diabetici con malattia renale cronica”.
Questo è il titolo di uno studio condotto dall’Istituto Diet of Hope, a Tucson negli Stati Uniti, specializzato nel trattamento dell’obesità, del diabete, dell’ipertensione e della sindrome metabolica, ha approfondito anche l’effetto che può avere l’alimentazione sulle complicanze della malattia renale cronica.
Nel 2011, un paziente in cura presso la clinica, ha migliorato il tasso di filtrazione glomerulare, indicato con l’acronimo GFR, che è un calcolo che determina quanto bene il sangue sia filtrato dai reni. Il paziente era obeso, iperteso e diabetico. Ha perso il 10% del suo peso corporeo ed è stata in grado di interrompere i suoi farmaci per diabetici e per la pressione del sangue. Questa scoperta ha spinto l’Istituto a raccogliere dati sulla frequenza della malattia renale nella popolazione di pazienti della clinica e valutare la sua risposta al nostro programma di gestione della malattia, che enfatizza una dieta a basso contenuto di carboidrati e proteine ​​normali.
Su 500 pazienti consecutivi riferiti al programma, 33 pazienti hanno presentato la diagnosi di malattia renale cronica come stabilito dal loro nefrologo. Questi pazienti sono stati supervisionati per una media di 6,3 mesi durante il 2013 e il 2014 e i dati sono stati raccolti in quel momento. L’analisi statistica è stata successivamente eseguita a gennaio 2015. I carboidrati erano limitati alle bacche e alle verdure non amidacee. L’assunzione giornaliera di proteine ​​è stata calcolata circa 0,9 gr per chilo di peso corporeo. In pratica significa che una persona di 70 chili avrebbe utilizzato circa 63 gr di proteine giornaliere. Ricordo, a livello indicativo, che 100 gr di carne o pesce contengono dai 17 ai 20 gr di proteine.
I risultati, secondo i ricercatori, sono stati molto interessanti, dato che, su questi trentatré pazienti con diagnosi di malattia renale cronica, il tasso di filtrazione glomerulare è aumentato in media del 25,5%, la creatinina sierica è diminuita in media del 13,7% e l’azoto ureico nel sangue è diminuito in media del 9,1%. Oltre a ciò c’è stata la perdita di peso.
Gli obbiettivi raggiunti in questi casi mettono bene in evidenza che una dieta a basso contenuto di carboidrati e proteine ​​normali può essere efficace nel migliorare la funzione renale nei pazienti obesi, ipertesi e diabetici.
Il mio invito è sempre di cercare medici e centri che siano al passo con gli studi, che abbiano grande considerazione per queste innovative strategie nutrizionali e che tengano conto del nutrimento adatto agli esseri umani.
Riferimenti
https://pdfs.semanticscholar.org/7377/aae5c5e9661e560c254a30b0bf13da01aed3.pdf
 
https://www.inran.it/filtrato-glomerulare/5349/

 

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VITILIGINE E GLUTINE: COSA C’E’ DA SAPERE?

La vitiligine è una condizione della pelle pigmentaria comune, con un impatto profondo ed esiste un’associazione consolidata con condizioni autoimmuni.
Nonostante un certo numero di modalità terapeutiche, poche hanno dimostrato di provocare una significativa ripigmentazione entro un breve periodo di tempo. Gli interventi dietetici segnalati sono scarsi. A seguito dell’esclusione del glutine nella dieta, sono state notate precoci e estese ripigmentazioni delle lesioni facciali in una giovane femmina di etnia asiatica con vitiligine acrofacciale. La maggior parte dei benefici si è verificata entro il primo mese e si è stabilizzata a 4 mesi.
Stessa situazione viene riportata in relazione ad una ragazza in questo caso celiaca che ha visto la ripgmentazione delle lesioni da vitiligine dopo aver intrapreso una dieta priva di glutine.
I ricercatori sostengono che l’eliminazione del glutine può potenzialmente essere un intervento che può modificare la progressione della vitiligine e dovrebbe essere considerata anche in pazienti senza celiachia.

Riferimenti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/25685131/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/21504457/?i=2&from=/25685131/related

 

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CARNE ROSSA E CARNE TRASFORMATA: SEPARIAMO LE DUE COSE!

In molti casi, quando si parla di carne rossa, non si fanno le dovute precisazioni. Una revisione scientifica, pubblicata già nel 2014, ha voluto esaminare a fondo la questione. Vediamo alcuni aspetti fondamentali e le conclusioni a cui giungono i ricercatori Canadesi. Questo articolo va a completare, sotto diversi aspetti, quelli che ho scritto in precedenza su questo argomento.
Un crescente numero di ricerche suggerisce che i consigli dietetici per limitare la carne rossa, sono inutilmente restrittivi e non supportati dalle prove attuali. Storicamente, studi che hanno esplorato le associazioni tra consumo di carne rossa e risultati sanitari, hanno riportato risultati contrastanti. Recentemente, i ricercatori hanno iniziato a riconoscere che è importante distinguere tra carni rosse non trasformate e carni lavorate. come pancetta, bolognese, salsicce e salame.
Ci viene detto che numerosi studi sulla popolazione in Europa e negli Stati Uniti, non hanno rilevato alcuna associazione fra qualunque causa di morte e carne rossa, comprese le malattie cardiovascolari o il cancro. Ma arriviamo al punto focale dello studio. Viene precisato che, a differenza di molti studi precedenti, questi studi più recenti hanno esaminato separatamente gli esiti di salute associati alle carni lavorate e non lavorate. Questo ha sempre alterato i dati sulla carne che, indistintamente, finiva nelle statistiche fornendo così dati non veritieri. Invece i risultati di questi studi  più precisi, forniscono un buon supporto per raccomandare sia carni bianche che rosse non trasformate, come parte di una dieta equilibrata sana.
 I recenti progressi nella comprensione di quali siano i principali nutrienti essenziali per l’essere umano, a livello di proteine ​​di alta qualità, durante tutto il ciclo di vita, forniscono anche buoni motivi per enfatizzare il valore di alimenti ricchi di nutrienti, quali carni rosse magre, come parte di una dieta sana. Le carni rosse contengono una serie di importanti micronutrienti come ferro, zinco, selenio, potassio e una serie di vitamine del gruppo B, tra cui niacina, riboflavina, tiamina e vitamina B 12. Questi nutrienti sono tutti essenziali per la salute ottimale, per tutto il ciclo di vita. Recenti scoperte in merito alla carne rossa e ai risultati sulla salute hanno senso alla luce del profilo degli acidi grassi della carne rossa. Le carni rosse contengono proporzioni simili di acidi grassi monoinsaturi a acidi grassi saturi e piccole quantità di acidi grassi polinsaturi. Inoltre, l’acido stearico, uno dei principali acidi grassi saturi presenti nelle carni rosse, non aumenta i livelli di colesterolo LDL. L’acido palmitico, un altro principale acido grasso saturo nelle carni rosse, aumenta l’HDL e il colesterolo LDL, quindi ha scarso effetto sul rapporto totale colesterolo HDL.
Le raccomandazioni per limitare l’assunzione di carni rosse risalgono a diversi decenni e originariamente intendevano ridurre l’assunzione di grassi saturi. Recenti meta-analisi hanno concluso che non esistono prove chiare a supporto di decenni di linee guida dietetiche per ridurre l’assunzione di grassi saturi. Nel frattempo tale guida può aver inavvertitamente contribuito a cambiamenti nella dieta, associati al rapido aumento della prevalenza dell’obesità a partire dagli anni ’70, nonché ad altri fattori di rischio per le malattie cardiache, facendo sbilanciare la popolazione su altri cibi meno salutari.
La ricerca prospettica europea sul cancro e la nutrizione (EPIC), ha seguito quasi mezzo milione di persone, in 10 paesi europei per più di 12 anni. Lo studio EPIC non ha rilevato un’associazione significativa tra l’assunzione di carne rossa non trasformata e la mortalità per tutte le cause o la morte a causa di malattie cardiovascolari, cancro o altre cause. Un particolare punto di forza di questo studio è stato quello di esaminare separatamente la carne rossa non trasformata, la carne bianca non lavorata e la carne lavorata (come salsicce, pancetta).
Questa analisi, che ha anche esaminato la qualità generale della dieta, ha rilevato che gli adulti che mangiavano carne rossa più spesso tendevano anche a mangiare più verdure . Inoltre, coloro che mangiavano carne rossa tendevano più spesso ad avere un indice di massa corporea inferiore e una circonferenza della vita più piccola. Coloro che mangiavano carne rossa più spesso avevano meno probabilità di soffrire di ipertensione. Questo è coerente con altre ricerche che indicano che l’assunzione di proteine ​​più elevate può aiutare a promuovere la sazietà e la gestione del peso corporeo.
Riassumendo il loro lavoro, i ricercatori dicono testualmente “La più ampia revisione sistematica e meta-analisi delle prove mondiali fino ad oggi, esaminando separatamente le carni rosse non trasformate e le carni lavorate separatamente, ha concluso che consumare 100 g al giorno di carne rossa non trasformata, non era associato al rischio di cardiovascolare. Questa analisi ha raggruppato i dati per oltre 1,2 milioni di partecipanti allo studio in oltre 20 paesi. Questa scoperta mette in discussione le relazioni di studi precedenti, che non distinguono tra carni rosse non trasformate e carni lavorate come hot dog, pancetta, salame, salsicce”.
Questo non dovrebbe stupirci, più i cibi sono adatti al nostro DNA e naturali, più saranno benefici per il nostro organismo. La Comida Edizioni, nella sua collana di libri, inserisce per chi desidera ricette con la carne rossa, ma essendo sempre al passo con gli studi più autorevoli esclude la carne lavorata.
 
Riferimento
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0309174014001922?via%3Dihub
 
 
 
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IL PARADOSSO DEL CACCIATORE-RACCOGLITORE?

Nel 2000, sull’ American Journal of Clinical Nutrition (considerata una delle 100 riviste più influenti in Biologia e Medicina negli ultimi 100 anni) è stato pubblicato uno studio fatto su 229 società di cacciatori-raccoglitori, che ancora basano la loro sussistenza su cibi vegetali raccolti e su animali cacciati e pescati. Questo esame ha spinto i ricercatori a parlare del paradosso del cacciatore-raccoglitore, scopriamo perché.
Questo studio meticoloso e, probabilmente, il migliore in assoluto su questo argomento, pone l’accento sul fatto che, sia gli antropologi che i nutrizionisti, hanno da tempo riconosciuto che le diete dei moderni cacciatori-raccoglitori possono rappresentare uno standard di riferimento per la moderna alimentazione umana e un modello di difesa contro certe malattie del benessere. Perché viene affermato questo?
L’analisi ha dimostrato che la maggior parte (73%) delle società di cacciatori-raccoglitori di tutto il mondo, ricavano dal 50% anche fino al 65% della loro sussistenza da alimenti animali .
Questo studio ha rivelato cose molto interessanti, ad esempio, è stato compreso come queste popolazioni, sanno gestire da sole le quote proteiche necessarie per continuare a stare in forma e non cadere così in eventuali eccessi. Probabilmente vi verrà da pensare che aumentino gli alimenti vegetali a discapito dei  cibi di provenienza animale? No, non agiscono in questo modo, ecco un punto veramente interessante.
La ricerca ha rivelato che, queste popolazioni, pur avendo disponibilità di vegetali, non aumentano l’assunzione di questi cibi, ma semplicemente selezionano più accuratamente le parti grasse della carcassa, mentre scartano le porzioni più magre.
Questa strategia si rivela la migliore, dato che i grassi sono una fonte energetica eccellente ed evitano il rischio di incorrere nelle problematiche metaboliche che avvengono quando ci si nutre solo di carni magre. Per questi motivi sappiamo bene che chi non utilizza carboidrati, per rendere la sua alimentazione salutare, deve fare buon uso di carne e pesce grassi o, nel caso si mangiasse della carne magra, abbinare dei grassi salutari. Quindi possiamo dedurre, che se un cacciatore-raccoglitore si recasse dal macellaio a fare la spesa, chiederebbe le parti più grasse dell’animale e, se possibile, allevato ad erba, in questo modo continuerebbe a sfruttare  i grassi come fonte energetica e più omega 3, grazie all’allevamento ad erba. Devo anche ricordare che l’uomo occidentale, da tempo addomesticato da cibi industriali e da linee guida non sempre corrette, a differenza del cacciatore-raccoglitore, ha perso questa capacità di autoregolarsi e di saper ascoltare il proprio corpo. Ecco perché, in un primo momento, si rivelerà utile la consulenza di un esperto in questo genere di alimentazione.
Arriviamo così a comprendere a quale paradosso ci troviamo di fronte. Sebbene l’assunzione di grassi (28-58% di energia) sarebbe stata simile o superiore a quella riscontrata nelle diete occidentali, in queste popolazioni non si riscontrano patologie cardiovascolari. Ovviamente il documento pone l’accento anche sul fatto che questi popoli, tra le altre cose, fanno molta più attività fisica e non fumano. Ci sono anche importanti differenze qualitative nell’assunzione di grassi, oltre a ciò, questo tipo di proteine, di animali vissuti in libertà, permette un migliore equilibrio tra omega 3 e omega 6, dato che l’eccesso dei secondi favorisce gli stati infiammatori. Perché si rivela solo un apparente paradosso? Perché ora sappiamo benissimo che, i grassi nelle patologie cardiovascolari non c’entrano nulla, invece sono coinvolti gli zuccheri di cui la dieta occidentale in diverse forme ne è satura. Ecco che queste popolazioni che mangiano grassi e proteine, non hanno problemi cardiovascolari, chi invece li evita per seguire le linee guida occidentali, si ritrova spesso con la sindrome metabolica. Si, dopo il paradosso francese, ora, per motivi simili, possiamo parlare anche del paradosso del cacciatore-raccoglitore.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/11965522/?i=5&from=/22642064/related
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/22029671/
https://nutritionandmetabolism.biomedcentral.com/articles/10.1186/1743-7075-8-75

 

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QUANTE UOVA A COLAZIONE PER STAR BENE?

Eccomi nuovamente a parlare di uova. Con questo articolo vorrei mettervi a conoscenza di certi studi che fanno ulteriore luce sull’argomento e forse rimarrete stupiti di quante se ne possono utilizzare al giorno.
Ad esempio, la rivista scientifica Nutrients, nel 2017 pubblica uno studio molto utile che chiarisce il ruolo delle uova nell’apportare sazietà, proteggere il cuore, migliorare gli stati infiammatori e non solo.
Il consumo regolare di uova continua a incontrare incertezza, pur contenendo proteine, vitamine, minerali e antiossidanti di alta qualità.
Pertanto, lo scopo di questo studio era di paragonare gli effetti del consumo di due uova al giorno rispetto ad una colazione con farina d’avena e l’effetto che avrebbero avuto sui biomarcatori di malattie cardiovascolari e sulla senzazione di sazietà, in una popolazione giovane e sana.
Cinquanta soggetti hanno partecipato a un intervento clinico crossover randomizzato; i soggetti sono stati assegnati in modo casuale a consumare due uova o un pacchetto di farina d’avena al giorno, per colazione, per quattro settimane. Campioni di sangue a digiuno sono stati raccolti alla fine di ciascun periodo di intervento per valutare i lipidi  (grassi) plasmatici e la grelina (ormone implicato nello stimolo della fame) plasmatica.
Il risultato è stato che è aumentato si l’apporto di colesterolo. ma, dato che l’aumento ha compreso anche il colesterolo HDL (High-density lipoprotein) detto buono, non vi era alcuna differenza nel rapporto LDL / HDL , né nel glucosio plasmatico, nei trigliceridi o negli enzimi epatici. Anche la sazietà è aumentata in seguito al consumo di uova, oltre a ciò che veniva riportato dai pazienti, anche le concentrazioni di grelina plasmatiche risultarono più basse. La grelina, come ho già trattano in un articolo precedente https://www.comidaedizioni.it/cosa-regola-la-fame/ , è appunto un ormone implicato nello stimolo della fame che invia al cervello il segnale che è ora di mangiare. Comprendiamo quindi che più questo ormone è attivo più mangeremo, al contrario, se sta buono e calmo, avremo meno stimoli della fame durante la giornata. Questi risultati dimostrano che a differenza di una colazione a base di farina d’avena, due uova al giorno saziano molto di più e non influenzano negativamente i biomarcatori associati al rischio cardiovascolare.
Precedentemente un altro studio aveva notato che, sempre a differenza dall’avena a colazione, le uova tutti i giorni miglioravano i marcatori dello stato infiammatorio anche in soggetti malati di diabete. Ma non è finita qui: uno studio fatto su una popolazione sana riporta che, consumando fino a 3 uova al giorno, si ottiene un effetto benefico complessivo sui biomarcatori associati al rischio cardiovascolare, ma anche un aumento della colina plasmatica. Ricordiamo che la colina ha proprietà neuroprotettive, antiossidanti e protettive per il cuore.
Riassumendo: le uova aumentano la sazietà, migliorano i marcatori del rischio vascolare, migliorano lo stato infiammatorio nei diabetici e hanno potenzialità neuroprotettive.
A questo punto, non ci stupiamo che, in certi testi aggiornati di nutrizione come La Dieta Reset, leggiamo di utilizzarne una/due al giorno e tre per chi fa attività fisica.
Pensate che già quattordici anni fa, le linee guida dell’American Heart Association, non includevano più una raccomandazione per limitare il consumo di uova. Siamo ormai lontani anni luce, dalle linee guida italiane di mangiarne al massimo due a settimana.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/28091798/?i=2&from=%2F28146063%2Frelated
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/25970149/?i=4&from=%2F28146063%2Frelated
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/28146063/?i=2&from=/25970149/related
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15640512/
La Dieta Reset di Dario Polisano edito dalla Comida Edizioni.

 

 

 

 

 

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ANTI-AGE: ECCO IL VERO SEGRETO!

“Age”, significa “età”, viene utilizzato spesso per denominare dei cosmetici che dovrebbero avere il potere anti-age, cioè anti-età, per non dire anti-invecchiamento. In questo caso ci soffermeremo sul significato che ha questa parola, però in termine di sigla, cioè in inglese: advanced glycation end-product, in sigla AGE, che in italiano significa: prodotto finale della glicazione avanzata.
Cos’è la glicazione?
La glicazione consiste in una reazione tra uno zucchero (glucosio, fruttosio, etc) e una proteina o un lipide (grasso). Per farla semplice il glucosio essendo una sostanza appiccicosa si attacca ai grassi, ma molto di più alle proteine che incontra nel nostro corpo. Il nostro corpo è composto ovviamente da proteine e grassi e quindi gli zuccheri che vengono introdotti, in qualche modo si andranno a legare insieme. Il risultato è che le proteine funzioneranno meno bene e una volta legate allo zucchero aderiranno ad altre proteine danneggiate e così via creando difficoltà sempre maggiori. Le proteine che sono state glicate favoriranno i radicali liberi e la distruzione dei tessuti, danneggiando i grassi, altre proteine e innescando una reazione a catena che può danneggiare anche il DNA. Per quanto l’invecchiamento e la glicazione delle proteine sia un processo normale, che non si può impedire totalmente, è giusto sapere che l’alimentazione sbagliata può favorirla.
Che questo sia fondamentale, lo si comprende dall’esame prescritto solitamente ai diabetici ogni due o tre mesi, chiamato “emoglobina glicata”, che si basa su questa reazione. Questa proteina, l’emoglobina glicata appunto, che si trova nel globulo rosso, si lega al glucosio e più sarà alto il valore che uscirà, più significa che mediamente la glicemia è stata alta in quel periodo. I valori ideali sono indicativamente fra 5,0 a 5,5. Ma questo esame, non si limita a dirci solo quali sono i nostri equilibri glicemici, rivela anche la perdita di tessuto cerebrale che è molto superiore in chi ha valori oltre il 5,9.
In sostanza, cosa dovremmo fare per limitare o rallentare il processo di glicazione? Utilizzare meno carboidrati e zuccheri. In questo, sta anche la spiegazione, del perché certi studi hanno fatto pensare che i grassi nella dieta fossero il problema per la salute, in realtà era la presenza massiccia dei carboidrati che provocavano glicazione, i grassi e le proteine da soli non hanno questo problema. Infatti, pur limitando i grassi e le proteine, il problema non si risolve, per il semplice fatto che, gli zuccheri assunti con l’alimentazione si attaccheranno alle proteine presenti naturalmente nel nostro organismo, essendo i nostri tessuti e non solo, fatti basilarmente di proteine.
In conclusione, ciò che abbiamo visto rimane un fattore determinante, perché è associato, non solo al diabete, ma anche al declino cognitivo, alle malattie vascolari e  a quelle renali. I ricercatori ripetono che l’unico modo per rallentare il processo di glicazione è ridurre la disponibilità di zucchero.
Ecco il segreto del vero anti-age, soprattutto per i nostri organi interni, se poi trovate degli ottimi cosmetici ben venga.

Per eventuali approfondimenti personali:

La dieta della lunga vita” di Bruce Fife

“La dieta intelligente” di David Perlmutter

 

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INTESTINO MALSANO, CERVELLO MALSANO!

I Dipartimenti di Biologia, Alexander College, Vancouver, BC, Canada e quello dell’Università della British Columbia, Okanagan Campus, Kelowna, Canada hanno pubblicato un recete e illuminate documento che riassume le più recenti scoperte in merito alla relazione fra patologie neurologiche e intestino. Il titolo dello studio è proprio: Intestino malsano, cervello malsano : il ruolo del microbiota nelle malattie neurodegenerative.
Viene richiamata l’attenzione, sul fatto che il numero di cellule batteriche che vivono all’interno del corpo umano è approssimativamente uguale o superiore al numero totale di cellule umane. Questa popolazione dinamica di microrganismi, chiamata microbiota umano, risiede principalmente nel tratto gastrointestinale.
È ampiamente accettato che il microbiota altamente diversificato e stabile, promuova la salute umana generale. Uno stato noto anche come disbiosi, è associato a una varietà di malattie periferiche che vanno dal diabete mellito di tipo 2, alle malattie intestinali cardiovascolari e infiammatorie. Cosa si intende per disbiosi? La disbiosi intestinale o dismicrobismo intestinale, è una condizione caratterizzata da uno squilibrio quantitativo o qualitativo della flora batterica enterica. Al contrario l’eubiosi è il buon equilibrio del microbiota dell’intestino. Non ci stupiamo che l’intestino  abbia  un ruolo così importante, dato che quest’organo ospita qualcosa come centomila miliardi di microrganismi e produce grossomodo il 60-70% delle cellule immunitarie dell’organismo.
Più recentemente, la disbiosi microbica è stata associata a numerose patologie cerebrali, tra cui il disturbo dello spettro autistico, la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), suggerendo una comunicazione diretta o indiretta tra i batteri intestinali e il sistema nervoso centrale. In questa recensione, illustriamo due percorsi implicati nella comunicazione tra microbiota intestinale e sistema nervoso centrale che coinvolgono 1) il nervo vago e 2) trasmissione di molecole di segnalazione attraverso il sistema circolatorio e attraverso la barriera ematoencefalica.
I ricercatori sostengono che le evidenze disponibili degli specifici cambiamenti nel microbiota intestinale, abbiamo stretta relazione con le patologie menzionate prima. Anche se ognuna di queste malattie deriva da meccanismi patogenetici unici, tutte sono caratterizzate, almeno in parte, dalla neuroinfiammazione cronica. Forniamo un’interpretazione per la sostanziale evidenza che il microbiota intestinale sano ha la capacità di regolare positivamente le risposte neuroimmune nel sistema nervoso centrale. Anche se l’evidenza è principalmente associativa, è stato suggerito che la disbiosi batterica potrebbe contribuire a uno stato neuroinfiammatorio avverso, che porta ad un aumentato rischio di malattie neurodegenerative.
Pertanto, lo sviluppo di strategie per la regolazione e il mantenimento del microbiota intestinale sano, potrebbe essere un valido approccio per ridurre il rischio individuale e la prevalenza di malattie neurodegenerative.
A questo punto forse si sta intravedendo la possibilità che un giorno non sentiremo più la solita frase“ mangi quello che vuole tanto l’alimentazione non c’entra nulla”.   Al contrario, noi dell’alimentazione consapevole, non vi lasciamo mai senza informazioni sempre più aggiornate.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30114473/?i=7&from=/trending
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/28372330/?i=3&from=/30114473/related

 

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MALATTIE AUTOIMMUNI E CEREALI: COSA DICE LA SCIENZA?

In precedenza avevo già trattato i problemi che il glutine può dare a livello immunitario in generale. In questo caso vedremo più nello specifico uno studio, reso pubblico nel 2013 da PUBMED, che prende in considerazione nello specifico come si ripercuote sulla permeabilità intestinale e quali patologie autoimmuni possono scatenarsi e vedremo come non solo i cereali con il glutine possono essere un problema.
Lo studio, come premessa, ci ricorda che il grano è uno dei cereali più consumati al mondo e costituisce una parte sostanziale della dieta umana. Sebbene le linee guida dietetiche sostenute dal governo in Europa e negli Stati Uniti consigliano alle persone di mangiare quantità adeguate di cereali (interi) al giorno, i cereali contengono “anti-nutrienti“, come glutine di frumento e lectina di frumento, che nell’uomo possono provocare disfunzioni e malattia. Secondo i ricercatori ci sono prove di studi di intervento in vitro, in vivo e sull’uomo, che descrivono come il consumo di grano, ma anche altri cereali, possano contribuire alla manifestazione di infiammazione cronica e malattie autoimmuni aumentando la permeabilità intestinale e avviando un processo di risposta immunitaria infiammatoria. La permeabilità intestinale è quella condizione in cui le tossine e gli antigeni alimentar,i passano dall’intestino all’organismo, compreso ovviamente il circolo sanguigno. Detto questo, vediamo di esaminare alcuni passaggi essenziali e le motivazioni.
Iniziamo a prendere in esame il glutine che è il principale complesso proteico strutturale del grano, costituito da glutenine e gliadine. Quando la farina di grano viene mescolata con acqua per formare la pasta, le proteine del glutine formano una rete continua che fornisce la coesione e la viscoelasticità, che consente di trasformare la pasta in pane, pasta e altri alimenti. Il contenuto proteico del grano varia tra il 7% e il 22% con il glutine che costituisce circa l’80% della proteina totale del seme. Le glutenine sono la frazione delle proteine del grano che sono solubili in acidi diluiti e sono polimeri di singole proteine. Le prololine sono le proteine solubili in alcool dei cereali e sono specificamente chiamate gliadine nel grano. Le gliadine sono proteine monomeriche e sono classificate in tre gruppi: α / β-gliadine, γ-gliadine e ω-gliadine. L’ingestione di prodotti di grano è stata segnalata come responsabile delle reazioni allergiche. Altre risposte allergiche che sembrano essere correlate a una serie di proteine ​​del grano includono l’asma da fornaio, la rinite e l’orticaria da contatto.
Più comuni delle allergie al grano sono le condizioni che coinvolgono l’intolleranza al grano, compresa la celiachia, che si stima colpisca l’1% della popolazione dell’Europa occidentale e la dermatite erpetiforme, che ha un’incidenza tra circa 2 volte e 5 volte inferiore di celiachia. La stretta associazione tra diabete di tipo 1 e celiachia e l’osservazione che le malattie autoimmuni sembrano essere più prevalenti nei pazienti celiaci e nei loro parenti, collega quindi l’assunzione di grano con diverse altre condizioni.
Come ben sappiamo, da tempo la gliadina dal glutine di frumento e le prolamine correlate da altri cereali contenenti glutine, compresi segale e orzo, possono innescare la celiachia in persone geneticamente suscettibili. I sintomi di questa malattia sono l’infiammazione della mucosa, l’atrofia dei villi dell’intestino tenue, l’aumento della permeabilità intestinale e il malassorbimento di macro e micronutrienti.
Infatti, affinché la gliadina interagisca con le cellule del sistema immunitario, deve superare la barriera intestinale. È indicato da diversi studi che l’aumento della permeabilità intestinale, precede l’insorgenza della celiachia e non è solo una conseguenza dell’infiammazione cronica intestinale.
LA SCOPERTA DELLA ZONULINA
Nel 2000 gli scienziati del Center for Celiac Research scoprirono la zonulina, proteina umana che modula la permeabilità intestinale in pratica regola l’apertura e la chiusura della bariera epiteliale.
La zonulina è stata attivata dalla gliadina nelle biopsie intestinali da pazienti sia celiaci che non celiaci, suggerendo che la gliadina può aumentare la permeabilità intestinale anche nei pazienti non celiaci, ma non è stata osservata in un gruppo di pazienti sensibili al glutine. Livelli elevati di zonulina e la permeabilità intestinale sono osservati nelle malattie autoimmuni e infiammatorie come: sclerosi multipla, asma e malattia infiammatoria intestinale e il polimorfismo di aptoglobina è associato con artrite reumatoide, diabete di tipo 1, spondilite anchilosante, schizofrenia, asma, sindrome da stanchezza cronica e alcuni tipi di cancro. Quando la funzione di barriera è interrotta, vi è un aumento del passaggio di antigeni alimentari e microbici che interagiscono con le cellule del sistema immunitario. Ma il glutine non sembra essere l’unico problema vediamo perché.
 LECTINE
Le indagini ora si spostano sui cereali in generale anche senza glutine come riso, miglio, mais. Le lectine sono presenti in una varietà di piante e semi per difendersi da altre piante, queste lectine sono riconosciute come anti- nutrienti. La lectina più studiata è la WGA ( Wheat germ agglutinin) che induce risposte immunitarie infiammatorie ad esempio innesca la produzione di istamina.
Quindi è in gran parte responsabile di molti degli effetti negativi sulla salute. La WGA è più elevata nel grano intero, specialmente grano intero germogliato, ma il grano non è l’unico cereale ricco di lectina. Tutti i cereali (riso, frumento, farro, segale, ecc) sono ad alto contenuto di lectine.
Il Dott. Massimo Pandiani riassume bene gli effetti di questa lectina sul suo sito riporto qui gli aspetti essenziali
La WGA ha il potenziale per danneggiare la vostra salute, grazie ai seguenti meccanismi (l’elenco non è esaustivo):
  • Pro-infiammatoria: la WGA stimola la sintesi di messaggeri chimici pro-infiammatori, anche a concentrazioni molto piccole
  • immunotossica: la WGA potrebbe legarsi a e attivare i leucociti del sangue
  • neurotossica: la WGA può passare attraverso la barriera emato-encefalica e attaccarsi al rivestimento protettivo dei nervi, conosciuto come guaina mielinica. E ‘anche in grado di inibire il fattore di crescita nervoso, che è importante per la crescita, manutenzione e sopravvivenza di certi neuroni
  • cardiotossica: la WGA induce l’aggregazione piastrinica ed ha un potente effetto dirompente sulla rigenerazione dei tessuti e la rimozione dei neutrofili dai vasi sanguigni
  • citotossica (tossico per le cellule): la WGA può indurre la morte cellulare programmata (apoptosi)
La ricerca dimostra anche che potrebbe perturbare il sistema endocrino e la funzione gastrointestinale, interferire con l’espressione genetica, e avere somiglianze con determinati virus.
A questo punto, i ricercatori hanno voluto indagare sugli effetti di una alimentazione senza cereali ed è emerso che gli uomini sani, sedentari, hanno migliorato la pressione sanguigna e la tolleranza al glucosio, diminuito la secrezione di insulina, aumentato la sensibilità all’insulina e migliorato i profili lipidici. La tolleranza al glucosio è migliorata anche nei pazienti affetti da una combinazione di cardiopatia ischemica e intolleranza al glucosio o diabete di tipo 2.
Simili risultati positivi sul controllo glicemico sono stati ottenuti nei pazienti diabetici, quando la dieta paleolitica è stata confrontata con la dieta del diabete classica. I partecipanti seguivano ogni dieta per tre mesi e i risultati erano un indice di massa corporea inferiore, HDL medio più alto, livelli medi più bassi di emoglobina A1c. Gli studi stanno aumentando dal 2013 e questi risultati suggeriscono che, insieme ad altri cambiamenti nella dieta, l’esclusione dei cereali ha un effetto positivo sulla salute.
Al contrario i soggetti di controllo che sono stati consigliati di seguire una dieta di tipo mediterraneo a base di cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pesce, frutta e verdura non hanno migliorato significativamente la loro tolleranza al glucosio nonostante la diminuzione del peso e della circonferenza della vita.
La conclusione di questo studio è che, appunto, il consumo giornaliero di prodotti di grano e altri cereali connessi potrebbe contribuire alla manifestazione di infiammazione cronica e malattie autoimmuni. Sia gli studi in vitro che quelli in vivo dimostrano che la gliadina e le lectine presenti dei cereali, anche senza glutine, possono entrambi aumentare la permeabilità intestinale e attivare il sistema immunitario. E’ importante anche sottolineare che gli effetti della gliadina sulla permeabilità intestinale e sul sistema immunitario sono stati confermati anche negli esseri umani. Perché lo metto in evidenza? Perché molti studi anche validi, sono stati fatti su animali e hanno dato indicazioni utili, ma in definitiva è ciò che si osserva sull’uomo ciò che conta, dato che il metabolismo dell’uomo e il cibo di cui ha bisogno non può essere equiparato in tutto e per tutto a quello degli animali. Negli ultimi anni, sempre più luce si sta facendo sulla relazione fra cereali e autoimmunità, non ci stupiamo che sempre più professionisti al passo con gli studi prescrivano al paziente con una patologia autoimmune o disturbi metabolici, come base, l’eliminazione dei cereali e sempre più testimonianze ne confermano i risultati. Dopo questo articolo vi sentite più consapevoli?
RIFERIMENTI
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3705319/&prev=search
http://www.massimopandiani.it/?p=1751
“Senza glutine” di Alessio Fasano edito da Mondadori
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ILLUMINISMO NUTRIZIONALE: TU DA CHE PARTE STAI?

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.”
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”.
Con queste parole Immanuel Kant, descrisse l’illuminismo, che si sviluppò nel XVIII secolo in Europa, affermando uno dei concetti base, cioè che ogni uomo ha la capacità di comprendere le questioni, di esaminare i fatti e arrivare a decidere se un insegnamento o una ideologia siano logici e supportati da prove, liberandosi così dall’ignoranza e dal pregiudizio. Fino a quel momento, l’idea prevalente era che non si doveva mettere in discussione nessun insegnamento o decisione di chi, sulla carta, aveva più istruzione o potere.
Ovviamente, non entrerò nelle questioni politiche o dottrinali che hanno relazione con l’illuminismo di quel tempo, ma prenderò a prestito quel termine e la sua definizione  per indicare che sembra che si stia assistendo, in campo alimentare, a quello che definirei , illuminismo nutrizionale.
Alla fine dell’800 si era iniziato a comprendere alcune cose e fino agli ’30 si stavano facendo progressi, poi, l’avvento sempre più massiccio dei farmaci come mezzo per curare  le patologie metaboliche e le idee errate su certi cibi, hanno soffocato quella rivoluzione. Quindi, se volessimo definire la ripresa nei tempi recenti di questo movimento,  potremmo forse dire che sono stati gli anni ’70, con il Dott.Atkins, che dichiarò al mondo intero che non sono i grassi a fare male ma i carboidrati. Da quel tempo se ne è fatta di strada e oggi la conoscenza si è ulteriormente ampliata e sempre più medici e ricercatori si sono schierati dalla parte dell’illuminismo nutrizionale. Con il passare degli anni,  altri divulgatori hanno avuto un impatto notevole, fornendo informazioni importanti , alcuni,  che desidero menzionare per stima personale,  sono il Dott.Perlmutter e il giornalista Gary Taubes,  con i loro scritti a divulgati a livello internazionale . Invece  livello nazionale,  come non menzionare il Dott. Piero Mozzi, che fu tra i primi in Italia a mettere in guardia da certi alimenti , prospettare strategie nutrizionali e spiegando come ascoltare il proprio corpo, per tenere sotto controllo efficacemente il diabete e le patologie autoimmuni.
In relazione a questo cambiamento epocale, si potrebbero fare molti esempi che dimostrano che ci stiamo liberando completamente da idee vecchie e oltre tutto non supportate da veri studi scientifici, oggi finalmente sappiamo che, le uova fanno bene, i cereali sono la causa principale del diabete, i latticini non sono la fonte di calcio biodisponibile migliore, lo zucchero non è essenziale per il funzionamento del cervello e oggi sappiamo anche che le patologie autoimmuni sono influenzate moltissimo da sostanze come il glutine. Questi sono solo pochi esempi delle verità che intendiamo come illuminismo nutrizionale, che ora sono in mano anche al popolo. In pratica, il popolo, gli utenti, chiamateli come volete, hanno fame soprattutto di conoscenza e vogliono sapere perché è giusto o no mangiare certe cose e non limitarsi ad accettare passivamente ciò che la classe esperta dice, in poche parole, tutti noi sentiamo il bisogno di riprendere in mano le redini del nostro benessere in modo attivo.
Ecco perché, dato che viviamo in un periodo di illuminismo nutrizionale, raccomandiamo, sempre di rivolgersi a professionisti illuminati e oggi ci sono, stanno anche aumentando e sono quelli che hanno voluto andare a fondo nelle questioni legate al cibo, esaminando cosa dice la ricerca scientifica, i dati, la biologia, la storia dell’uomo e prendendo in considerazione strategie nutrizionali innovative e non accettando dogmi solo perché insegnati come la tradizione vuole.
A questo punto, io e tutti noi dell’alimentazione consapevole, siamo ben contenti di collocarci in questo periodo di illuminismo nutrizionale dalla parte di coloro che stanno gettando luce, svelando informazioni sconosciute alla maggioranza. La Comida Edizioni, contribuisce, con il suo sito e pubblicando libri di supporto per chi desidera schierarsi dalla parte dell’illuminismo nutrizionale, a guidare i propri lettori nella consapevolezza e a saper riconoscere senza difficoltà un professionista ” illuminato” a cui affidarsi. In conclusione: da che parte stai?

 

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IL FRUTTOSIO: UN DOLCIFICANTE INNOCENTE?

Era praticamente assente nella nostra dieta qualche centinaio di anni fa, il fruttosio è ora diventato un importante componente della dieta moderna. Le nostre principali fonti di fruttosio sono il saccarosio da barbabietola o canna da zucchero, lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, la frutta e il miele. Il fruttosio ha la stessa formula chimica del glucosio (C (6) H (12) O (6)), ma il suo metabolismo differisce notevolmente da quello del glucosio a causa della sua estrazione epatica quasi completa e della rapida conversione epatica in glucosio, glicogeno, lattato e grasso.
Il peggiore fra questi, sembra essere appunto lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS high-fructose corn syrup) il consumo è aumentato considerevolmente negli Stati Uniti negli ultimi anni. L’assunzione di HFCS può ora superare quella dell’altro principale dolcificante calorico, il saccarosio. Inizialmente, diversi nutrizionisti e diabetologi, ritenevano che il fruttosio fosse una forma di zucchero più sicura del saccarosio, in particolare per le persone con diabete mellito, poiché non influisce negativamente sulla regolazione della glicemia, almeno nel breve periodo, ma il punto è proprio questo: nel breve periodo. Infatti il fruttosio ha effetti potenzialmente dannosi su altri aspetti del metabolismo. In particolare, il fruttosio è un potente zucchero che promuove la formazione di prodotti finali di glicazione che è quel processo biochimico in cui molecole di zucchero e di proteine e grassi si legano danneggiando in questo modo le proteine, la conseguenza è stimolare il processo di invecchiamento. Tutto ciò, ha anche conseguenze nella patogenesi delle complicanze vascolari, renali e oculari del diabete; e nello sviluppo dell’aterosclerosi. Il fruttosio è stato anche implicato come principale causa di sintomi in alcuni pazienti con diarrea cronica o altri disturbi funzionali dell’intestino. Inoltre, il consumo eccessivo di fruttosio può essere in parte responsabile della crescente prevalenza di obesità, diabete mellito e steatosi epatica non alcolica.
Sapere questo, potrebbe spiegare perché i popoli, soprattutto quelli occidentali, hanno sviluppato maggiormente la tendenza al sovrappeso a differenza di altri. Sembra infatti, che l’uso regolare di questo tipo di dolcificanti predisponga a mettere su peso e sviluppare il diabete, avendo in questo modo compromesso la capacita dell’organismo nel metabolizzare correttamente tutti gli altri carboidrati assunti anche in maniera naturale. In pratica, le ricerche sembrano indicare che, chi si sbilancia verso i cereali avrà molte probabilità di mettere su peso, ma chi aggiungerà ai cereali anche questo genere di zuccheri peggiorerà inevitabilmente la situazione creando nel tempo situazioni da cui sarà difficilissimo tornare indietro.
Ovviamente, è improbabile che le quantità relativamente piccole di fruttosio presenti naturalmente in frutta e verdura abbiano effetti deleteri però, è anche documentato che diversi hanno sviluppato una grossa difficoltà a gestire quel poco fruttosio contenuto in maniera naturale nella frutta; e addirittura alcuni sotto controllo medico per ritornare a gestire in maniera corretta il loro peso, hanno dovuto anche misurare adeguatamente i quantitativi di verdure assunte.
Quale lezione dovremmo trarre da tutto ciò? In particolare uno: aiutiamo i nostri bambini ad evitare il più possibile questo tipo di dolcificanti in modo tale da non predisporli a tutto ciò che abbiamo visto prima. Questo richiederà sforzo essendo presenti nella maggioranza dei prodotti industriali, bibite, dolci e molto altro, ma almeno da adulti, con tutta probabilità.,potranno gustarsi un po’ di frutta nella giusta stagione senza preoccuparsi.
 
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/16366738/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/20086073/
“Perché si diventa grassi ( e come fare per evitarlo)”  di Gary Taubes