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MALATTIE REUMATICHE E GRUPPO SANGUIGNO: CHE RELAZIONE ESISTE?

Il Dipartimento di Immunologia-Reumatologia, Adnan Menderes University School of Medicine, Aydın, in Turchia ha condotto uno studio interessante. Lo studio ha incluso i pazienti, seguiti presso la clinica di immunologia-reumatologia, tra gennaio 2016 e dicembre 2016, per la diagnosi della malattia reumatica, che aveva un dato tipo di sangue ABO Rh. Età, sesso, tipo di malattia reumatica, gruppi sanguigni ABO Rh sono stati registrati.
È stato dimostrato che vari fattori di rischio genetici e ambientali sono associati all’incidenza delle malattie reumatiche. Tuttavia, la patogenesi delle malattie reumatiche è poco conosciuta. Diversi studi hanno dimostrato associazioni di gruppi sanguigni ABO con varie malattie. Il loro studio mirava a determinare se esiste un’associazione tra i tipi di malattie reumatiche e i gruppi sanguigni ABO e Rh.
Quando 823 pazienti sono stati valutati per i gruppi sanguigni, il 42,5% dei pazienti aveva il tipo A, il 33,2% aveva il tipo O, il 15,4% il tipo B e l’8,9% il tipo AB.
C’era una differenza significativa nella distribuzione dei gruppi sanguigni nelle malattie reumatiche. Mentre Spondilite achilosante (SPA), vasculite, connettiviti indifferenziate (UCTD), Behçet e artrite reumatoide (RA) erano più comuni nei pazienti con gruppo sanguigno A.
Invece febbre mediterranea familiare (FMF), lupus eritematoso sistemico (SLE), sclerosi sistemica (SSc) e sindrome di Stevens-Johnson (SJS) erano più comuni nei pazienti con gruppo sanguigno O.
Inoltre, il tipo di sangue in cui sono osservate tutte le malattie meno frequentemente era AB. C’era una differenza significativa nella distribuzione del fattore Rh nelle malattie reumatiche. Il 92,2% dei pazienti era Rh positivo e il 7,8% dei pazienti era Rh negativo.
In definitiva, questo studio ha comunque rilevato che la tendenza ad avere malattie reumatiche era,  il gruppo A, seguito da O, B e AB
Questo, è uno dei tanti studi esistenti che indicano che un determinato gruppo sanguigno è associato a certe patologie in particolare. Evidentemente il gruppo sanguigno ha un ruolo rilevante negli equilibri del sistema immunitario degli esseri umani.
Arriveranno anche conferme scientifiche ufficiali in relazione ad alimentazione e gruppi sanguigni? Vedremo.
RIFERIMENTO
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29308278&prev=search

 

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UN PESCE AL GIORNO TIENE LONTANO IL CARDIOLOGO!

 

Questo, non è lo slogan di una azienda venditrice di pesce, ma è il titolo di un articolo del 2013 reperibile su PUBMED. Esaminiamo insieme i motivi, che hanno spinto i ricercatori a livello mondiale, a raccomandare un pesce al giorno.
La dislipidemia cioè, le anomalie dei grassi presenti nel sangue e le sue conseguenze, stanno emergendo come epidemie con conseguenze deleterie sulla salute cardiovascolare. Gli effetti benefici degli acidi grassi omega-3 sugli organi cardiaci e extra-cardiaci sono stati ampiamente studiati negli ultimi due decenni e continuano a mostrare grandi promesse nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari.
Gli effetti benefici degli acidi grassi omega 3 (acido eicosapentaenoico e acido docosaesaenoico) sugli organi cardiaci e extra cardiaci sono stati ampiamente studiati negli ultimi due decenni e continuano a mostrare grandi promesse nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari.
Gli acidi grassi Omega 3 appartengono agli acidi grassi polinsaturi a catena lunga. Gli acidi grassi omega 3 interessati principalmente alla salute cardiovascolare sono l’acido Eicosapentaenoico (EPA) derivato dal mare e l’acido docosaesaenoico (DHA). Le loro fonti principali sono gli olii di pesce e i frutti di mare, ma in realtà sono ottenuti dai microrganismi marini che vengono trasmessi attraverso la catena alimentare marina. I pesci con alte concentrazioni di acidi grassi omega 3 includono pesci grassi come tonno bianco, tonno, sardine, salmone, sgombro e aringa.
Studi recenti forniscono prove convincenti riguardo agli effetti benefici degli acidi grassi omega 3 nella riduzione del rischio di morte cardiaca. Gli acidi grassi Omega 3 possono migliorare la funzione cardiaca con i loro anti-trigliceridemici, antipertensivi, emostatici, antiaritmici e effetti anti-aterogenici. Possono anche conferire benefici cardiovascolari attraverso l’arricchimento di fosfolipidi di membrana, vasodilatazione, potenziale antitrombotico e effetti endoteliali antinfiammatori.
I potenziali benefici degli acidi grassi omega 3 si trovano nella prevenzione e nel trattamento dell’insufficienza cardiaca migliorandone struttura e funzione EPA e DHA influenzano favorevolmente il rimodellamento cardiaco. Nei pazienti con ipertrigliceridemia, vi è un aumento del rischio di trombosi, ma grazie agli acidi grassi Omega 3 sono questo processo viene mitigato, riducendo così la possibilità di trombosi. L’azione degli acidi grassi omega 3 sui fosfolipidi di membrana e l’enzima cicloossigenasi-lipossigenasi, determinano una riduzione dell’attività piastrinica. Pertanto, gli acidi grassi omega 3 possono avere attività antipiastrinica attraverso il potenziale pleotropismo.
Numerosi studi epidemiologici e su animali, hanno mostrato evidenza di beneficio degli acidi grassi omega 3 nel ridurre significativamente i livelli di aterosclerosi mediata dalle sue proprietà antinfiammatorie.
L’evidenza più convincente per i benefici cardiovascolari degli acidi grassi grassi omega 3 è evidenziata da numerosi studi prospettici e retrospettivi condotti in tutto il mondo, che, nonostante i risultati talvolta contrastanti, hanno dimostrato che un apporto sufficiente di acidi grassi omega-3 può avere un ruolo positivo nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari. L’American Heart Association raccomanda il consumo di pesce / frutti di mare o l’integrazione di olio di pesce come strategia terapeutica per ridurre le aritmie cardiache, ridurre la morte improvvisa, diminuire il tasso di aterosclerosi e abbassare leggermente la pressione sanguigna.
Sempre questo studio aggiunge che l’azione di EHA e DPA può risultare benefica in varie condizioni infiammatorie, come colite ulcerosa, morbo di Crohn, artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, setticemia, shock settico e cancro. Gli studi in questa direzione devono ulteriormente andare avanti al fine di avere ulteriori conferme scientifiche.
Sulla base di questi studi internazionali ho trovato interessante che nel suo recente libro “ Dieta Reset” , pubblicato da Comida Edizioni,  il Dott. Dario Polisano, biologo nutrizionista, abbia inserito la raccomandazione di utilizzare pesce “ogni giorno, anche più volte al giorno”.
In conclusione, in vista dei potenziali benefici degli acidi grassi Omega 3 sulla salute cardiovascolare, è preferibile un approccio dietetico all’aumento dell’assunzione di acidi grassi Omega 3 e sicuramente il pesce ne è una fonte eccellente.
Un ultima raccomandazione: il pesce ovviamente va inserito in un contesto di alimentazione corretta affinché ne siano potenziati gli effetti e cercate un cardiologo o un altro professionista che vi assista anche in un percorso di alimentazione consapevole.
RIFERIMENTO:
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/pmc3712371/&prev=search

 

 

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COSA REGOLA LA FAME?

La grelina è un ormone, che viene secreto dallo stomaco quando è vuoto e invia al cervello il messaggio che abbiamo necessità di mangiare.
A questo punto, si comprende quanto sia necessario che funzioni adeguatamente, perché, se così non fosse, segnalerebbe che siamo affamati, quando invece il cibo è stato da poco introdotto, scollegando così il cervello dallo stomaco. Il risultato? Come è facile intuire, questa è una delle cause di obesità, in cui lo stomaco richiede più cibo e con più frequenza di quanto ci sia bisogno. Uno studio, pubblicato proprio quest’anno, ha provveduto ulteriori informazioni sui motivi per cui questo ormone va in tilt. Anche un altro ormone, chiamato leptina, è coinvolto, ma in questo caso lo studio si è concentrato sulla grelina, vediamone alcuni aspetti essenziali.
In questo studio, si ricorda quanto sia noto che il contenuto di macronutrienti di un pasto ha diversi effetti sulla sazietà postprandiale e sulle risposte ormonali dell’appetito. Se l’obesità interagisce con tali risposte nutrienti-dipendenti non è ben caratterizzata. Hanno così esaminato  l’appetito postprandiale e le risposte ormonali di sazietà dopo un pasto ricco di proteine ​​ oppure ad alto contenuto di carboidrati o, ancora, ricco di grassi. Questo è stato uno studio randomizzato  su 9 soggetti magri insulino-sensibili e 9 obesi resistenti all’insulina giovani (età 21-40 anni), normoglicemici, cinesi, uomini, misurando la concentrazione plasmatica a digiuno e post-prandiale di glucosio, insulina, peptide-1 glucagone-simile attivo, peptide-YY totale e acil-grelina, in risposta a pasti di ricchi di proteine, di grassi o di carboidrati. In sostanza è emerso che, pasti a base di proteine e grassi hanno anche soppresso la grelina in misura maggiore rispetto ai pasti a base di carboidrati nei soggetti obesi rispetto ai soggetti magri. In conclusione, un pasto ricco di proteine ​​o ad alto contenuto di grassi induce una sazietà postprandiale e una risposta ormonale dell’appetito più favorevoli rispetto a un pasto ricco di carboidrati in soggetti obesi resistenti all’insulina.

Qualcuno, ora potrebbe dire: appunto questo è avvenuto in particolare nei soggetti resistenti all’insulina! Si ma allo stesso tempo è utile ricordare che insulino-resitenti si può diventare proprio con l’utilizzo di quantità inadeguate di carboidrati. A questo riguardo il famoso neurologo David Perlmutter avverte che, se la grelina è sempre attiva, ci farà mangiare sempre più spesso carboidrati, stimolando voglie irresistibili di alimenti che faranno ingrassare, influiranno sull’equilibrio glicemico e stati infiammatori, con il risultato che ci saranno problemi anche a livello cerebrale.
 
Riferimenti
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/29385178&prev=search
“La Dieta intelligente” di David Perlmutter pag.231
 

 

 

 

 

 

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CRUCIFERE: QUANTO C’E’ DI VERO?

Come ben si sa, la scienza ci ripete che, consumare verdure e ortaggi è molto benefico per la salute. In relazione a questo abbiamo informazioni utili su una categoria in particolare: le crucifere. In pratica, gli ortaggi il cui nome richiama la croce formata dei petali di questa famiglia vegetale, è composta da: cavolfiore, cavolo cappuccio, cavolo verza, cavolo nero, cavolo rosso, cavolo riccio, cavolini di Bruxelles, broccoli, cime di rapa, ma anche la senape, il ravanello, la rucola e il rafano.
La domanda che spesso ci poniamo, quando girano queste notizie è: quanto c’è di vero? La scienza si è pronunciata in merito o sono solo leggende? Vi riporterò, alcuni passaggi di pubblicazioni scientifiche reperibili su PUBMED che, come ricordo spesso, è considerata da alcuni l’unica fonte attendibile, in modo tale che avrete le notizie direttamente dalla fonte.
Tra i vari ortaggi, appunto, queste crucifere hanno componenti chimici che mostrano effetti anti-infiammatori. Infatti appaiono più strettamente associati a un ridotto rischio di cancro in organi quali il colon-retto, il polmone, la prostata e il seno. Gli effetti protettivi contro il rischio di cancro sono stati attribuiti, almeno in parte, alla loro quantità relativamente alta di glucosinolati, che li differenzia dagli altri vegetali. Glucosinolati, una classe di glicosidi contenenti solfuro, presenti in quantità sostanziali nelle verdure crocifere, e i loro prodotti di degradazione come gli isotiocianati, sono ritenuti responsabili dei loro benefici per la salute. Tuttavia, i meccanismi sottostanti responsabili dell’effetto di questi composti sono verosimilmente molteplici, probabilmente riguardanti interazioni molto complesse e quindi difficili da comprendere appieno.
Questi alimenti guidano anche la detossificazione di alcuni enzimi cancerogeni e sono tossici per molti tipi di cellule cancerose. Il consumo di una porzione tipica di verdure come cavoli, broccoli, cavoletti di Bruxelles e molti altri di natura crucifera, può diminuire in modo significativo e ridurre l’incidenza di fatalità cancerogena.
Ovviamente, i benefici di questi ortaggi, saranno ulteriormente potenziati nel contesto di una alimentazione corretta, anzi: consapevole.
Concentrazioni di glucosinolati presenti in una tipica dose di crucifere.
CV comune                                 Circa.
Quantità                               I glucosinolati           Riferimenti
Cavoletti di Bruxelles               50 g                    123 mg
broccoli                                          50 g                   30,5 mg
Cavolo                                            50 g                    54,5 mg
Cavolfiore                                    50 g                      31 mg
Le quantità di glucosinolati in milligrammi presenti in una porzione tipica di poche verdure crocifere comuni .
RIferimenti
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23679237&prev=search

 

https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4354933/&prev=search

 

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LOW-CARB,P53 E TUMORE: QUALE RELAZIONE ESISTE?

Una dieta a basso contenuto di carboidrati uccide le cellule tumorali con un gene soppressore del tumore: il p53 mutante. La dieta Atkins sopprime la crescita del tumore”
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/sites/entrez%3Fterm%3Dlow%2520carb%2520diet&prev=search
Così titola un articolo scientifico reperibile su PUBMED datato marzo 2013. Per chi non sapesse cosa sia la dieta Atkins, ricordiamo in breve che è una alimentazione del cardiologo Americano Robert C. Atkins che ideò l’omonima dieta negli anni 70′. Sostanzialmente propone di evitare tutti gli alimenti ricchi di carboidrati, sia semplici che complessi: riso, pasta e cereali in genere, dolci, snack, patate, bibite zuccherate, marmellate, buona parte della frutta e anche diverse verdure. Basata quindi su proteine animali, grassi e verdure a foglia. In pratica una dieta chetogenica, che, nel tempo, altri esperti hanno modificato sotto certi aspetti, ma mantenendo il concetto di tenere bassissimo l’apporto di carboidrati. Ora comprendiamo il significato di questa sigla: p53.
Esiste una proteina, appunto, chiamata P53 che è stata descritta come “il guardiano del genoma” riferendosi al suo ruolo di preservazione della stabilità attraverso la prevenzione delle mutazioni, che svolge il compito fondamentale di verificare che, durante la divisione delle cellule, tutto proceda bene. Quando qualcosa non va per il verso giusto, per esempio perché il DNA della cellula è danneggiato, il suo compito è quello di bloccare la divisione cellulare per consentire che il danno sia riparato. P53 è quindi una proteina con funzione di oncosoppressore (ovvero una proteina che previene la formazione dei tumori), infatti in più della metà dei casi le cellule tumorali hanno il gene che produce p53 in forma danneggiata (mutata). http://www.airc.it/finanziamenti/progetti/prevenzione-ok-se-la-proteina-e-in-forma/
In relazione a questa proteina il dipartimento di oncologia, Lombardi Comprehensive Cancer Center, Georgetown University, Washington, DC USA ha pubblicato uno studio interessante vediamone alcuni aspetti chiave.
In sintesi, questi studi indicano che, la maggior parte dei tumori umani esprime forme mutanti di p53 a livelli elevati, promuovendo l’aumento delle funzioni oncogeniche e correlando con la progressione della malattia, la resistenza alla terapia e la prognosi sfavorevole. Inoltre, hanno scoperto che un regime dietetico privo di carboidrati che abbassa i livelli di glucosio a digiuno attenua l’espressione mutante di p53 e l’attività oncogenica rispetto a una dieta normale in diversi sistemi di modelli animali. Questi risultati indicano che la stabilità delle forme mutanti di p53 è influenzata dai livelli di glucosio e dalle abitudini dietetiche. Gli autori hanno inoltre fornito prove del fatto che esperimenti sui topi con una dieta a basso contenuto di carboidrati hanno dato conferma di ciò. Presi insieme, questi risultati indicano fortemente che alcune forme di mutante p53 che promuovono il tumore possono essere mirate alla degradazione autofagica attraverso la restrizione del glucosio. Lo studio, conclude dicendo che, “questi eccitanti risultati potrebbero essere testati in clinica randomizzando pazienti con tumori che presentano mutazioni simili a p53 con  a una dieta a basso contenuto di carboidrati e glucosio-restrittiva rispetto a una dieta normale. L’aspettativa di tali studi sarebbe che i tumori di pazienti con una dieta restrittiva di glucosio vedrebbero i loro tumori regredire o crescere più lentamente di quelli su una dieta di glucosio non restrittiva”.
Questi studi scientifici, confermano ciò che da tempo è sempre più evidente, cioè che l’alimentazione ha una forte influenza sulla salute e benessere, in bene o in male. L’invito quindi che rivolgiamo è sempre quello di affidarsi a medici che sono al passo con le ricerche scientifiche e che possano guidarvi anche nella corretta alimentazione. 

 

http://lanostrastoria.airc.it/p/p53-nemico-o-alleato-del-cancro
 

 

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CIBO E DEPRESSIONE:SVELATO IL MISTERO ?

Diversi studi, hanno cercato di comprendere il collegamento fra cibo, problemi dell’umore e, appunto, il ruolo della serotonina. La serotonina – nota anche come “ormone del buonumore”, è un neurotrasmettitore sintetizzato nel cervello e in altri tessuti a partire dall’amminoacido essenziale triptofano. La serotonina è coinvolta in numerose e importanti funzioni biologiche, molte delle quali ancora da chiarire; infatti, come tutti i mediatori chimici, agisce interagendo con vari e specifici recettori, espletando un effetto diverso in base alla regione corporea considerata. Possiamo quindi paragonare la serotonina ad una chiave, che, per esercitare la propria azione, ha bisogno di interagire con specifiche serrature, rappresentate dai suoi recettori; l’interazione tra chiave e serrature consente l’apertura di porte che presiedono al controllo dell’attività cerebrale e dell’intero organismo.
In seguito a questo è emerso che, i neuroni del cervello, che rilasciano la serotonina, sono unici, in quanto la quantità di neurotrasmettitore che rilasciano è normalmente controllata dall’assunzione di cibo: il consumo di carboidrati – agendo attraverso la secrezione di insulina e il “rapporto del triptofano“, aumenta il rilascio di serotonina. Al contrario l’assunzione di proteine ​​manca di questo effetto. Tuttavia, il rilascio di serotonina è anche coinvolto in funzioni come l’insorgenza del sonno, la sensibilità al dolore, la regolazione della pressione arteriosa e il controllo dell’umore. Quindi, molte persone affette da certe problematiche dell’umore, tendono a mangiare troppi carboidrati, soprattutto snack, come patatine o pasticcini, che sono ricchi di carboidrati e grassi industriali, per sentirsi meglio. Questa tendenza, ad utilizzare determinati alimenti come se fossero farmaci, è una causa frequente di aumento di peso e può essere osservata anche in pazienti che diventano grassi quando esposti a stress, o in donne con sindrome premestruale, o in pazienti con “depressione invernale”, o in persone che stanno tentando di smettere di fumare. Certi studi hanno paragonato questo fenomeno, all’effetto della nicotina che, come i carboidrati nella dieta, aumenta la secrezione di serotonina nel cervello: l’astinenza dalla nicotina ha l’effetto opposto. Si verifica anche nei pazienti con bulimia di peso normale. In conclusione sappiamo che consumando un pasto con un alto carico glicemico, interverrà l’insulina, che, un primo momento, favorirà la serotonina, ma avverrà nelle ore successive il conseguente calo glicemico che innescherà il cortisolo, che favorirà la produzione di norodrenalina e di dopamina. Risultato? Ansia, calo di umore e simili. E per rimediare? Si percepirà nuovamente, il bisogno di mangiare carboidrati, per avere un’altra carica di serotonina e così via, e si è punto a capo, creando così il famoso circolo vizioso.  Certi alimenti, e ovviamente il loro regolare utilizzo, come cereali, zuccheri, latte e latticini, stanno alla base appunto dell’insulino- resistenza, che è l’anticamera del diabete. In relazione a questo, studi importanti, hanno collegato, appunto, l’insulino-resistenza con la depressione. I ricercatori suggeriscono che l’insulino-resistenza può innescare, appunto, la produzione di ormoni contro-regolatori che svolgono un ruolo nella depressione. Il cortisolo, come menzionato prima, è un ormone di sforzo che contribuisce a fornire energia ai muscoli. Alti livelli di cortisolo sono significativamente collegati alla depressione.
Queste conferme scientifiche, fanno luce sui motivi per cui molte persone, che, pur non dovendo affrontare lutti, disoccupazione, povertà o altre situazioni traumatiche di questi tenore, soffrono comunque di depressione o disturbi dell’ umore. Ovviamente, la vita spesso ci riserva imprevisti e situazioni che possono mettere a dura prova la nostra serenità, però, se aggiungiamo a tutto questo, una cattiva alimentazione, la situazione non può che peggiorare.
RIFERIMENTI
https://www.bmj.com/content/330/7481/17.full?etoc=&eaf=
http://www.surfsitesusa.com/l6X23zLv/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/8697046/

 

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RICORDATI:MEGLIO LA VERDURA DELLA FRUTTA!

In un precedente articolo, avevo già evidenziato che la verdura è meglio della frutta e quindi da non considerare un alimento su cui andarci troppo tranquilli. Forse, alcuni  vedono questa posizione come al di fuori di ciò che la nutrizione ufficiale invece sostiene. Ma non è così. Facciamo una premessa, noi dell’alimentazione consapevole, non ci basiamo sui luoghi comuni o sul sentito dire, andiamo sempre a cercare delle basi in modo tale che il lettore sappia da dove provengono le informazioni e poi valuterà di conseguenza.
Il sito dell’Associazione Italiana ricerca sul cancro (AIRC) aveva diffuso in occasione dei cinquant’anni della sua esistenza una brochure, osservate come ben spiega i motivi per cui la verdura è meglio della frutta:
“I vegetali (escludendo da questo gruppo le radici, i tuberi come le patate, i cereali integrali e i legumi) e la frutta apportano, nella maggior parte dei Paesi, meno del 5 per cento di calorie sul totale giornaliero. Gli studi epidemiologici in popolazioni che ne consumano di più (come gli italiani) e in quelle che ne consumano di meno (come gli abitanti dei Paesi nordici) hanno evidenziato che vi è una relazione forte tra consumo di verdura e riduzione del cancro della bocca, della faringe, dell’esofago, del colon-retto, del polmone e dello stomaco; inoltre vi sono prove, sebbene non ancora sufficienti, dell’effetto protettivo anche su laringe, pancreas, seno, vescica, endometrio, tiroide, prostata, fegato, rene e forse ovaio. In sostanza si può dire che i vegetali in generale proteggono da moltissimi tipi di tumore. L’effetto del consumo di frutta è invece meno marcato, probabilmente per via degli zuccheri in essa contenuti che agiscono in modo negativo sui fenomeni infiammatori e innalzando i livelli di insulina nel sangue. I vegetali dovrebbero essere la base dell’alimentazione quotidiana, in termini di quantità. La frutta fa bene ma va consumata con moderazione per via dell’apporto di zuccheri.”
Si, è evidente, meglio la verdura della frutta, perché può  innescare “fenomeni infiammatori e innalzare i livelli di insulina nel sangue” e ciò non è per nulla positivo.
 RIFERIMENTO
http://www.airc.it/media/Cosa-finanziamo/pdf/arance-2015_low-res.pdf

 

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E’ L’ORA DEL CAMBIAMENTO: GLI ZUCCHERI SONO IL PROBLEMA,…

In questi ultimi anni, sta risalendo dal fondo una verità scientifica sempre più evidente, cioè che non i grassi, se pur considerati saturi, ma zuccheri e carboidrati sono i veri pericoli. Lo studio che propongo di seguito è reperibile su PUBMED dal 2016, leggerlo per intero è fondamentale.
“Le linee guida dietetiche continuano a raccomandare di limitare l’assunzione di grassi saturi. Questa raccomandazione deriva in gran parte dall’osservazione che i grassi saturi possono aumentare i livelli di colesterolo totale nel siero (TC), aumentando così il rischio di cardiopatia ischemica coronarica (CHD). Tuttavia, TC è solo modestamente associato a CHD, e più importante del livello totale di colesterolo nel sangue, può essere il numero e la dimensione delle particelle di lipoproteina a bassa densità (LDL) che lo contengono. Per quanto riguarda i grassi saturi, questi grassi sono una classe diversa di composti; diversi grassi possono avere effetti diversi sull’LDL e su un più ampio rischio di malattia coronarica basato sugli acidi grassi saturi specifici (SFA) che contengono. È importante sottolineare che, tuttavia, le persone mangiano cibi, non acidi grassi isolati. Alcune fonti alimentari di SFA non possono rappresentare un rischio per CHD o addirittura essere protettive. Il consiglio di ridurre il grasso saturo nella dieta senza riguardo alle sfumature di LDL, SFA o fonti dietetiche potrebbe effettivamente aumentare il rischio di CHD per le persone. Quando i grassi saturi vengono sostituiti con carboidrati raffinati e in particolare con zuccheri aggiunti (come saccarosio o sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio), il risultato finale non è favorevole per la salute del cuore. Tale sostituzione porta a variazioni di LDL, lipoproteine ad alta densità (HDL) e trigliceridi che possono aumentare il rischio di CHD. Inoltre, una dieta ricca di zuccheri può indurre molte altre anormalità associate a un elevato rischio di malattia coronarica, inclusi elevati livelli di glucosio, insulina e acido urico, ridotta tolleranza al glucosio, resistenza all’insulina e alla leptina, steatosi epatica non alcolica e alterata funzione piastrinica. Una dieta ricca di zuccheri aggiunti ha causato un triplo aumento del rischio di morte a causa di malattie cardiovascolari, ma gli zuccheri, come i grassi saturi, sono una classe diversa di composti. I dolcificanti contenenti monosaccaridi, fruttosio e saccarosio producono maggiori gradi di anomalie metaboliche rispetto al glucosio (isolato come monomero o in catene come amido) e possono presentare un rischio maggiore di CHD. Questo documento rivede le prove che collegano grassi saturi e zuccheri a CHD, e conclude che quest’ultimo è più un problema rispetto al primo. Le linee guida dietetiche dovrebbero spostare l’attenzione dal ridurre il grasso saturo e dalla sostituzione del grasso saturo con carboidrati, in particolare quando questi carboidrati vengono raffinati. Per ridurre il carico di CHD, le linee guida dovrebbero concentrarsi in particolare sulla riduzione dell’assunzione di zuccheri concentrati, in particolare degli zuccheri contenenti fruttosio come saccarosio e sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio sotto forma di alimenti e bevande ultra-elaborati.”
Si, è evidente da come si legge che, l’associazione grassi colesterolo, praticamente non dovrebbe neanche più essere presa in considerazione. Oltre a questo, salta subito all’occhio a quante problematiche ha portato sostituire i grassi con zuccheri e carboidrati:” elevato rischio di malattia coronarica, inclusi elevati livelli di glucosio, insulina e acido urico, ridotta tolleranza al glucosio, resistenza all’insulina e alla leptina, steatosi epatica non alcolica e alterata funzione piastrinica”.
Vi sembra poco?

https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26586275&prev=search
Mid Heart America Institute di San Luca, Kansas City, MO.
Dipartimento di medicina sociale e familiare, Albert Einstein College of Medicine, Montefiore Medical Center, Bronx, NY.
Mid Heart America Institute di San Luca, Kansas City, MO.

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SOIA : COSA SAPPIAMO VERAMENTE ?

L’argomento è uno dei più dibattuti degli ultimi tempi: questa soia fa bene o fa male? Andiamo subito al dunque e vediamo cosa dicono alcuni studi scientifici resi disponibili su PUBMED.
SENO
In partica diversi studi affermano che le donne che hanno consumato un’elevata quantità di alimenti a base di soia durante l’adolescenza e l’età adulta, hanno avuto un rischio sostanzialmente ridotto di cancro al seno. Nessuna associazione significativa con il consumo di soia è stata trovata per il cancro al seno in postmenopausa. Questo studio di coorte prospettico ampio, basato sulla popolazione, fornisce una forte evidenza di un effetto protettivo dell’assunzione di cibo di soia contro il cancro al seno in premenopausa. https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19403632&prev=search . Poiché si ritiene che la genetica rappresenti solo il 10-15% dei casi di cancro al seno, si ritiene che l’ambiente, inclusa la nutrizione, svolga un ruolo significativo nella predisposizione delle donne a questo tumore. Gli studi sulle donne asiatiche suggeriscono che coloro che consumano una dieta tradizionale ad alto contenuto di soia hanno una bassa incidenza di cancro al seno, ma che tra gli emigrati negli Stati Uniti, la seconda generazione, ma non la prima, perde questa protezione. Questi risultati suggeriscono un possibile meccanismo d’azione comune per la protezione del cancro al seno da un’esposizione nutrizionale precoce e specifica. È stato riportato che la genisteina, un isoflavone presente nella soia, ha proprietà estrogeniche ed antiestrogeniche deboli, è un antiossidante, inibisce la topoisomerasi II e l’angiogenesi e induce il differenziamento cellulare. Negli studi sulle ghiandole mammarie di ratti immaturi, abbiamo dimostrato che la genisteina regola l’espressione del recettore del fattore di crescita epidermico poco dopo il trattamento, che può essere responsabile della maggiore proliferazione cellulare osservata a quell’età. Si ipotizza che l’azione precoce della genisteina promuova la differenziazione cellulare che si traduce in un segnale di crescita del fattore di crescita epidermico meno attivo nell’età adulta che, a sua volta, sopprime lo sviluppo del cancro mammario. Speculiamo che la protezione del cancro al seno nelle donne asiatiche che consumano una dieta tradizionale a base di soia deriva dall’esposizione precoce ai prodotti di soia contenenti genisteina. Riteniamo che i primi eventi siano essenziali per i benefici della protezione dal cancro. https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10837323&prev=search Infatti i tassi di incidenza storicamente bassi del cancro al seno in Giappone, così come in altri paesi dell’Asia orientale, hanno contribuito a stimolare l’interesse per il ruolo che la soia potrebbe svolgere nella causa del cancro al seno. L’assunzione di soia è una caratteristica alimentare notevole e distintiva di questi paesi . L’assunzione giornaliera di isoflavone pro capite negli Stati Uniti e in Europa è in genere <3 mg. Molto di ciò deriva dall’ingestione di alimenti in cui sono state aggiunte piccole quantità di proteine ​​di soia per scopi funzionali (ad esempio, idratazione, sbiancamento) e non da alimenti a base di soia in sé . Al contrario, l’assunzione di soia tra gli adulti più anziani in Giappone e nelle città cinesi come Shanghai, per cui esistono dati considerevoli sull’assunzione, fornisce ≈25-50 mg di isoflavoni / d. Questi paragoni ecologici grossolani hanno una capacità limitata di identificare specifici fattori dietetici che contribuiscono alle differenze nei tassi di malattia. I tassi di cancro al seno sono bassi, rispetto all’Occidente, in molti paesi che non consumano soia, ma l’alto status socioeconomico del Giappone tra i paesi a basso rischio lo rende un’anomalia. Si noti inoltre che i tassi di incidenza del cancro al seno in Giappone sono aumentati notevolmente negli ultimi 30 anni, un periodo in cui si è verificata l’occidentalizzazione della dieta e della cultura. Infatti, il cancro al seno è ora il cancro numero uno tra le donne giapponesi. Sempre questo studio prendeva in considerazione i possibili effetti estrogenici degli isoflavoni, e in particolare la genisteina, hanno sollevato dubbi sul fatto che l’assunzione di soia possa aumentare il rischio di cancro al seno nelle donne ad alto rischio o stimolare la crescita di tumori al seno sensibili agli estrogeni o entrambi. Queste preoccupazioni esistono nonostante non ci siano prove che suggeriscano che i pazienti giapponesi con carcinoma mammario siano peggiori delle donne nordamericane . L’American Cancer Society ha concluso che i pazienti con carcinoma mammario possono consumare tranquillamente ≤3 porzioni di alimenti a base di soia / d.
La relazione tra il consumo di soia e l’assunzione di isoflavoni e il cancro al seno è stata rigorosamente studiata per ≈20 anni. I dati epidemiologici indicano che tra gli asiatici l’assunzione di soia è associata a un ridotto rischio di cancro al seno, ma diverse linee di evidenza suggeriscono che si debba ottenere la massima protezione che l’esposizione deve avvenire nelle prime fasi della vita. La preoccupazione che i prodotti contenenti isoflavone potrebbero essere controindicati per i pazienti con carcinoma mammario e le donne ad alto rischio di cancro al seno si basa quasi esclusivamente sui risultati degli studi sui roditori. Al contrario, tuttavia, i dati clinici ed epidemiologici suggeriscono che gli isoflavoni non comportano alcun rischio per queste donne. Questo suggerimento è coerente con i dati relativamente insignificanti che dimostrano che la terapia postmenopausale con estrogeni per via orale aumenta il rischio di cancro al seno. Tuttavia, bisogna riconoscere che, poiché vi è una comprensione imprecisa degli effetti della soia e degli isoflavoni sul tessuto mammario, le donne ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno e i pazienti con cancro al seno dovrebbero prima discutere eventuali cambiamenti dietetici con il loro principale fornitore di assistenza sanitaria. https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://academic.oup.com/ajcn/article/89/5/1673S/4596960&prev=search
Addirittura il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro in uno studio sulla sopravvivenza al tumore al seno, ha analizzato come la dieta, l’alimentazione, l’attività fisica e il peso influenzino il rischio e la sopravvivenza del cancro. Nella pubblicazione del 2014 relativa a questo studio si legge che ci sono indicazioni di legami tra una migliore sopravvivenza dopo il cancro al seno e inserisce il consiglio di mangiare cibi contenenti soia
◦un peso corporeo sano
◦essere fisicamente attivi
◦mangiare cibi contenenti fibre
◦mangiare cibi contenenti soia
◦una minore assunzione di grasso totale e, in particolare, di grassi saturi.
ENDOMETRIO
Uno studio che potete leggere integramente sostiene che l’elevato consumo di soia e altri legumi è stato associato a un ridotto rischio di cancro dell’endometrio (https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9270408&prev=search
TIROIDE
In relazione alla Tiroide invece non ci sono studi che confermino che possano interferire sulla funzionalità tiroidea. I problemi sono legati, invece, a chi soffre già di ipotiroidismo, per cui il consumo di soia è sconsigliato in quanto potrebbe interferire con l’assorbimento di alcuni farmaci.
http://www.ilgiornaledelcibo.it/la-soia-fa-male-pareri/
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17472472&prev=search
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16571087&prev=search
SOIA PROCESSATA
Secondo alcuni studi i prodotti a base di soia consumati nei paesi asiatici vengono lavorati in modo minimale mentre negli Stati Uniti molti alimenti a base di soia e ingredienti di soia sono altamente trasformati. Gli alimenti a base di soia contengono miscele complesse di composti bioattivi, che possono interagire l’uno con l’altro. In pratica sembra che questo rappresenti un vero pericolo. Su questa linea molti importanti istituti come l’American Cancer Society consigliano di evitare barrette proteiche, burger, integratori di proteine contenenti appunto le proteine isolate della soia.
http://www.cancer.org/cancer/news/expertvoices/post/2012/08/02/the-bottom-line-on-soy-and-breast-cancer-risk.aspx
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15131010&prev=search
In conclusione, dagli studi ufficiali esaminati, ancora non ci sono prove che indichino che la soia e derivati siano particolarmente nocivi, anzi, in certi casi, protettiva e benefica. Il consiglio che spesso viene dato, è che se si decide di utilizzarla, è bene favorire i prodotti a base di soia fermentata, quelli che in oriente hanno utilizzato da secoli come il Natto ( tipico cibo giapponese di fagioli di soia, fatta fermentare da certi batteri,) Miso (pasta di soia, preparato con riso o orzo e soia e lasciato fermentare per parecchi mesi) Tempeh (ottenuto dalla fermentazione dei semi di soia). La fermentazione, infatti, sembra migliori notevolmente la digeribilità della parte proteica, facilitando la digestione e l’assorbimento dei nutrienti. Alcuni, ad ogni modo, hanno constatato, di non tollerare nulla a base di soia, altri invece riportano di trovarsi bene e avere benefici, il consiglio per ogni caso specifico rimane comunque sempre di fare riferimento al proprio medico o specialista.

 

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CHETOGENICA:UNA VERITA’ SCIENTIFICA VECCHIA QUASI 100 ANNI?

Diversi studi sono stati eseguiti per esaminare l’eventuale efficacia delle diete a basso contenuto di carboidrati o comunque definite chetogeniche. Di cosa si tratta esattamente? In pratica limitando in modo corretto i carboidrati si mette così l’organismo nella condizione di convertire il grasso in chetoni, che sono effettivamente un ottimo carburante e hanno anche una funzione protettiva per le cellule del cervello. Non è una alimentazione iperproteica come alcuni fanno credere. Uno studio pubblicato nel 2005  reperibile sul nostro inseparabile PUBMED ha rivelato cose molto interessanti in relazione al diabete.
Come primo aspetto sapevate che è stato dimostrato che la dieta chetogenica ha migliorato il controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2 in modo tale che i farmaci per il diabete sono stati sospesi o ridotti nella maggior parte dei partecipanti? Poiché può essere molto efficace nell’abbassare la glicemia, i pazienti che seguono questa dieta con farmaci per il diabete dovrebbero essere sotto stretta supervisione medica o in grado di regolare i loro farmaci. Forse quasi nessuno sa che prima dell’avvento dell’insulina esogena per il trattamento del diabete mellito negli anni ’20, il punto focale della terapia era la modificazione della dieta. Le raccomandazioni dietetiche di quell’epoca miravano a controllare la glicemia (in realtà, la glicosuria) e erano radicalmente diverse dalle attuali raccomandazioni dietetiche a basso contenuto di grassi e ad alto contenuto di carboidrati per i pazienti con diabete Ad esempio, il Dr. Elliot Joslin Diabetic Diet nel 1923 consisteva di “carni, pollame, selvaggina, pesce, zuppe chiare, gelatina, uova, burro, olio d’oliva, caffè, tè” e conteneva circa il 5% di energia da carboidrati, 20 % da proteine ​​e 75% da grassi .
Vediamo alcuni particolari di questo esperimento.
Alla prima visita, i partecipanti sono stati istruiti su come seguire la Dieta Chetogenica come individui o in piccoli gruppi, con un obiettivo iniziale di ≤20 g di carboidrati al giorno. Ai partecipanti sono stati insegnati i tipi specifici e le quantità di alimenti che potevano mangiare, così come i cibi da evitare. Inizialmente, ai partecipanti sono state concesse quantità illimitate di carne, pollame, pesce, molluschi e uova; 2 tazze di insalata di verdure al giorno; 1 tazza di verdura a basso contenuto di carboidrati al giorno; 4 once di formaggio a pasta dura; e quantità limitate di crema, avocado, olive e succo di limone. Grassi e oli non erano limitati, tranne che l’assunzione di grassi trans doveva essere ridotta al minimo. Ai partecipanti è stata fornita una dispensa di 3 pagine e un manuale contenente i dettagli di queste raccomandazioni. I partecipanti hanno preparato o acquistato tutti i loro pasti e spuntini seguendo queste linee guida.
Inoltre, il giorno in cui è stata avviata la dieta, i farmaci per il diabete sono stati ridotti – generalmente, le dosi di insulina sono state dimezzate e le dosi di sulfonilurea sono state dimezzate o interrotte. A causa dei possibili effetti diuretici della dieta subito dopo l’inizio, i farmaci diuretici sono stati interrotti se a basso dosaggio (fino a 25 mg di idroclorotiazide o 20 mg di furosemide) o dimezzati se di dosaggio più elevato. I partecipanti sono stati inoltre istruiti a prendere un multivitaminico standard ea bere 6-8 bicchieri d’acqua al giorno e sono stati incoraggiati ad esercitare aerobicamente per 30 minuti almeno tre volte alla settimana. I partecipanti sono tornati a settimane alterne per 16 settimane per ulteriori consulenze dietetiche e aggiustamenti terapeutici. Quando un partecipante si avvicinava a metà dell’obiettivo di perdita di peso o di voglie esperite, gli veniva consigliato di aumentare l’assunzione di carboidrati di circa 5 g al giorno ogni settimana, a condizione che continuasse la perdita di peso. I partecipanti possono scegliere 5 g di carboidrati da uno dei seguenti alimenti ogni settimana: verdure insalate, verdure a basso contenuto di carboidrati, formaggio duro o morbido, noci o snack a basso contenuto di carboidrati. La regolazione del diabete è stata basata su letture del glucometro due volte al giorno e episodi ipoglicemici, mentre i diuretici e altri aggiustamenti anti-ipertensivi del farmaco si basavano su sintomi ortostatici, pressione arteriosa ed edema deg Dei 28 partecipanti arruolati nello studio, 21 hanno completato le 16 settimane di follow-up. Le ragioni per la sospensione dello studio includevano l’incapacità di aderire alle riunioni di studio e l’incapacità di aderire alla dieta; nessun partecipante ha riferito di aver interrotto il trattamento a causa di effetti avversi associati all’intervento.
In sintesi, la Dieta Chetogenica o comunque a basso apporto di carboidrati ha avuto effetti positivi su peso corporeo, misurazione della vita, trigliceridi sierici e controllo glicemico in una coorte di 21 partecipanti con diabete di tipo 2. Il più impressionante è che il miglioramento dell’emoglobina A 1c è stato osservato nonostante una piccola dimensione del campione e una breve durata del follow-up, e questo miglioramento nel controllo glicemico si è verificato mentre i farmaci per il diabete sono stati ridotti sostanzialmente in molti partecipanti. La ricerca futura dovrà esaminare ulteriormente gli aggiustamenti terapeutici ottimali, in particolare per il diabete e gli agenti diuretici, al fine di evitare possibili complicazioni dell’ipoglicemia e della disidratazione. Poiché questa alimentazione può essere molto efficace nell’abbassare la glicemia, i pazienti che assumono questa dieta con farmaci per il diabete devono essere sotto stretta sorveglianza medica o in grado di regolare i loro farmaci.
Alcune volte si dice che la scienza progredisce, e questo in parte è vero, però in questo caso è evidente che un approccio alimentare impostato negli anni ’20 oggi si sta dimostrando più scientifico che mai.
https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1325029/&prev=search