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NOCI DELLA MACADAMIA? COSTANO SI, MA NE VALE LA…

La Noce macadamia è il frutto dell’albero tropicale chiamato Macadamia o Noce del Queensland, prodotte da due specie: (Macadamia integrifolia, e Macadamia tetraphylla), originario del Queensland, regione nel nord-est australiano. Le noci di macadamia contengono il 75% di grassi infatti sono la varietà di frutta secca oleosa che ha più grassi e meno proteine. L’80% dei grassi sono monoinsaturi e buona parte della categoria omega-9 e acido oleico, lo stesso dell’olio di oliva. Contengono anche vitamina B1 che ha il ruolo di sintetizzare i processi energetici dell’organismo. Utili anche come fonte di magnesio e manganese,quest’ultimo meno conosciuto, sembra abbia un ruolo nell’attivare certi enzimi e partecipare attivamente a numerosi meccanismi biologici utili all’equilibrio della salute: coagulazione, attività tiroidea, fertilità, sistema immunitario, colesterolo, glicemia, formazione delle ossa.
Sono state anche studiate in modo rigoroso, in relazione ad alcuni aspetti del metabolismo, tra cui colesterolo e perdita di peso, vediamo nel dettaglio un paio di studi.
Le facoltà di Nutrizione e dietetica, Facoltà di scienze della salute e Facoltà di salute dell’Università di Newcastle Callaghan in Australia, hanno pubblicato questo studio in relazione al potenziale abbassamento di colesterolo grazie alle noci di macadamia.
Diciassette uomini ipercolesterolemici (età media 54 anni) hanno ricevuto noci macadamia (40-90 g / giorno), equivalenti al 15% di apporto energetico, per 4 settimane. Il colesterolo totale plasmatico, il colesterolo LDL, il colesterolo HDL, i trigliceridi e le concentrazioni di omocisteina e la composizione in acidi grassi dei lipidi plasmatici sono stati determinati prima e dopo il trattamento. I risultati sono stati che le concentrazioni plasmatiche di colesterolo totale e colesterolo LDL ( cattivo) sono diminuite rispettivamente del 3,0 e 5,3% e i livelli di colesterolo HDL (buono) sono aumentati del 7,9% negli uomini ipercolesterolemici, dopo il consumo di noci di macadamia. Nè i trigliceridi, nè l’omocisteina hanno subito variazioni. Il commento dei ricercatori è stato che:”Questo studio dimostra che il consumo di noci di macadamia come parte di una dieta sana, modifica favorevolmente il profilo lipidico plasmatico negli uomini ipercolesterolemici, nonostante la loro dieta sia ricca di grassi”
In Giappone è stato eseguito un esperimento su giovani studentesse giapponesi in buona salute. Dopo 3 settimane anche nel loro caso erano diminuiti le concentrazioni sieriche di colesterolo LDL, il peso corporeo e l’indice di massa corporea.
In pratica le noci della macadamia possono essere a pieno titolo inserite in una sana alimentazione impostata sui grassi sani. Scoprirete che saranno utili come spuntini, colazioni, nelle insalate e si possono tritare per impanare pesce e carne.  Anche i bambini le apprezzeranno e saranno parte di merende veramente sane ed energetiche. Ma non vanno date ai cani perché per loro sono tossiche.
L’unico aspetto negativo? Il prezzo. Purtroppo generalmente sono un po’ care, ma cercando si possono trovare supermercati che hanno prezzi ragionevoli.
Ma ne vale la pena.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/12672919/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15649284/?i=2&from=/10789609/related
https://www.humanitas.it/enciclopedia/vitamine/vitamina-b1-tiamina
https://www.my-personaltrainer.it/benessere/manganese.html

 

 

 

 

 

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DIETE A BASSO CONTENUTO DI CARBOIDRATI: SEMPRE SOTTO ESAME?

Le diete LOW-CARB (a basso contenuto di carboidarti) sono da sempre , oggetto di discussione. Per prima cosa cerchiamo di chiarire che le diete low -carb non sono senza carboidrati nè chetogeniche, ma indicano generalmente un apporto  inferiore a 100gr di carboidrati giornaliero. mentre le quantità di proteine e di grassi  variano in base al tipo di impostazione. Alcune partono con molto meno, anche 20gr al giorno, per poi aumentare un po’ la quota, in base alle necessità,  inserendo alcuni cereali e legumi, oppure verdure amidacee e frutti. Forse per noi italiani il dibattito sembra recente,  ma in realtà, quello che alcuni non sanno, è che sono sempre state studiate seriamente da quasi 100 anni. In questo caso prenderemo in esame due studi effettuati circa 13/14 anni fa.
Il Centro nazionale Edgar per la ricerca sul diabete, scienze mediche e chirurgiche, Università di Otago, in Nuova Zelanda, nel 2005 ha valutato con uno studio fatto come si deve, gli effetti di una dieta ricca di carboidrati e fibre, contro le diete ricche di grassi e proteine come la Atkins. Vediamo le conclusioni.
Novantasei donne normoglicemiche, insulino-resistenti sono state randomizzate a uno dei tre interventi dietetici: una dieta ricca di carboidrati, ricca di fibre , l’alto contenuto di grassi Dieta Atkins o Dieta ad alto contenuto proteico . Sono state monitorate le fasi di perdita di peso e di mantenimento del peso (8 settimane ciascuna). Il risultato è stato valutato in termini di composizione corporea e indicatori di rischio cardiovascolare e diabete.
Peso corporeo, circonferenza della vita, trigliceridi e livelli di insulina sono diminuiti con tutte e tre le diete, ma le riduzioni erano significativamente maggiori nei gruppi con la dieta ricca di grassi e quella ricca di proteine, rispetto al gruppo con la dieta ricca di carboidrati e fibre. Rispetto alla dieta ricca di carboidrati e fibre è stato dimostrato che le diete ricche di grassi e proteine producono significativamente riduzioni maggiori in diversi parametri, tra cui perdita di peso -2,8 kg circonferenza della vita -3,5 cm  per le diete ad alto contenuto di grassi e -2,7 kg circonferenza vita -2,7 cm.
Le conclusioni degli autori sono che: “nella pratica una dieta a ridotto contenuto di carboidrati e più alto di proteine, ​​può essere l’approccio globale più appropriato per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Queste osservazioni suggeriscono che le diete popolari hanno ridotto la resistenza all’insulina in misura maggiore rispetto ai consigli dietetici standard.”
Un altro studio molto importante, condotto dalla Stanford University, finanziaoi dal governo degli Stati Uniti per un costo totale di 2 milioni di euro, pubblicato su The Journal of the American Medical Association nel 2007, ha rivelato cose interessanti. Sono state messe a confronto quattro diete su 311 donne in premenopausa con sovrappeso, ma nessuna patologia, a regime per 12 mesi.
  1. La Atkins che prevede nei primi tre mesi 20 g di carboidrati al giorno per poi passare a 50 g, sempre con proteine e molti grassi anche saturi.
  2. La Tradizionale  (LEARN) con il 55% al 60% di carboidrati, pochi grassi, meno del 30% e meno del 10% quelli saturi.
  3. La dieta Ornish che comprende meno del 10% delle calorie totali provenienti dai grassi. I soggetti praticavano meditazione ed esercizio fisico.
  4. La dieta Zona con il 30% delle calorie derivato dalle proteine, il 40% dai carboidrati e il 30% dai grassi.
Dieta
Peso Kg
LDL
Trigliceridi
HDL
Pressione minima
Atkins
-4,7
+ 0,8
-29,3
+4,9
-4,4
Tradizionale
-2,6
+0,6
-14,6
-2,8
-2,2
Ornish
-2,2
-3,8
0
0
-0,7
Zona
-1,6
0
+2,2
+2,2
-2,1
Come potete notare tutti i fattori  relativi a quelli che si ritengono i fattori di rischio relativi alle malattie cardiache dopo 12 mesi sono a favore della dieta con più grassi, proteine e meno carboidrati i ricercatori commentano cosi lo studio:
“Sono state espresse molte preoccupazioni sul fatto che le diete dimagranti a basso contenuto di carboidrati, ad alto contenuto di grassi totali e saturi, influenzino negativamente i livelli dei lipidi nel sangue e il rischio cardiovascolare. Queste preoccupazioni non sono state dimostrate in recenti trial dietetici per dimagrire. I recenti studi, come quello attuale, hanno costantemente riportato che i trigliceridi, l’HDL-C, la pressione sanguigna e le misure di resistenza all’insulina non erano significativamente differenti o erano più favorevoli per i gruppi a basso contenuto di carboidrati
I ricercatori si sono espressi anche sull’apparente dato negativo in cui si vede la Atkins con un leggero rialzo di LDL-C, ma ne valutano così la questione:
“L’eccezione a questo modello è stata la concentrazione di LDL-C. Due dei risultati più consistenti nelle recenti sperimentazioni di diete a basso contenuto di carboidrati, rispetto a basso contenuto di grassi sono state le più alte concentrazioni di LDL-C e le più basse concentrazioni di trigliceridi nelle diete a basso contenuto di carboidrati. Sebbene una concentrazione di LDL-C più alta sembri essere un effetto negativo, questo potrebbe non essere il caso in queste condizioni di studio. L’effetto di abbassamento dei trigliceridi di una dieta a basso contenuto di carboidrati porta ad un aumento delle dimensioni delle particelle di LDL, che è noto per ridurre l’aterogenicità delle LDL.”
(NB: Il termine “aterogenicità” significa capacità di favorire la comparsa di lesioni aterosclerotiche in questo caso i ricercatori indicano che queste LDL di dimensioni maggiori sono quelle che non risultano pericolose).
L’uomo di punta di questo studio, il Dott. Christoper Gardner direttore dei Nutrition Studies allo Stanford Prevention Rasearch Center, vegetariano per 25 anni, quando presentò ad una conferenza i risultati ottenuti disse che fu una “ una pillola amara da degluttire”
Com’è la situazione attuale? Un interessante rassegna pubblicata proprio quest’anno da istituti di ricerca internazionali, come la Scuola di Farmacia e Scienze Biomolecolari  di Liverpool  conclude che :”Ampi studi randomizzati controllati della durata di almeno 6 mesi con restrizione di carboidrati sembrano superiori nel migliorare i marcatori lipidici rispetto alle diete a basso contenuto di grassi. Le linee guida dietetiche dovrebbero considerare la restrizione dei carboidrati. come una strategia dietetica alternativa per la prevenzione / gestione della dislipidemia, per le popolazioni con rischio cardiometabolico.”
Come potete notare la ricerca è andata avanti, quindi, informatevi bene, perché sempre più medici sanno come applicare in modo corretto diete a basso contenuto di carboidrati, sia in caso di obesità, che di patologie di vario tipo, cercateli così che vi aiuteranno nel vostro percorso. La Comida Edizioni, che persegue la strada dell’alimentazione consapevole, in relazione ad un basso apporto di carboidrati a basso carico glicemico, pubblica libri di ricette che possono venire incontro alle necessità di ognuno.

 

 

Riferimenti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15616799/?i=3&from=%2F15356006%2Frelated&fbclid=IwAR2lVl7CrvvCLQcgpDhkS9PDpcCOK21ktAGLGpyvYsYgvx_sSeyVRbt1A3g

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/205916?fbclid=IwAR1H3WWqnY7e7F2FN8GMn4IV8cJ96sDDaVSE0h3FPHxACoF23pz9NkDhr8w

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30544168/?i=4&from=%2F30194696%2Frelated&fbclid=IwAR1jLe-gJqsQUZDlPKhzgnQSqIFWTVP6B375XcW-Q_E4hHstPElSyiyKKkQ

“Perché si diventa grassi” di Gary Taubes

 

 

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ANEMIA NEI BAMBINI? ATTENZIONE AL LATTE VACCINO!

Tra le numerose cause di anemia, la carenza di ferro rappresenta la più comune. Non a caso, la carenza di ferro rappresenta con tutta probabilità l’alterazione nutritiva più diffusa nel mondo. Benché l’incidenza dell’anemia sideropenica sia superiore nei paesi in via di sviluppo, questa forma di anemia è comune anche in quelli industrializzati, soprattutto nei bambini piccoli, nelle adolescenti e nelle donne in età riproduttiva. La causa potrebbe nascondersi proprio dietro il consumo di latte vaccino. Vediamo perché.
Il Fomon Infant Nutrition Unit del Dipartimento di Pediatria dell’Università dell’Iowa negli Stati Uniti, nel 2011 ha reso disponibili le sue considerazioni sulla relazione fra assunzione di latte vaccino nei bambini e riserve di ferro.
Confermano che è evidente che il consumo di latte vaccino da parte di neonati e bambini piccoli, ha effetti negativi sulle loro riserve di ferro, una scoperta che è stata ben documentata in molte località. Sono stati identificati diversi meccanismi che possono contribuire alla carenza di ferro in questo giovane gruppo di popolazione. Il più importante di questi è probabilmente il basso contenuto di ferro nel latte vaccino, che rende difficile, per i bambini, ottenere la quantità di ferro necessaria per la crescita. Un secondo meccanismo è la perdita di sangue intestinale occulta, associata al consumo di latte vaccino durante l’infanzia, una condizione che colpisce circa il 40% dei neonati in buona salute. La perdita di ferro sotto forma di sangue, diminuisce con l’età e cessa dopo l’età di 1 anno. Un terzo meccanismo è l’inibizione dell’assorbimento di ferro non-eme da calcio e caseina, che sono entrambi presenti in quantità elevate nel latte vaccino.
L’uso del latte di mucca al posto di altri alimenti ricchi di ferro biodisponibile, si è dimostrato un fattore di rischio per l’anemia. L’allattamento al seno esclusivo durante i primi 6 mesi di vita, lo svezzamento discrezionale solo dopo il 24 ° mese e una dieta complementare ricca di ferro, sono molto importanti per evitare l’anemia e le sue conseguenze.
E’ stato effettuato uno studio interessante in merito. Un campione di 584 bambini che vivevano nella città di San Paolo, Brasile sud-orientale, tra il 1995 e il 1996.
La prevalenza dell’anemia in questi bambini era del 45,2% e l’assunzione media del latte nella loro alimentazione del 22,0%. L’associazione tra consumo di latte e rischio di anemia è rimasta significativa, indicando così un possibile effetto inibitore del latte sull’assorbimento del ferro presente negli altri alimenti ingeriti dal bambino.
Gli studi in definitiva mostrano che la presenza di latte vaccino combaciano con il rischio di anemia nei bambini di età compresa tra i sei e i cinque anni, indipendentemente dal ferro assunto nella dieta tramite altri alimenti. Anche in questo caso comprendiamo quanto sia importante capire la causa di certe problematiche e non soltanto andando a compensare l’effetto. Questa è la base dell’alimentazione consapevole.
 
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/22043881/?i=6&from=/21921812/related
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/16247536/?i=4&from=%2F21921812%2Frelated&fbclid=IwAR2_reBWiqfvVW8-aqHhfLPWHmqKBIx7sWWSSt_YvLedrmlIokndL7ha25U
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/16247536/?i=4&from=/21921812/related
https://www.my-personaltrainer.it/salute/anemia-ferro.html
 
 

 

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I GRASSI SATURI: PIU’ IMPORTANTI DI QUELLO CHE SI…

Gli acidi grassi saturi (chiamati anche con l’acronimo SFA, dall’inglese Saturated Fatty Acids) sono presenti in natura sotto forma principale di trigliceridi di origine animale e vegetale; si riscontrano nella quasi totalità della componente grassa dei tessuti animali; possono essere anche di natura vegetale.
Spesso considerati in maniera negativa, perché messi nella stessa categoria dei grassi tras, ma vedremo che le cose stanno diversamente. Anche i grassi saturi sono necessari, il nostro organismo è concepito per consumarli anche in quantità elevate, ma ad una condizione: che siano dalle loro fonti naturali. Un particolare grasso saturo che si distingue per la sua utilità  è l’acido palmitico 16.
Il Dipartimento Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Cagliari conferma ciò dichiarando quanto segue: “ L’acido palmitico è stato per lungo tempo rappresentato negativamente per i suoi presunti effetti nocivi sulla salute, adombrando le sue molteplici attività fisiologiche cruciali. Al fine di mantenere l’equilibrio fosfolipidico di membrana, può essere cruciale un apporto ottimale di acido palmitico in un certo rapporto con acidi grassi insaturi, in particolare PUFA di entrambe le famiglie n-6 e n-3. Tuttavia, in presenza di altri fattori, come il bilancio energetico positivo, l’assunzione eccessiva di carboidrati (in particolare mono e disaccaridi) e uno stile di vita sedentario, i meccanismi per mantenere uno stato stazionario della concentrazione di acido palmitico, possono essere interrotti portando ad un eccesso di accumulo di acido palmitico nel tessuto, con conseguente dislipidemia (variazione dei grassi nel sangue) e iperglicemia. “
In poche parole dicono che, questo grasso saturo serve. ma i suoi benefici  possono essere compromessi dalla contemporanea assunzione eccessiva di carboidrati. Questo ci riporta a qualcosa che oramai è stato ben chiarito, cioè che non erano i grassi il problema, ma la contemporanea assunzione di molti carboidrati. E’ quindi sempre più evidente che è stato colpito il nemico sbagliato.
Che i grassi saturi servano non deve stupirci, dato che il primo nutrimento dell’essere umano, il latte materno, è composto dal 54% di grassi saturi. Le cellule hanno bisogno di grassi saturi essendone la membrana composta dal 50% di questi grassi. Le ricerche confermano che ne hanno bisogno le ossa, il fegato e il sistema immunitario. Il muscolo cardiaco predilige i grassi saturi, le ossa ne hanno bisogno per assimilare il calcio e addirittura il fegato con l’aiuto dei grassi saturi si sbarazza del grasso e delle tossine assimilate anche attraverso i farmaci.
Questo particolare grasso saturo, l’acido palmitico 16, è utile per la salute dei polmoni. Questo grasso serve a produrre surfattante polmonare che riduce la tensione della superficie degli alveoli, che sono sacche predisposte a catturare ossigeno e essere poi assorbito dal flusso sanguigno.
L’acido palmitico è il più comune acido grasso saturo nei lipidi vegetali e animali.
Non è necessario ricorrere ai derivati del latte, si può assumere questo grasso in modo naturale utilizzando carni come agnello, la coscia del coniglio, tutto il pollo con la pelle. Le uova, di gallina, anatra, oca e tacchino, ne sono una ricca fonte. Il contenuto maggiore si ritrova nel tuorlo. Nei prodotti della pesca è presente in quantità modeste in alcuni pesci grassi e semigrassi, con i valori più alti nell’anguilla fresca. Un discreto contenuto si ritrova anche nelle sardine fresche e sott’olio, tonno fresco, aringhe, salmone fresco, sgombro, storione, orata di allevamento. Negli altri pesci, molluschi e crostacei, le quantità sono ben inferiori.  Nei cereali, legumi e prodotti derivati le quantità sono modeste.
L’alimentazione consapevole passa anche attraverso queste informazioni forse poco conosciute al grande pubblico, ma ben chiare ai ricercatori e medici che hanno deciso di ammettere come stanno le cose.
RIFERIMENTI
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/29167646/
https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2011/sm/c1sm06345f/unauth?fbclid=IwAR0i3Wd8YXkAOzcHdllVlDVu1kA0Yzzchvs9vYtl_etb82OumHLbrxv6w0g#!divAbstract
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/15376627/?i=3&from=%2F9441113%2Frelated&fbclid=IwAR3atspqcE-uBHQWkR_Q-nojhuscyRdDxuiLjuOEnaYmotgzvZEtYxf5g-U
https://pubchem.ncbi.nlm.nih.gov/compound/palmitic_acid?fbclid=IwAR2-edsdkwzjBra4VLVo6qFf6j54IuxG-b6X-mdTMh6mIFuhE426CsUZjcE
http://www.tuscany-diet.net/lipidi/elenco-acidi-grassi/palmitico/

 

Paola Brancaleon

COMPOSTA DI CAROTE E MANDORLE

Per tutti i gruppi
Ingredienti per 2 vasetti
-500 g di carote
-1 mela
-50 g di mandorle sgusciate
-il succo di un limone
-1 cm di zenzero fresco
-2 cucchiai di zucchero (opzionale)
Preparazione
-Grattugiate le carote o mettetele nel tritatutto assieme allo zenzero
-Sbucciate le mele e tagliatele a pezzetti
-Tritate le mandorle
-Riunite tutti gli ingredienti in una pentola e fate cuocere per un’ora a fuoco basso, mescolando di tanto in tanto.
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BRODO DI POLLO E DI OSSA: BENEFICI REALI O…

Il brodo di ossa viene preparato facendo bollire le ossa e i tessuti connettivi di vari animali in acqua, con l’aggiunta di erbe, spezie e talvolta piccole quantità di verdure. Le ricette sono moltissime con ossa di manzo, agnello, pollo ecc.
Da tempo si considera che bere brodo di ossa o di pollo faccia bene, in particolare negli stati infiammatori influenzali e alle articolazioni e addirittura sia benefico per chi soffre di permeabilità intestinale. Molti tra coloro che hanno inserito questa bevanda nel contesto di una corretta alimentazione, dicono di aver percepito ottimi benefici.
Una possibile motivazione sembra essere che le ossa, con ancora le cartilagini e i tendini attaccati, apportino maggiori quantità di glucosamina, utile per la salute ossea e articolare. Invece le ossa ricche di midollo hanno più grassi DHA, che sarebbe un grasso semi essenziale degli Omega 3, notoriamente anti infiammatori.
Quali informazioni ufficiali abbiamo al riguardo?
In relazioni ai benefici sulle articolazioni, non ci sono ancora studi ufficiali che confermino gli eventuali benefici.
Riguardo invece agli stati infiammatori con produzione di muco, in letteratura scientifica, pur trovando pochissime informazioni,  qualcosa di interessante comunque esiste, in relazione al brodo a base di pollo.
Ci sono due studi che hanno evidenziato un possibile beneficio: il primo è uno studio effettuato nel 1978 che ha scoperto che il brodo di pollo era meglio dell’acqua fredda o calda, nello spostamento del muco nasale. I ricercatori sostengono che il brodo di pollo caldo, attraverso l’aroma percepito alle narici posteriori o attraverso un meccanismo legato al gusto, sembra possedere una sostanza addizionale per aumentare la velocità del muco nasale. In pratica l’acqua calda potrebbe essere superiore all’acqua fredda, nella gestione dei fluidi nelle infezioni del tratto respiratorio superiore e il brodo di pollo ancora meglio dell’acqua calda.
Un successivo studio, condotto da ricercatori del Nebraska Medical Center, e pubblicato su una rivista medica leader nel 2000 (Chest), ha rilevato che “il brodo di pollo può contenere un certo numero di sostanze, con benefiche attività medicinali”. I ricercatori hanno osservato che le persone che mangiavano zuppa di pollo sembravano sperimentare una lieve riduzione dell’infiammazione, con il risultato di una riduzione dei sintomi dell’infezione respiratoria. Tuttavia, l’attuale zuppa di pollo utilizzata in questo studio, conteneva una grande percentuale di verdure (cipolla, patate dolci, pastinaca, rapa, carota, sedano, prezzemolo).
Quindi, se vi piacciono queste bevande, ben venga e se riscontrate benefici in relazione agli stati infiammatori ancor meglio.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/359266
https://nutritionstudies.org/drinking-bone-broth-is-it-beneficial-or-just-a-fad/

Treatament of Digestive Dysfunction.Conferenza presso l’istituto di Medicina Funzionale a Scottsdale in Arizona 9 dicembre 2011.

“Il metodo Wahls” di Terry Wahls

 

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ALZHEIMER: PERCHE’ E’ CHIAMATO DIABETE DI TIPO 3?

Sempre più spesso oggi si sente parlare dell’Alzheimer come di Diabete di tipo 3. Perché? Vediamo a cosa hanno portato le scoperte negli ultimi anni .
Nella malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza progressiva, perdita di memoria recente e deficit cognitivi, sono associati alla deposizione extracellulare di peptide amiloide-β, ai grovigli neurofibrillari della proteina tau intracellulare e alla morte neuronale ippocampale. Le teorie variano per quanto riguarda l’eziologia del processo complessivo della malattia, ma la disfunzione mitocondriale e l’ipometabolismo del glucosio sono marchi di garanzia biochimici riconosciuti. L’aumento delle prove ha dimostrato un’associazione tra dieta ad alto indice glicemico e maggiore carico di amiloide cerebrale negli esseri umani e che l’aumento dell’insulino-resistenza contribuisce allo sviluppo di questa patologia, suggerendo la dieta come un potenziale comportamento modificabile per prevenire l’accumulo di amiloide cerebrale e ridurre il rischio di Alzheimer.
Già nel 2004, l’Acerra Inc. e Instituite for Behavioral Genetics Università del Colorado nel Stati Uniti, aveva pubblicato le seguenti ipotesi come possibili cause ed eventuali approcci nutrizionali: (1) Disturbi del metabolismo lipidico all’interno del sistema nervoso centrale inibiscono la funzione delle proteine di membrana come i trasportatori di glucosio e la proteina precursore dell’amiloide . (2) La segnalazione eccessiva prolungata di insulina / IGF accelera il danno cellulare nei neuroni cerebrali. Questi due fattori portano infine al decorso clinico e patologico dell’Alzheimer.
In parole semplici cosa avviene nel cervello del malato? Lo spiega in modo efficace il neurologo di fama mondiale David Perlmutter:” Per quanto riguarda l’Alzheimer stiamo iniziando a comprendere che l’insulinoresistenza provoca la formazione di quelle placche presenti nei cervelli malati. Queste placche sono dovute all’accumulo di una strana proteina che in pratica si impossessa del cervello e prende il posto delle normali cellule cerebrali.”
In pratica il cervello ha bisogno di insulina, ma se questa è impegnata costantemente a eliminare zucchero dal sangue, al cervello ne arriverà sempre meno. Infatti nei malati di Alzheimer si riscontra un basso livello di insulina nel cervello. Ecco perché ricercatori italiani hanno ideato uno spray nasale per immettere insulina direttamente nel cervello, la sperimentazione comunque deve ancora concludersi.
Quindi sembra  sempre più evidente che il meccanismo che sta alla base del Diabete di Tipo 2 sia simile alla causa dell’Alzheimer ,ecco perché si è diffusa tra i ricercatori l’opinione che si possa ben definire Diabete di Tipo 3. Infatti, la rivista Neurology nel 2005, riportava ciò che diversi ricercatori avevano scoperto, cioè che l’esame di laboratorio che risultava più correlato con l’atrofia celebrale, era con l’emoglobina glicata, che come si sa, è prescritta regolarmente nel caso di persone diabetiche. Il risultato fu che coloro che avevano i valori da 5,9 a 9,0, avevano una perdita quasi raddoppiata del tessuto cerebrale rispetto a coloro che avevano valori tra 4,4 e 5,2. I valori ideali persone sane dovrebbero stare tra 5,0 e 5,5.
Sempre l’Acerra Inc. e Instituite for Behavioral Genetics, già in quegli anni, suggeriva che l’alimentazione potesse avere un ruolo importante dichiarando: “Questa ipotesi suggerisce anche diverse strategie di prevenzione e trattamento. Un cambiamento nella dieta, sottolineando la riduzione dei carboidrati della dieta e l’aumento degli acidi grassi essenziali(EFA) può prevenire efficacemente l’Alzheimer”.
Quella che nel 2004 era una ipotesi si sta concretizzando sempre più e gli studi in merito si stanno moltiplicando. Oggi sempre più neurologi, come il citato Dott. Perlmutter, propongono diete a bassissimo introito di carboidrati, proprio per sfruttare il potere che i chetoni hanno di nutrire il cervello e cercare così, nel limite del possibile, di contrastarne la progressione.
Riferimenti
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0306987704000167
https://www.mdpi.com/2076-3425/8/8/148/htm
https://www.mdpi.com/2076-3921/7/5/63/htm?fbclid=IwAR0cmr0foAdfLcSVYMeow2ywvH3A2osDu6jt-sbCYKoaf1Hth0LVrVQn4-k
https://www.diabete.net/anche-il-cervello-sente-la-resistenza-all-insulina/news/news-dal-mondo-scientifico/37263/
https://scienze.fanpage.it/alzheimer-insulina-direttamente-al-cervello-con-lo-spray-nasale/
“La dieta intelligente” di David Perlmutter

 

 

 

 

 

 

Paola Brancaleon

WAFFEL SOFFICISSIMI

GRUPPO 0

100 G DI FARINA DI CECI DENATURATA

2 ALBUMI D’UOVO

3 G DI LECITINA DI SOIA

30 ML OLIO

100 ML ACQUA

UN PIZZICO DI SALE

SESAMO (FACOLTATIVO)

 

-Sciogliere la lecitina nell’acqua

-Montanare a neve gli albumi

-Riunire in una ciotola la farina di ceci, l’olio, la lecitina con l’acqua, il sale e una manciata di sesamo.

-Mescolare la pastella e unire anche gli albumi montati a neve.

-Far riposare un’ora in frigorifero

-Cuocere su piastra waffel per 10 minuti.

 

Risulteranno dei waffel leggerissimi da accompagnare a salumi, maionese, verdure, tonno, sgombro o anche crema di mandorle o nocciola, o semplicemente così come snack.

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Denaturare le farine di legumi

Sicuramente non abbiamo mai sentito o letto che il Dottor Mozzi suggerisca di utilizzare questa tecnica prima di utilizzare le farine di legumi.
Ma d’altra parte i suoi libri di ricette sono stati scritti molti anni fa e le uniche ricette nelle quali si fa uso di queste farine sono “la farinata di ceci” e “le crepes di farina di ceci”.
Negli anni, poi, ha sovente consigliato di consumare la pasta di legumi già pronta, che ormai si trova anche sugli scaffali della grande distribuzione, senza preoccuparsi delle tecniche di lavorazione.
Quando uscirono i suoi libri di ricette affermò ripetutamente che si trattava di un invito a sperimentare nuove ricette con gli ingredienti consigliati in questo regime alimentare, insoliti per la cucina italiana.
Alcune cuoche provette lo hanno preso in parola e hanno scoperto che se le farine di legumi vengono prima sottoposte ad una precottura in forno a 90° per 3 ore, diventano molto più facilmente lavorabili, migliora il loro sapore e sono più digeribili.
D’altra parte provate a soffermarvi su questo ragionamento: quando cuocete i legumi secchi, li mettete in ammollo una notte intera e poi li fate cuocere mediamente un paio d’ore in acqua. Le farine si ottengono dai legumi secchi. Se fate una crepe di farina di legumi, quella farina cuocerà quanto? 5 minuti? Sarà veramente cotta?
Ci sono tante persone che hanno difficoltà ad assimilare i legumi cotti, nonostante l’ammollo e la lunga cottura, figuriamoci la loro reazione con l’utilizzo di farine semi crude.
In conclusione ciò non significa che sia obbligatorio eseguire questa procedura, sappiate che esiste questa possibilità e valutate voi stessi.
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GLICEMIA A DIGIUNO: QUALI SONO I CORRETTI PARAMETRI?

Quale dovrebbe essere la normale glicemia a digiuno per una persona sana?
La risposta più frequente, fornita anche da  medici, è che deve essere al massimo 100 o, secondo alcuni laboratori, addirittura 110. A questo punto la maggioranza si sente tranquilla perché sono moltissimi ad avere valori che vanno dai 90 ai 110, ma le cose stanno realmente così?
In tanti ad esempio  sono rimasti sorpresi leggendo per la prima volta nel libro “La dieta del Dott.Mozzi” , che la glicemia a digiuno al mattino deve essere tra 60 e 90. E quindi alcuni hanno sollevato dubbi su questa dichiarazione, considerandola troppo restrittiva e sostenendo, appunto, che non era in linea con i laboratori di analisi.
E’ bene dire che il Dott. Mozzi non è l’unico che sostiene questa indicazione. Ad esempio,  nel 2007, quando il range della glicemia è stato modificato , il noto sito gestito dal Dott. Attilio Speciani, portava all’attenzione dei lettori questo pericolo, con un articolo dal titolo” Glicemia a 93: è alta anche se il rischio diabete non viene segnalato”.
A questo punto la domanda spontanea è, quale dovrebbe essere la glicemia corretta secondo le ricerche più attendibili? Su cosa si basano alcuni medici per sostenere altri parametri? Come ben sapete, chi mi legge da tempo sa, baso i miei articoli su pubblicazioni  e istituti di ricerca importanti a livello interazionale, quindi, anche in questo caso l’ho fatto. Esamineremo due studi molto interessanti.
Uno è quello del centro per la ricerca sanitaria, Kaiser Permanente Northwest Portland negli Stati Uniti. Lo studio si è basato su 46.578 persone sane che avevano, a digiuno, il glucosio nel plasma inferiore a 100 mg / dL, tra il 1 ° gennaio 1997 e il 31 dicembre 2000, seguite fino al 30 aprile 2007 e che non avevano in precedenza diabete o glucosio a digiuno alterato. Dopo aver assegnato i soggetti a 1 delle 4 categorie che erano: glicemia sotto gli 85, glicemia tra 85-89, glicemia tra 90-94 e glicemia 95-99 mg / dL, sono stati seguiti fino a quando non hanno sviluppato il diabete, o sono morti o hanno lasciato il piano sanitario.
Il risultato è che ogni milligrammo per decilitro di glucosio plasmatico a digiuno, aumentava il rischio di diabete del 6%, dopo il controllo di altri fattori di rischio. I soggetti nel gruppo da 90 a 94 mg / dL addirittura avevano il 49% di probabilità in più di progredire verso il diabete. Le conclusioni di questo studio dicono espressamente che “la forte associazione tra il livello di normale glucosio plasmatico a digiuno e l’incidenza del diabete dopo il controllo di altri fattori di rischio, suggerisce che il rischio di diabete aumenta all’aumentare dei livelli di glucosio plasmatico a digiuno, anche all’interno della gamma normale attualmente accettata”.
Il secondo studio utile è stato fatto da ricercatori Israeliani su più di 13000 persone di età compresa tra i 25 e i 45 anni, seguite per circa 12 anni. Lo studio rivela che chi aveva la glicemia di base più alta di 87 aveva un rischio di sviluppare diabete nel corso di 12 anni, molto più elevato che in chi avesse la glicemia a 81. Le persone con glicemia compresa tra 91 e 99 avevano un rischio diabetico 8,3 volte superiore a chi avesse una glicemia bassa.
Cosa significa tutto questo? Significa non ha nessun senso pensare e sostenere che finchè non si è diabetici certe restrizioni alimentari non servano, dato che, come abbiamo visto, tutte quelle inserite negli studi erano persone sane, ma le probabilità di sviluppare un diabete, pur rimanendo nei parametri considerati ufficiali, aumentavano notevolmente. Attenzione ad un aspetto importante: teniamo presente che sono stati seguiti alcuni solo 7 anni, altri 10 e 12 anni, ma non sappiamo successivamente quanti altri hanno sviluppato il diabete se gli studi fossero proseguiti oltre.
Quindi ben vengano i medici come il Dott.Mozzi che mettono in guardia la popolazione sana scrivendo a chiare lettere :“sono i cereali, i farinacei e le patate che alzano la glicemia maggiormente soprattutto se utilizzati a cena”. L’invito che vi facciamo e di non accontentarvi, anche se al momento siete sani, di una glicemia a 95 o addirittura più alta, gli studi ci rendono anche consapevoli che stare anche un po’ sotto i 90 di glicemia non guasta di sicuro e ci può proteggere da altre problematiche. Cercate medici illuminati e al passo con questi studi importanti che vi guidino verso un’alimentazione consapevole.
Riferimenti
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/18501234/?i=2&from=/16207847/related
https://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMoa050080?fbclid=IwAR35PJu4m2F5QrwdaOySy-YI3rquCvKYSYJuNo57v1SE6SHFUkpMbw6R0oU
https://www.eurosalus.com/diabete/glicemia-a-93-e-alta-anche-se-il-rischio-diabete
“La Dieta del Dott.Mozzi”