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GLICOGENOSI: UNA SPERANZA CONCRETA ARRIVA DALLA CHETOGENICA!

Le Glicogenosi possono essere definite come un gruppo di malattie rare metaboliche: rare perché colpiscono un ristretto numero di individui, metaboliche perché riguardano il metabolismo, e in particolare i processi metabolici del glicogeno, la molecola che funziona come “deposito di riserva” del glucosio.La glicogenosi è causata, a seconda della tipologia, dal deficit funzionale o dalla carenza di uno degli enzimi che contribuiscono al metabolismo del glicogeno. Se l’attività enzimatica è carente o non ottimale, il glicogeno si accumula nei tessuti provocando alterazioni e disfunzioni degli organi.
Tra queste esiste la malattia di McArdle, glicogenosi di tipo V, è una rara malattia del metabolismo muscolare causata da una deficienza dell’enzima miofosforilasi, che impedisce la conversione del glicogeno muscolare immagazzinato in glucosio. L’effetto risultante è l’intolleranza all’esercizio fisico con affaticamento muscolare e “crampi” entro pochi minuti dall’inizio dell’attività, che può portare a danni muscolari, rabdomiolisi e potenzialmente insufficienza renale. Un enorme volume di letteratura negli ultimi cinquant’anni suggerisce che una dieta ricca di carboidrati aumenta la secrezione di insulina, inibendo l’uso di grassi (e chetoni). E quindi l’unica strategia che si era ipotizzata era dare a questi pazienti carboidrati e zuccheri a intervalli regolari per tutto il giorno. Ma poiché i pazienti di McArdle non hanno accesso alla maggior parte dei carboidrati immagazzinati questo approccio non porta risultati validi, dato che dare zucchero a chi tanto non li può usare come fonte energetica praticamente è inutile. Rispetto alla popolazione generale, gli individui con malattia di McArdle hanno una quantità simile di carboidrati nel fegato (100 g), la stessa piccola quantità (3 g) nella circolazione sistemica, ma hanno uno stoccaggio sovra-fisiologico/patologico del glicogeno nel muscolo. L’incapacità di accedere all’80% di carboidrati immagazzinati, rende molto difficile soddisfare la domanda di trifosfato di adenosina (ATP), sia all’inizio dell’attività fisica e sia laddove l’attività sostenuta richiede anche una molto bassa intensità di esercizio assoluto. In pratica per fare un esempio molto semplice, dare carboidrati a chi ha questa patologia, sarebbe come versare un milione di euro sul conto di una persona che non ha nessuna possibilità di prelevare o usare carte per i pagamenti, rimarrà povero comunque.
Ora invece, nel 2017, la letteratura scientifica sull’ IMedPub Journals http://raredisorders.imedpub.com/can-a-lowcarbohydrate-diet-improve-exercise-tolerance-in-mcardle-disease.php?aid=18615 riporta la nuova esperienza di tre pazienti con malattia di McArdle, che hanno adottato una dieta chetogenica a basso contenuto di carboidrati (LCKD) per gestire la loro intolleranza all’esercizio fisico. In ciascun caso, è stato riscontrato un netto miglioramento nell’attività e nella tolleranza all’esercizio fisico. La creatina chinasi plasmatica (CK) è risultata significativamente ridotta in tutti e tre i casi, con due pazienti che presentano valori entro il range normale. Nel complesso, ogni paziente ha descritto una migliore qualità della vita. Il motivo di questi benefici sta semplicemente nel fatto che il malato messo ad una bassissima quota di carboidrati, generalmente meno di 20 g giornalieri, e utilizzando grassi e moderate proteine inizia a produce corpi chetonici chiamati acetone, aceto acetato e 3-B idrossibutirrato, che sono una fonte di energia pulita per l’organismo compreso muscoli e cervello. Al contrario i carboidrati stimolano la secrezione di insulina, che a sua volta facilita l’uso acuto dei carboidrati come substrato del combustibile, ma favorisce anche lo stoccaggio dei grassi e inibisce il catabolismo dei grassi.
Vediamo nel dettaglio uno di questi tre casi documentati
Una bambina italiana di 12 anni di nome Letizia con lievi sintomi di malattia di McArdle dall’età di sei anni. Prima della sua diagnosi, era moderatamente attiva prendendo lezioni di balletto, corsi di nuoto, sci e giochi. Ha consumato una dieta mediterranea classica e  bevuto solo acqua. Quando le viene chiesto dei suoi sintomi , prima della diagnosi, ha indicato che aveva alcuni crampi muscolari, ma pensava che tutti i suoi amici li avessero, e quindi non lo ha detto ai suoi genitori. In un’occasione, mentre imparava a fare snowboard, aveva crampi muscolari così forti che il suo insegnante dovette portarla giù per la collina. Nella classe di educazione fisica (PE) è stata assegnata al gruppo ‘ principiante ‘ (impegnato in formazione di minore intensità) a seguito della sua manifestata intolleranza all’esercizio. All’età di nove anni mentre veniva trattata per la polmonite, si scoprì che la sua creatinchinasi plasmatica (CK) era elevata, inducendo ad effettuare ulteriori indagini. Dopo la diagnosi della malattia di McArdle, le è stato ordinato di limitare la sua attività e consumare una dieta ricca di carboidrati. Dopo aver iniziato un’alta dieta a base di carboidrati, la situazione divenne sempre più difficile, con il risultato di oltre 3 mesi di assenza dalla scuola in un solo anno. Nel 2014 i suoi genitori modificarono la dieta in una LCKD(Low-carb ketogenic diet) per fare uso del suo metabolismo dei grassi per l’energia. Durante questa transizione ha avvertito nausea, mal di testa e debolezza transitoria. Inizialmente, i suoi livelli di chetoni sono stati controllati più volte al giorno con analisi del sangue e attualmente vengono controllati ogni giorno dal respiro. In media il suo livello di chetoni è 6 mmol/L. Un esempio di assunzione di una tipica giornata cibo comprende una frittata con formaggio e burro per la colazione; pollo con burro e insalata verde con olio per il pranzo; e filetto di manzo con panna, spinaci e burro per la cena. Fette di salame sono consumate regolarmente per spuntini e l’acqua è l’unica bevanda consumata. Lei è regolarmente seguita da una équipe medica all’ Istituto di Karolinska, Stoccolma. I suoi genitori hanno indicato che un LCKD ha provocato un ritorno alla vita normale.
Tutto ciò fa di Letizia il primo paziente pediatrico al mondo trattato con questa alimentazione. Potete ascoltare l’emozionante racconto direttamente da Barbara qui  https://www.youtube.com/watch?v=VU0RsVdDvFg dove narra il loro percorso pieno di gioie e le sfide che tutto ciò ha comportato e comporta ancora . Potrete anche sentire cosa hanno provato quando dopo solo tre giorni di dieta chetogenica la bambina ha ripreso a camminare ed è andata a scuola per la prima volta dopo molto tempo senza la sedia a rotelle e riprendendo a praticare sport.
La conclusione degli autori è che una dieta a ridotto contenuto di carboidrati può fornire ai pazienti con malattia di McArdle un substrato energetico consistente per permettere di far lavorare i muscoli efficacemente, riducendo così il rischio di danni muscolari e la minaccia di insufficienza renale. Secondo gli autori della pubblicazione con questi precedenti sono giustificate ricerche sull’uso di una dieta a basso contenuto di carboidrati chetogenica nella malattia di McArdle .
Gli istituti di ricerca, avendo preso atto che si sta diffondendo in maniera naturale e con successo fra i malati di glicogenosi di tipo V questa strategia nutrizionale, hanno deciso di partire con una sperimentazione controllata all’ IRCCS Eugenio Medea di Conegliano Veneto controllata diretta dal Prof. Andrea Martinuzzi, anche centri a Pisa e Messina aderiscono al progetto.
Oltre al tipo V, per usare le parole di Barbara con cui sono in contatto, “la chetogenica ha dato risultati eccezionali nei malati di glicogenosi di tipo II III e VII quelle muscolari.”
Che lezione si può tratte da tutto questo? Che non si può ancora sapere esattamente quali siano i limiti di una strategia nutrizionale a basso contenuto di carboidrati dato che mai e poi mai si era pensato che questo tipo di patologie potessero essere trattate con la chetogenica.
Ho voluto raccontare questo per ribadire il valore di una alimentazione consapevole, per mettere in risalto l’importanza di seguire l’esempio di Barbara e della sua famiglia che non si sono arresi a quella che sembrava l’unica alimentazione suggerita dalla medicina ufficiale. Ormai ne è passato di tempo, precisamente 100 anni, da quando si pensava che la chetogenica fosse solo un possibile trattamento per l’epilessia infantile. Quindi rivolgetevi a centri e medici che sono al passo con queste evidenze scientifiche e che prendono seriamente in considerazione i percorsi low-carb o chetogenici per il raggiungimento del benessere e della salute.
RIferimenti
https://www.malattiadipompe.it/it/vivere-con-la-malattia/glicogenosi-tipi-classificazione#tipo5
http://www.aig-aig.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/03/aig_notizie_21_2019.pdf?fbclid=IwAR1pvBEPtsv_dgZDbUOTIm4baf8Wai4Yfqd296u-8Tzov9shm2t0eoH6D78
http://raredisorders.imedpub.com/can-a-lowcarbohydrate-diet-improve-exercise-tolerance-in-mcardle-disease.pdf

 

Paola Brancaleon

TEGOLE VALDOSTANE rivisitate

Ingredienti:
80 g zucchero
60 g farina di ceci (o fave, saraceno, quinoa)
60 g margarina vegetale
80 g mandorle
80 g nocciole (no gruppo B e AB)
4 albumi
2 cucchiai di marsala

1 cucchiaio di cacao amaro (per la versione cioccolata)
1 pizzico di sale

Procedimento:
Montate a neve ben ferma gli albumi con un pizzico di sale. Mettete le nocciole e le mandorle nel frullatore insieme allo zucchero e frullate bene fino ad ottenere una farina abbastanza liscia. Unite la farina che avete scelto alla farina di mandorle e nocciole e zucchero e mescolate con un cucchiaio. Unite anche la margarina, il marsala e quando sarà amalgamato al resto, (se mettete il cacao unitelo a questo punto) unite anche gli albumi montati a neve facendo attenzione a non smontarli troppo. Mettete il composto ottenuto a cucchiaiate (distanziate mi raccomando altrimenti avrete un’enorme tegolone) e cuocete in forno preriscaldato a 180° fino a quando i bordi inizieranno a colorarsi. Tirate fuori le tegole valdostane dal forno e fatele raffreddare. Se volete dare la forma vera delle tegole valdostane fatele raffreddare su un matterello, in questo modo rimarranno leggermente curve.

Difficoltà: bassa

Tempo di preparazione: 10 minuti

Tempo di cottura: 10 minuti

Consigli:  Ricordate di non mettere cucchiaiate troppo grandi altrimenti rischierete che in cottura si allarghino troppo e si uniscano una all’altra. Si conservano chiuse in una scatola di latta per molti giorni.

Paola Brancaleon

PANCAKE AI MIRTILLI

Ingredienti x 16 pancake

-100 g Farina di grano saraceno o quinoa

-100 g Farina di mandorle

-1 Uovo

-320 g Latte di soia

-200 g Mirtilli freschi

-20 g Zucchero

-20 g Margarina vegetale

-30 g scorzette di cedro candito

– 6 g di lievito (miscela cremor tartaro e bicarbonato)

 

Preparazione

Fate ammorbidire la margarina vegetale.

Versate lo zucchero in una ciotola, unite l’uovo e sbattete con una frusta.

Unite il latte di soia e la margarina vegetale, mescolate ancora.

Incorporate la farina di mandorle e quella di saraceno (o quinoa), mescolando.

Setacciate il lievito all’interno del composto e, infine, unite i mirtilli lavati e asciugati

e le scorzette di cedro candito (potete sostituire con buccia di limone grattugiata, ma aumentate lo zucchero)

Dopo aver mescolato in maniera omogenea, coprite con pellicola e fate riposare in frigo un’oretta.

Scaldate una piastra per crepe e versate un mestolino di pastella, lasciando che si spanda da sola.

Cuocete a fuoco medio per un paio di minuti e capovolgete aiutandovi con una paletta. Lasciate cuocere altri 2 minuti e girate di nuovo proseguendo la cottura altri 2 minuti per lato.

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DIETA MEDITERRANEA: LA CADUTA DI UN MITO?

La Division of Health Sciences, Warwick Medical School, University of Warwick , Coventry in Inghilterra, nel 2019 ha pubblicato i risultati di una sua ricerca. Dopo aver passato in rassegna tutti gli studi fatti sulla dieta mediterranea in relazione alle malattie cardiovascolari,  per determinare l’efficacia di una dieta di stile Mediterraneo per la prevenzione primaria e secondaria .
Definiamo subito cosa si intende per prevenzione primaria e secondaria.
La prevenzione primaria mira ad evitare che una malattia insorga (ovvero a ridurne l’incidenza).
La prevenzione secondaria riguarda individui clinicamente sani che presentano un danno biologico già in atto, con lo scopo di guarire la lesione prima che evolva in patologia.
Dato che lo studio dei sette paesi nel 1960, ha mostrato che le popolazioni della regione mediterranea hanno sperimentato una minore mortalità coronarica, probabilmente a causa di diversi modelli dietetici, si voleva comprendere se effettivamente esistono prove che la dieta abbia benefici se applicata a livello clinico. cioè in studi effettivamente controllati su pazienti.
Ecco cosa è stato scoperto.
I ricercatori hanno selezionato studi randomizzati controllati  fatti su adulti sani, ma ad alto rischio  cardiovascolare (prevenzione primaria) e su persone con  un danno già in atto, che avrebbe potuto evolvere in patologia (prevenzione secondaria) stabilita.
E’ stato ben controllato che ci fosse, in questi programmi, l’aderenza alla definizione di una dieta mediterranea: giusto utilizzo dei grassi monoinsaturi/grassi saturi, un elevato apporto di alimenti a base vegetale, compresi frutta, verdura e legumi e il consumo elevato di cereali integrali. Di contro erano presenti un basso o moderato consumo di vino rosso, basso consumo di carne e prodotti a base di carne e aumento del consumo di pesce; consumo moderato di latte e prodotti lattiero-caseari.
I risultati sono stati che i vari studi hanno evidenziato scarsi benefici, addirittura c’era evidenza di scarso o nessun effetto di una dieta mediterranea sui livelli lipidici e prove molto basse di qualità per la pressione sanguigna e molto di poco o nessun effetto, su colesterolo sia LDL e HDL o trigliceridi.
Passiamo ora alle conclusioni degli autori.
“Nonostante il numero relativamente elevato di studi inclusi in questa revisione, c’è ancora qualche incertezza sugli effetti di una dieta mediterranea a livello clinico e sui fattori di rischio cardiovascolare, per la prevenzione primaria e secondaria. C’è una scarsità di prove per la prevenzione secondaria. In più due studi hanno riportato effetti collaterali della dieta mediterranea.”
In pratica, come ho sempre portato a conoscenza i lettori, la dieta mediterranea come viene proposta, potrebbe essere un po’ meglio di certi modelli alimentari che inducono a mangiare cibo spazzatura e in base a questo concetto potrebbe vincere . Al contrario, quando certi studi  l’hanno  confrontata con altri modelli alimentari,  ne è uscita sconfitta o addirittura dannosa.
Perciò,  se deve essere applicata per prevenire o curare si rivela inefficace, perché il massiccio utilizzo di cereali, anche integrali, poca carne, uova magari una volta a settimana e magari l’inserimento, come  previsto, di latte e latticini, farà in modo che il diabetico rimarrà tale e chi è a rischio di patologie cardiovascolari, come abbiamo visto, non avrà risultati.  Vi invitiamo sempre a cercare professionisti che conoscono queste evidenze scientifiche e che non hanno mitizzato la così detta “dieta mediterranea”.
RIFERIMENTI
https://www.cochranelibrary.com/cdsr/doi/10.1002/14651858.CD009825.pub3/abstract
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30864165/?i=59&from=%2Ftrending&fbclid=IwAR2nMWS5J8C_dOovkAQTGjQJ37wzD9BlITFMD8Mp-bSQAf7JPM4mqQnPRHk

 

 

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TUMORE ALLO STOMACO? ATTENZIONE AL CARICO GLICEMICO

Tra gli studi che più mi interessano, ci sono proprio quelli eseguiti da istituti di ricerca italiani, dato che alcuni tendono a nutrire un pò di diffidenza verso ricerche che arrivano dall’estero, come se per ritenerle valide serva sempre attendere una conferma italiana. Ecco che anche in questo caso, studi italiani di notevole importanza esistono e vanno a toccare un argomento scottante come la pasta e il pane. Vediamo di che si tratta. Il lavoro che esamineremo è stato condotto con il contributo dell’associazione italiana per la ricerca sul cancro (AIRC) e della lega italiana contro il cancro. Parleremo del cancro gastrico, comunemente detto, tumore allo stomaco.

Come prima cosa è utile ricordare che l’indice glicemico e, in particolare, il carico glicemico, sono stati correlati al rischio eccessivo di tumori colorettali, orali, mammella ed esofagee e di alcune di queste ho già trattato estesamente la questione in altri articoli.
Negli studi condotti in Grecia è stata osservata una relazione diretta tra gli alimenti amidacei, in particolare i cereali raffinati, anche con il cancro gastrico. Altre conferme arrivano dal Belgio ed è stato confermato nella maggior parte degli studi successivi (fondo mondiale per la ricerca sul cancro/Istituto americano per la ricerca sul cancro. Cereali raffinati e cibi amidacei, in particolare nell’Europa meridionale, considerati indicatori di una dieta più povera, sono stati associati ad un aumento del rischio di cancro gastrico possono essere associati ad una dieta ad alto indice glicemico (IG) e carico glicemico (GL). Anche in Italia quindi si è voluto indagare sul rischio di cancro gastrico in relazione all’indice glicemico  dietetico e al carico glicemico , che rappresentano misure indirette di assorbimento dei carboidrati e conseguentemente della domanda di insulina dietetica, in uno studio di controllo del caso condotto nel nord Italia tra 1997 e 2007.
L’indice glicemico è un indicatore del tasso di assorbimento dei carboidrati e classifica il loro effetto sulle concentrazioni di glucosio nel sangue. Confronta i carboidrati disponibili grammo-per-grammo nei singoli alimenti, fornendo un indice numerico, basato su evidenze di glicemia postprandiale. Poiché il carico glicemico combina misure di carboidrati (sia qualitativi che quantitativi) e della domanda di insulina dietetica, l’indice glicemico complessivo riflette la qualità media dei carboidrati consumati, mentre il carico glicemico dietetico totale riflette sia la loro quantità media che la qualità. Quindi come ho già indicato in un precedente articolo il carico glicemico rimane il dato più determinante.
In breve, i casi sono stati 230 (143 uomini, 87 donne; età mediana 63 anni, Range 22 – 80 anni) ammessi all’insegnamento principale e agli ospedali generici nell’area di studio con l’incidente, cancro dello stomaco confermato istologicamente, diagnosticato non più di 1 anno prima dell’intervista, e senza una diagnosi precoce del cancro. Il gruppo di controllo comprendeva 547 pazienti (286 uomini, 261 donne; età mediana 63 anni, Range 22 – 80 anni) frequenza corrispondente ai casi per età e sesso (rapporto di 2:1 per gli uomini e 3:1 per le donne), ammesso negli stessi ospedali come casi per un ampio spettro di condizioni non neoplastiche, non correlate a fattori di rischio per il cancro allo stomaco e la modifica della dieta a lungo termine.
I ricercatori, dopo attento esame di tutti i fattori implicati e dei dati emersi dichiarano che: “lo studio suggerisce che una dieta ad alto livello di carico glicemico e indice glicemico è direttamente correlata al rischio di cancro gastrico, e può quindi contribuire a spiegare la relazione osservata in diversi studi con alimenti amidacei. I risultati indicano che alcune caratteristiche dei carboidrati, in particolare di carboidrati raffinati come pane bianco, pasta e riso, hanno un’influenza evidente sul rischio di cancro gastrico in questa popolazione.”
La motivazione che danno è che una dieta ad alto  carico glicemico, può aumentare il rischio di cancro gastrico attraverso la modulazione dei fattori di crescita insulino-simile (IGF).
Questo studio quindi si aggiunge ad una lunga serie di articoli che accrescono la nostra conoscenza sul valore di una alimentazione consapevole, che tenga conto del carico glicemico degli alimenti e del conseguente effetto sulla glicemia.
Riferimento
https://www.nature.com/articles/6604894?fbclid=IwAR3yZ1_nylwKX_w4yvgoyZjRWgkCBqjy1o4hEQSmZ_2MNoUUStumYwEEQ8A

 

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ELIMINARE LA CARNE MIGLIORA LA SALUTE?

Spesso si legge di studi che fanno pensare che evitare la carne o avere una dieta vegetariana, allunghi la vita o abbia benefici per la salute tra cui riduzioni di diabete di tipo 2 , ipertensione  e obesità.
In questo caso, Istituti di ricerca Australiani tra cui la Prevention Research Collaboration, School of Public Health, Sydney Medical School, University di Sydney e la Epidemiology and Population Health, Australian National University di Canberra, hanno voluto esaminare le prove di una presunta superiorità sulla salute della dieta vegetariana.
Vediamo i dati e le valutazioni di questa ricerca.
I ricercatori fanno una interessante premessa: ”La prova fino ad oggi suggerisce che i vegetariani tendono ad avere tassi di mortalità inferiori rispetto ai non-vegetariani, ma la maggior parte degli studi non è basata sulla popolazione e altri fattori di stile di vita sani possono aver confuso gli effetti protettivi apparenti. Lo scopo di questo studio era quello di valutare l’associazione tra le categorie di dieta vegetariana (tra cui completa, semi e pesco-vegetariana) e la mortalità per tutte le cause, in una grande coorte australiana basata sulla popolazione.” In pratica sostengono che certi studi fatti in questo senso, non siano stati eseguiti efficacemente, quindi vediamo cosa hanno scoperto con il loro metodo.
Questo studio ha preso in esame uomini e donne di età superiore a 45 anni nel Nuovo Galles del Sud (NSW), Australia. Lo stato di dieta vegetariana è stato valutato dal questionario di base e i partecipanti sono stati suddivisi in vegetariani completi, semi-vegetariani (che mangiano carne meno di una volta a settimana), pesco-vegetariani e mangiatori di carne regolari
I risultati di questo studio, che ha preso in esame 243.096 partecipanti (età media: 62,3 anni, 46,7% uomini),  dicono che non vi è stata alcuna differenza significativa nella mortalità per tutti i vegetariani rispetto ai non vegetariani. Non vi è stata inoltre alcuna differenza significativa nel rischio di mortalità tra i semi-vegetariani rispetto ai normali mangiatori di carne. I ricercatori concludono dicendo di non aver trovato alcuna prova che dimostri che seguire una dieta vegetariana, una dieta semi-vegetariana o una dieta pesco-vegetariana, abbia un effetto protettivo indipendente sulla mortalità per tutte le cause.
I tre punti conclusivi dello studio sono questi:
  1. I vegetariani avevano comportamenti di stile di vita più sani rispetto ai non-vegetariani.
  2. Nessuna differenza nella mortalità di tutte le cause tra vegetariani e non vegetariani
  3. Semi-vegetariani o pesco-vegetariani non hanno avuto un rischio ridotto di morte.
Conoscere anche questi studi fatti da istituti importanti sicuramente arricchisce la nostra conoscenza per una alimentazione consapevole.
Riferimento
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28040519
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NOCI DELLA MACADAMIA? COSTANO SI, MA NE VALE LA…

La Noce macadamia è il frutto dell’albero tropicale chiamato Macadamia o Noce del Queensland, prodotte da due specie: (Macadamia integrifolia, e Macadamia tetraphylla), originario del Queensland, regione nel nord-est australiano. Le noci di macadamia contengono il 75% di grassi infatti sono la varietà di frutta secca oleosa che ha più grassi e meno proteine. L’80% dei grassi sono monoinsaturi e buona parte della categoria omega-9 e acido oleico, lo stesso dell’olio di oliva. Contengono anche vitamina B1 che ha il ruolo di sintetizzare i processi energetici dell’organismo. Utili anche come fonte di magnesio e manganese,quest’ultimo meno conosciuto, sembra abbia un ruolo nell’attivare certi enzimi e partecipare attivamente a numerosi meccanismi biologici utili all’equilibrio della salute: coagulazione, attività tiroidea, fertilità, sistema immunitario, colesterolo, glicemia, formazione delle ossa.
Sono state anche studiate in modo rigoroso, in relazione ad alcuni aspetti del metabolismo, tra cui colesterolo e perdita di peso, vediamo nel dettaglio un paio di studi.
Le facoltà di Nutrizione e dietetica, Facoltà di scienze della salute e Facoltà di salute dell’Università di Newcastle Callaghan in Australia, hanno pubblicato questo studio in relazione al potenziale abbassamento di colesterolo grazie alle noci di macadamia.
Diciassette uomini ipercolesterolemici (età media 54 anni) hanno ricevuto noci macadamia (40-90 g / giorno), equivalenti al 15% di apporto energetico, per 4 settimane. Il colesterolo totale plasmatico, il colesterolo LDL, il colesterolo HDL, i trigliceridi e le concentrazioni di omocisteina e la composizione in acidi grassi dei lipidi plasmatici sono stati determinati prima e dopo il trattamento. I risultati sono stati che le concentrazioni plasmatiche di colesterolo totale e colesterolo LDL ( cattivo) sono diminuite rispettivamente del 3,0 e 5,3% e i livelli di colesterolo HDL (buono) sono aumentati del 7,9% negli uomini ipercolesterolemici, dopo il consumo di noci di macadamia. Nè i trigliceridi, nè l’omocisteina hanno subito variazioni. Il commento dei ricercatori è stato che:”Questo studio dimostra che il consumo di noci di macadamia come parte di una dieta sana, modifica favorevolmente il profilo lipidico plasmatico negli uomini ipercolesterolemici, nonostante la loro dieta sia ricca di grassi”
In Giappone è stato eseguito un esperimento su giovani studentesse giapponesi in buona salute. Dopo 3 settimane anche nel loro caso erano diminuiti le concentrazioni sieriche di colesterolo LDL, il peso corporeo e l’indice di massa corporea.
In pratica le noci della macadamia possono essere a pieno titolo inserite in una sana alimentazione impostata sui grassi sani. Scoprirete che saranno utili come spuntini, colazioni, nelle insalate e si possono tritare per impanare pesce e carne.  Anche i bambini le apprezzeranno e saranno parte di merende veramente sane ed energetiche. Ma non vanno date ai cani perché per loro sono tossiche.
L’unico aspetto negativo? Il prezzo. Purtroppo generalmente sono un po’ care, ma cercando si possono trovare supermercati che hanno prezzi ragionevoli.
Ma ne vale la pena.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/12672919/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15649284/?i=2&from=/10789609/related
https://www.humanitas.it/enciclopedia/vitamine/vitamina-b1-tiamina
https://www.my-personaltrainer.it/benessere/manganese.html

 

 

 

 

 

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DIETE A BASSO CONTENUTO DI CARBOIDRATI: SEMPRE SOTTO ESAME?

Le diete LOW-CARB (a basso contenuto di carboidarti) sono da sempre , oggetto di discussione. Per prima cosa cerchiamo di chiarire che le diete low -carb non sono senza carboidrati nè chetogeniche, ma indicano generalmente un apporto  inferiore a 100gr di carboidrati giornaliero. mentre le quantità di proteine e di grassi  variano in base al tipo di impostazione. Alcune partono con molto meno, anche 20gr al giorno, per poi aumentare un po’ la quota, in base alle necessità,  inserendo alcuni cereali e legumi, oppure verdure amidacee e frutti. Forse per noi italiani il dibattito sembra recente,  ma in realtà, quello che alcuni non sanno, è che sono sempre state studiate seriamente da quasi 100 anni. In questo caso prenderemo in esame due studi effettuati circa 13/14 anni fa.
Il Centro nazionale Edgar per la ricerca sul diabete, scienze mediche e chirurgiche, Università di Otago, in Nuova Zelanda, nel 2005 ha valutato con uno studio fatto come si deve, gli effetti di una dieta ricca di carboidrati e fibre, contro le diete ricche di grassi e proteine come la Atkins. Vediamo le conclusioni.
Novantasei donne normoglicemiche, insulino-resistenti sono state randomizzate a uno dei tre interventi dietetici: una dieta ricca di carboidrati, ricca di fibre , l’alto contenuto di grassi Dieta Atkins o Dieta ad alto contenuto proteico . Sono state monitorate le fasi di perdita di peso e di mantenimento del peso (8 settimane ciascuna). Il risultato è stato valutato in termini di composizione corporea e indicatori di rischio cardiovascolare e diabete.
Peso corporeo, circonferenza della vita, trigliceridi e livelli di insulina sono diminuiti con tutte e tre le diete, ma le riduzioni erano significativamente maggiori nei gruppi con la dieta ricca di grassi e quella ricca di proteine, rispetto al gruppo con la dieta ricca di carboidrati e fibre. Rispetto alla dieta ricca di carboidrati e fibre è stato dimostrato che le diete ricche di grassi e proteine producono significativamente riduzioni maggiori in diversi parametri, tra cui perdita di peso -2,8 kg circonferenza della vita -3,5 cm  per le diete ad alto contenuto di grassi e -2,7 kg circonferenza vita -2,7 cm.
Le conclusioni degli autori sono che: “nella pratica una dieta a ridotto contenuto di carboidrati e più alto di proteine, ​​può essere l’approccio globale più appropriato per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Queste osservazioni suggeriscono che le diete popolari hanno ridotto la resistenza all’insulina in misura maggiore rispetto ai consigli dietetici standard.”
Un altro studio molto importante, condotto dalla Stanford University, finanziaoi dal governo degli Stati Uniti per un costo totale di 2 milioni di euro, pubblicato su The Journal of the American Medical Association nel 2007, ha rivelato cose interessanti. Sono state messe a confronto quattro diete su 311 donne in premenopausa con sovrappeso, ma nessuna patologia, a regime per 12 mesi.
  1. La Atkins che prevede nei primi tre mesi 20 g di carboidrati al giorno per poi passare a 50 g, sempre con proteine e molti grassi anche saturi.
  2. La Tradizionale  (LEARN) con il 55% al 60% di carboidrati, pochi grassi, meno del 30% e meno del 10% quelli saturi.
  3. La dieta Ornish che comprende meno del 10% delle calorie totali provenienti dai grassi. I soggetti praticavano meditazione ed esercizio fisico.
  4. La dieta Zona con il 30% delle calorie derivato dalle proteine, il 40% dai carboidrati e il 30% dai grassi.
Dieta
Peso Kg
LDL
Trigliceridi
HDL
Pressione minima
Atkins
-4,7
+ 0,8
-29,3
+4,9
-4,4
Tradizionale
-2,6
+0,6
-14,6
-2,8
-2,2
Ornish
-2,2
-3,8
0
0
-0,7
Zona
-1,6
0
+2,2
+2,2
-2,1
Come potete notare tutti i fattori  relativi a quelli che si ritengono i fattori di rischio relativi alle malattie cardiache dopo 12 mesi sono a favore della dieta con più grassi, proteine e meno carboidrati i ricercatori commentano cosi lo studio:
“Sono state espresse molte preoccupazioni sul fatto che le diete dimagranti a basso contenuto di carboidrati, ad alto contenuto di grassi totali e saturi, influenzino negativamente i livelli dei lipidi nel sangue e il rischio cardiovascolare. Queste preoccupazioni non sono state dimostrate in recenti trial dietetici per dimagrire. I recenti studi, come quello attuale, hanno costantemente riportato che i trigliceridi, l’HDL-C, la pressione sanguigna e le misure di resistenza all’insulina non erano significativamente differenti o erano più favorevoli per i gruppi a basso contenuto di carboidrati
I ricercatori si sono espressi anche sull’apparente dato negativo in cui si vede la Atkins con un leggero rialzo di LDL-C, ma ne valutano così la questione:
“L’eccezione a questo modello è stata la concentrazione di LDL-C. Due dei risultati più consistenti nelle recenti sperimentazioni di diete a basso contenuto di carboidrati, rispetto a basso contenuto di grassi sono state le più alte concentrazioni di LDL-C e le più basse concentrazioni di trigliceridi nelle diete a basso contenuto di carboidrati. Sebbene una concentrazione di LDL-C più alta sembri essere un effetto negativo, questo potrebbe non essere il caso in queste condizioni di studio. L’effetto di abbassamento dei trigliceridi di una dieta a basso contenuto di carboidrati porta ad un aumento delle dimensioni delle particelle di LDL, che è noto per ridurre l’aterogenicità delle LDL.”
(NB: Il termine “aterogenicità” significa capacità di favorire la comparsa di lesioni aterosclerotiche in questo caso i ricercatori indicano che queste LDL di dimensioni maggiori sono quelle che non risultano pericolose).
L’uomo di punta di questo studio, il Dott. Christoper Gardner direttore dei Nutrition Studies allo Stanford Prevention Rasearch Center, vegetariano per 25 anni, quando presentò ad una conferenza i risultati ottenuti disse che fu una “ una pillola amara da degluttire”
Com’è la situazione attuale? Un interessante rassegna pubblicata proprio quest’anno da istituti di ricerca internazionali, come la Scuola di Farmacia e Scienze Biomolecolari  di Liverpool  conclude che :”Ampi studi randomizzati controllati della durata di almeno 6 mesi con restrizione di carboidrati sembrano superiori nel migliorare i marcatori lipidici rispetto alle diete a basso contenuto di grassi. Le linee guida dietetiche dovrebbero considerare la restrizione dei carboidrati. come una strategia dietetica alternativa per la prevenzione / gestione della dislipidemia, per le popolazioni con rischio cardiometabolico.”
Come potete notare la ricerca è andata avanti, quindi, informatevi bene, perché sempre più medici sanno come applicare in modo corretto diete a basso contenuto di carboidrati, sia in caso di obesità, che di patologie di vario tipo, cercateli così che vi aiuteranno nel vostro percorso. La Comida Edizioni, che persegue la strada dell’alimentazione consapevole, in relazione ad un basso apporto di carboidrati a basso carico glicemico, pubblica libri di ricette che possono venire incontro alle necessità di ognuno.

 

 

Riferimenti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15616799/?i=3&from=%2F15356006%2Frelated&fbclid=IwAR2lVl7CrvvCLQcgpDhkS9PDpcCOK21ktAGLGpyvYsYgvx_sSeyVRbt1A3g

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/205916?fbclid=IwAR1H3WWqnY7e7F2FN8GMn4IV8cJ96sDDaVSE0h3FPHxACoF23pz9NkDhr8w

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30544168/?i=4&from=%2F30194696%2Frelated&fbclid=IwAR1jLe-gJqsQUZDlPKhzgnQSqIFWTVP6B375XcW-Q_E4hHstPElSyiyKKkQ

“Perché si diventa grassi” di Gary Taubes

 

 

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ANEMIA NEI BAMBINI? ATTENZIONE AL LATTE VACCINO!

Tra le numerose cause di anemia, la carenza di ferro rappresenta la più comune. Non a caso, la carenza di ferro rappresenta con tutta probabilità l’alterazione nutritiva più diffusa nel mondo. Benché l’incidenza dell’anemia sideropenica sia superiore nei paesi in via di sviluppo, questa forma di anemia è comune anche in quelli industrializzati, soprattutto nei bambini piccoli, nelle adolescenti e nelle donne in età riproduttiva. La causa potrebbe nascondersi proprio dietro il consumo di latte vaccino. Vediamo perché.
Il Fomon Infant Nutrition Unit del Dipartimento di Pediatria dell’Università dell’Iowa negli Stati Uniti, nel 2011 ha reso disponibili le sue considerazioni sulla relazione fra assunzione di latte vaccino nei bambini e riserve di ferro.
Confermano che è evidente che il consumo di latte vaccino da parte di neonati e bambini piccoli, ha effetti negativi sulle loro riserve di ferro, una scoperta che è stata ben documentata in molte località. Sono stati identificati diversi meccanismi che possono contribuire alla carenza di ferro in questo giovane gruppo di popolazione. Il più importante di questi è probabilmente il basso contenuto di ferro nel latte vaccino, che rende difficile, per i bambini, ottenere la quantità di ferro necessaria per la crescita. Un secondo meccanismo è la perdita di sangue intestinale occulta, associata al consumo di latte vaccino durante l’infanzia, una condizione che colpisce circa il 40% dei neonati in buona salute. La perdita di ferro sotto forma di sangue, diminuisce con l’età e cessa dopo l’età di 1 anno. Un terzo meccanismo è l’inibizione dell’assorbimento di ferro non-eme da calcio e caseina, che sono entrambi presenti in quantità elevate nel latte vaccino.
L’uso del latte di mucca al posto di altri alimenti ricchi di ferro biodisponibile, si è dimostrato un fattore di rischio per l’anemia. L’allattamento al seno esclusivo durante i primi 6 mesi di vita, lo svezzamento discrezionale solo dopo il 24 ° mese e una dieta complementare ricca di ferro, sono molto importanti per evitare l’anemia e le sue conseguenze.
E’ stato effettuato uno studio interessante in merito. Un campione di 584 bambini che vivevano nella città di San Paolo, Brasile sud-orientale, tra il 1995 e il 1996.
La prevalenza dell’anemia in questi bambini era del 45,2% e l’assunzione media del latte nella loro alimentazione del 22,0%. L’associazione tra consumo di latte e rischio di anemia è rimasta significativa, indicando così un possibile effetto inibitore del latte sull’assorbimento del ferro presente negli altri alimenti ingeriti dal bambino.
Gli studi in definitiva mostrano che la presenza di latte vaccino combaciano con il rischio di anemia nei bambini di età compresa tra i sei e i cinque anni, indipendentemente dal ferro assunto nella dieta tramite altri alimenti. Anche in questo caso comprendiamo quanto sia importante capire la causa di certe problematiche e non soltanto andando a compensare l’effetto. Questa è la base dell’alimentazione consapevole.
 
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/22043881/?i=6&from=/21921812/related
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/16247536/?i=4&from=%2F21921812%2Frelated&fbclid=IwAR2_reBWiqfvVW8-aqHhfLPWHmqKBIx7sWWSSt_YvLedrmlIokndL7ha25U
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/16247536/?i=4&from=/21921812/related
https://www.my-personaltrainer.it/salute/anemia-ferro.html
 
 

 

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I GRASSI SATURI: PIU’ IMPORTANTI DI QUELLO CHE SI…

Gli acidi grassi saturi (chiamati anche con l’acronimo SFA, dall’inglese Saturated Fatty Acids) sono presenti in natura sotto forma principale di trigliceridi di origine animale e vegetale; si riscontrano nella quasi totalità della componente grassa dei tessuti animali; possono essere anche di natura vegetale.
Spesso considerati in maniera negativa, perché messi nella stessa categoria dei grassi tras, ma vedremo che le cose stanno diversamente. Anche i grassi saturi sono necessari, il nostro organismo è concepito per consumarli anche in quantità elevate, ma ad una condizione: che siano dalle loro fonti naturali. Un particolare grasso saturo che si distingue per la sua utilità  è l’acido palmitico 16.
Il Dipartimento Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Cagliari conferma ciò dichiarando quanto segue: “ L’acido palmitico è stato per lungo tempo rappresentato negativamente per i suoi presunti effetti nocivi sulla salute, adombrando le sue molteplici attività fisiologiche cruciali. Al fine di mantenere l’equilibrio fosfolipidico di membrana, può essere cruciale un apporto ottimale di acido palmitico in un certo rapporto con acidi grassi insaturi, in particolare PUFA di entrambe le famiglie n-6 e n-3. Tuttavia, in presenza di altri fattori, come il bilancio energetico positivo, l’assunzione eccessiva di carboidrati (in particolare mono e disaccaridi) e uno stile di vita sedentario, i meccanismi per mantenere uno stato stazionario della concentrazione di acido palmitico, possono essere interrotti portando ad un eccesso di accumulo di acido palmitico nel tessuto, con conseguente dislipidemia (variazione dei grassi nel sangue) e iperglicemia. “
In poche parole dicono che, questo grasso saturo serve. ma i suoi benefici  possono essere compromessi dalla contemporanea assunzione eccessiva di carboidrati. Questo ci riporta a qualcosa che oramai è stato ben chiarito, cioè che non erano i grassi il problema, ma la contemporanea assunzione di molti carboidrati. E’ quindi sempre più evidente che è stato colpito il nemico sbagliato.
Che i grassi saturi servano non deve stupirci, dato che il primo nutrimento dell’essere umano, il latte materno, è composto dal 54% di grassi saturi. Le cellule hanno bisogno di grassi saturi essendone la membrana composta dal 50% di questi grassi. Le ricerche confermano che ne hanno bisogno le ossa, il fegato e il sistema immunitario. Il muscolo cardiaco predilige i grassi saturi, le ossa ne hanno bisogno per assimilare il calcio e addirittura il fegato con l’aiuto dei grassi saturi si sbarazza del grasso e delle tossine assimilate anche attraverso i farmaci.
Questo particolare grasso saturo, l’acido palmitico 16, è utile per la salute dei polmoni. Questo grasso serve a produrre surfattante polmonare che riduce la tensione della superficie degli alveoli, che sono sacche predisposte a catturare ossigeno e essere poi assorbito dal flusso sanguigno.
L’acido palmitico è il più comune acido grasso saturo nei lipidi vegetali e animali.
Non è necessario ricorrere ai derivati del latte, si può assumere questo grasso in modo naturale utilizzando carni come agnello, la coscia del coniglio, tutto il pollo con la pelle. Le uova, di gallina, anatra, oca e tacchino, ne sono una ricca fonte. Il contenuto maggiore si ritrova nel tuorlo. Nei prodotti della pesca è presente in quantità modeste in alcuni pesci grassi e semigrassi, con i valori più alti nell’anguilla fresca. Un discreto contenuto si ritrova anche nelle sardine fresche e sott’olio, tonno fresco, aringhe, salmone fresco, sgombro, storione, orata di allevamento. Negli altri pesci, molluschi e crostacei, le quantità sono ben inferiori.  Nei cereali, legumi e prodotti derivati le quantità sono modeste.
L’alimentazione consapevole passa anche attraverso queste informazioni forse poco conosciute al grande pubblico, ma ben chiare ai ricercatori e medici che hanno deciso di ammettere come stanno le cose.
RIFERIMENTI
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/29167646/
https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2011/sm/c1sm06345f/unauth?fbclid=IwAR0i3Wd8YXkAOzcHdllVlDVu1kA0Yzzchvs9vYtl_etb82OumHLbrxv6w0g#!divAbstract
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15376627/?i=3&from=%2F9441113%2Frelated&fbclid=IwAR3atspqcE-uBHQWkR_Q-nojhuscyRdDxuiLjuOEnaYmotgzvZEtYxf5g-U
https://pubchem.ncbi.nlm.nih.gov/compound/palmitic_acid?fbclid=IwAR2-edsdkwzjBra4VLVo6qFf6j54IuxG-b6X-mdTMh6mIFuhE426CsUZjcE
http://www.tuscany-diet.net/lipidi/elenco-acidi-grassi/palmitico/